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La Nina

A occhi spalancati nel buio a Maria sembrava ancora di vedere il luccichio del forcipe che il dottore avvicinava al suo corpo. Nel freddo della stanza udiva Luigi russare piano, tanto che le pareva di poter sentire a tratti il respiro di Elena, la bambina che solo poche ore prima era uscita dal suo ventre. Marcata per sempre dal ferro impiegato per portarla alla luce, per trascinarla nel mondo. Forse più segnata di quanto dicevano le impronte lasciate sulla piccola testa. Maria non riusciva a pensare ad altro, non poteva smettere di porsi le innumerevoli domande che si ripetevano dentro di lei sin dal momento in cui aveva visto lo strumento tra le dita del medico.
Quant’erano profondi i segni? Erano solo esteriori? Sarebbe stata una vita come le altre quella iniziata con quei gesti violenti, di cui Elena avrebbe portato per sempre impresse su di sé le tracce?

Maria accarezzava piano i capelli neri di Elena, che sembrava sorridere mentre succhiava con forza il capezzolo. Dalla finestra entrava la luce limpida di un gelido giorno d’inverno e nella stanza fredda il respiro di Maria si condensava davanti ai suoi occhi, impedendole in alcuni momenti di vedere distintamente quelli azzurri della figlia, spesso aperti sul mondo apparentemente curiosi, avidi quasi come le labbra chiuse attorno al capezzolo della madre, la quale si sforzava di non cedere alle illusioni che sembravano scorrere dentro di lei come il latte fluiva nella bocca della bambina.

La primavera sembrava volersi fare estate prima del tempo. Maria camminava nella corte stringendo a sé Elena e si guardava attorno stupita, scoprendosi ancora priva di familiarità con le piante che circondavano l’aia e con l’ampio orto nel quale aveva lavorato solo per pochi giorni. La gravidanza era arrivata subito ed era stata subito difficile: iniziata nemmeno tre mesi dopo il matrimonio e l’inizio della sua nuova vita nella boaria che la famiglia di Luigi conduceva in affitto da oltre un decennio.
Era trascorso poco più di un anno da quando aveva dormito per la prima volta nella grande casa di mattoni rossi davanti alla quale camminava lentamente, attenta a non produrre scossoni che svegliassero Elena. Dopo una decina di minuti, cercò riparo dal sole sotto il grande porticato, più per proteggere la figlia che per riparare se stessa. Sedette su una delle seggiole disposte in un angolo e accarezzò piano la testa di Elena, i cui capelli neri erano ormai cresciuti e lei li lasciava scendere attorno al volto anche in disordine, così che nascondessero almeno un po’ i segni del forcipe. Maria non smetteva di porsi le domande, ma la bambina cresceva bene, mangiava, dormiva, piangeva, rideva.

Luigi si alzò dal tavolo dal quale le zie iniziavano a togliere i piatti dopo il pranzo domenicale. La invitò a seguirlo senza dir nulla, come accadeva spesso. Maria sollevò Elena dalla culla e la strinse dolcemente avviandosi verso la porta insieme al marito, che le mise il braccio attorno alla vita sottile, senza però attirarla troppo a sé.
L’aria fuori era pesante nel primo pomeriggio estivo e l’afa quasi spegneva il verde delle colture oltre l’aia. Per qualche istante si fermarono a fissare il panorama piatto e tremolante nel sole davanti a loro, quasi entrambi cercassero nella luce accecante una risposta.
Quando si mossero, s’incamminarono lentamente verso la stalla, dove Luigi fece capire di voler andare. I corpi si sfioravano appena e il braccio di lui, che ancora cingeva l’esile corpo della moglie, quasi non premeva su di lei.
Già quel tenue contatto, prudente, segnava un cambiamento, li riavvicinava dopo che, dalla nascita di Elena, i loro corpi erano rimasti lontani, incapaci di ritrovare la pur timida confidenza nata nelle settimane successive al matrimonio.
Il calore esasperava l’odore che usciva dalla stalla e gravava sotto il porticato occupato dagli attrezzi disposti con ordine, pronti per essere attaccati ai buoi. Maria li guardò appena, accarezzando piano la testa di Elena che dormiva tra le sue braccia. Le pareva che le piccole labbra sorridessero e si scoprì a pensare che la bambina manifestasse così la propria gioia perché i genitori sembravano pronti a riscoprire il proprio amore.
Lentamente Luigi la guidò all’interno della stalla e la condusse fino al recinto in cui era rinchiusa una vacca che giaceva a terra e che li osservava avvicinarsi con i grandi occhi lucidi, sbattendo la coda per allontanare le mosche.
Maria guardò il marito, lasciando alla propria espressione chiedere perché l’avesse condotta lì.
“Questa è la Nina – spiegò Luigi separatosi da lei, mentre si chinava a raccogliere un po’ di fieno e lo porgeva alla vacca, che lo prese tra i denti e iniziò a triturarlo lentamente -. La nostra mucca più fertile. E’ di nuovo gravida. Ci darà il sesto vitello”.
Mentre il braccio di lui si posava di nuovo sul suo corpo, Maria guardò la mucca, il bruno pelo lucido qua e là macchiato dagli escrementi su cui si posavano le mosche. Comprese perché Luigi aveva voluto che la vedesse e si disse che aveva ragione, pure, dentro di lei, si chiedeva se fosse giusto che anche loro dovessero seguire ritmi come le bestie, che le loro vite si chinassero davanti al bisogno di altre braccia per lavorare la terra, che il loro amore si piegasse alla necessità di mettere al mondo altri figli destinati a trascorrere la loro esistenza, se maschi, chini sui campi a zappare o spaccare zolle o a raccogliere grano e bietole e granoturco o, se femmine, a coltivare un orto, ad allevare polli e conigli, a tenere pulita una casa e preparare pranzi.

Anche se lo avesse voluto, Maria non avrebbe potuto nutrire sentimenti diversi verso Agnese, quella cognata da poche settimane entrata definitivamente a far parte della famiglia. Moglie di Pietro, il secondo fratello di Luigi, Agnese non si era preoccupata affatto di nascondere che intendeva competere con tutte le donne della famiglia, ma in particolare con Maria, per diventare la prediletta di Elena, la matriarca, e poi per essere scelta per succederle e prendere il suo posto nella gerarchia familiare.
Alla dolce cortesia che, inizialmente, Maria le aveva riservato, Agnese aveva replicato sempre con freddezza e, quand’erano sole, anche con villania. Il rapporto tra loro, inevitabilmente, era diventato quello tra due nemiche.
La vita della famiglia era regolata da poche e semplici regole, tali da garantire che regnasse la disciplina indispensabile affinché ciascuno svolgesse i compiti che gli erano affidati, per quanto semplici, con dedizione completa, senza mai trovare una scusa per sottrarsi anche per poco ai propri doveri. Regole che riguardavano anche il modo in cui si esercitava il potere, chi lo deteneva e come veniva trasferito. Regole che prevedevano un ruolo importante per i primi figli maschi di ogni generazione.
Maria capiva le intenzioni di Agnese, anche se non avrebbe mai voluto farle proprie come si rendeva conto di dover fare per contrastare adeguatamente la moglie di Pietro.
Lei mai avrebbe determinato il suo agire per ottenere gli obiettivi che la cognata intendeva raggiungere, pure si rese conto di non poter restare indifferente. Doveva contrastare ogni azione di Agnese non tanto per proteggere la sua posizione nell’ambito della famiglia, ma quella dei suoi figli, di Elena, ma ancor più di un eventuale maschio. Di quel maschio che sentiva di dover mettere al mondo quanto prima perché un giorno, il più lontano possibile, prendesse il posto del padre.
Ripensò a Luigi che la conduceva alla stalla per mostrarle la Nina e ricordò le poche parole che lui aveva pronunciato per spiegarle quanto era preziosa per la famiglia la fertile mucca.
Ripensò anche alla tenerezza reciproca che, da quel giorno, era andata pian piano rinascendo tra loro, risvegliando desideri e confidenza e ravvivando il loro rapporto.
Maria era più che mai decisa a non permettere più che il ricordo del luccichio del forcipe la frenasse, si frapponesse ancora tra lei e Luigi.

Nel guardare la sua pancia che cresceva, Maria non riusciva a non pensare a come Elena era venuta al mondo, a chiedersi se anche quel bambino che cresceva dentro di lei avrebbe dovuto soffrire per aprire gli occhi e iniziare a vivere.
E non sapeva evitare di chiedersi se fosse meglio avere un maschio o una femmina, se il destino che avrebbe offerto al suo secondo figlio sarebbe stato migliore a causa del sesso. E non sapeva evitare di rispondersi che il destino, per quel bambino che già sentiva di amare intensamente, sarebbe stato duro comunque. Le bastava osservare dalla finestra della stanza la corte e i campi coperti dalla brina. Maschio o femmina, davanti al figlio che portava dentro di sé c’era una vita segnata dai ritmi delle stagioni, dei lavori sulla terra o nella casa e nell’orto, giorno dopo giorno, senza che nulla potesse cambiare. Maschi o femmine, comunque, asserviti ai tempi e alle necessità della campagna e a tutto quello che essa pretendeva per dare i raccolti.
Maria chinò piano la testa, distogliendo gli occhi dagli spazi angusti nei quali stava per mettere al mondo un altro figlio, che forse un giorno l’avrebbe guardata chiedendole perché.

nella foto: Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi con Luvi De Andrè (“Ho visto Nina volare”)

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