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La Peschiera

Nel vissuto di ognuno di noi ci sono delle immagini che si stampano nel cuore e ti accompagnano per tutta la vita. Queste immagini ti fanno sorridere dentro, se hanno il timbro di ricordi gioiosi.
A volte invece ti scorticano l’anima, se evocano situazioni di dolore che vorresti dimenticare.
Nel mio cuore ho tantissime immagini belle e dolorose, e non voglio disfarmi di nessuna.
Comunque nei ricordi del mio passato occupa un posto rilevante la mia “Peschiera”.
Era un sonnolento bacino d’acqua, quasi stagnante, che ospitava un’infinita varietà animale e vegetale, e che attirava, in modo particolare, noi bambini.
La Peschiera.
Al mio paese c’era un fosso grande, pieno di ciuffi d’erbe alte, e colmo di melma, perché l’acqua era immobile. Per noi bambini che, nonostante Venezia distasse pochi chilometri dal nostro paese, il mare non l’avevamo ancora visto per la difficoltà dei trasporti e perché c’era la guerra, la Peschiera rappresentava il nostro “mare”.
Era un fosso enorme che si insinuava, con una riva storta, fin dentro ai campi di Giuda.
La Peschiera assisteva a tantissimi nostri giochi e rappresentava per noi una specie di calendario naturale: dallo sbocciare di certi fiori e dal comparire di certi animaletti intuivamo la stagione che stavamo vivendo.
In primavera l’acqua andava “in amore”, si ricopriva cioè di una specie di pelle molle, verdastra e vagamente schiumosa, sotto cui le rane, vicino alla riva, deponevano le uova.
Clop, clop … Passavi a marzo sul ciglio della strada, e le rane … clop … clop, saltavano dalla riva nell’acqua densa, sparendo sotto quella patina verde.
In primavera c’erano anche le pulci d’acqua: saltellavano a pelo, senza immergersi, pizzicando il liquido con incredibile maestria e procedevano a zig zag con movimenti che era divertente seguire. Un po’ più avanti guizzavano i girini, una miriade di chiodini neri che si spandeva per ogni dove. Era interessante, per noi, seguire la metamorfosi e constatare, in breve tempo, il rapido passaggio dei girini neri in rane verdi o variegate.
Molto presto sbocciavano nell’acqua i ranuncoli bianchi, che precedevano di poco quelli gialli sulla riva e i myosotis. Poi a primavera inoltrata, scoppiavano gli iris gialli che infiammavano la Peschiera.
Con l’estate comparivano le libellule. Non ci stupì, anni dopo, il volo degli elicotteri, perché quegli insetti ci avevano anticipato la loro forma e il loro volo.
In autunno comparivano le tife: mi incuriosivano, ad ogni comparsa, quegli strani fiori oblunghi color caffè, li ricollegavo, per somiglianza, a certa vegetazione incontrata nei racconti di Salgari.
Regalare due o tre tife alla mamma, protendendomi, per coglierle, fino a sfiorare le acque melmose, mi pareva una grande dimostrazione di bene e di audacia.
Il tempo delle tife era anche il tempo delle nebbie.
Cominciavano a settembre e sembrava salissero dalle rive, come il respiro stesso della terra e dell’acqua. Quelle nebbie trasformavano il nostro bacino in un grande insieme di immagini indistinte e semoventi, che ci facevano anche paura.
Era l’età della fantasia sfrenata, l’età in cui reale e irreale si intrecciano in un pazzesco garbuglio di sensazioni.
Quando andavamo a scuola e c’era la nebbia badavamo bene di camminare discosti dalla riva, per non cadere dentro, ma anche per la paura che, da quel fluttuare lattiginoso e scomposto uscissero mostri, pirati, draghi e streghe.
Poi bastava una schiarita e il nostro “mare” ricompariva con il suo groviglio di canne e di erbe marce.
Ogni tanto Giuda usciva con il suo barchino a sfoltire il selvaticume di quella vegetazione.
Era un uomo sempre accigliato, parlava poco e rideva meno. Nonostante fosse in età matura era glabro, in compenso aveva lunghi capelli. Sarebbe sicuramente stato una bella persona se avesse imparato ad essere meno orso. Viveva con un fratello sposato, il papà di Maria, una nostra compagna di giochi.
Non era stato chiamato alle armi perché era claudicante. Si diceva che quell’handicap se lo fosse procurato lui, per non andare fare il militare. A noi piaceva anche così.
Nilo lo aveva nominato “il re del fontanasso (la melma)”.
Per quanto lo pregassimo, non accettò mai di farci fare un giro con quella sua barca. Una volta che stava a poppa e aveva sovraccaricato la prua, per il troppo carico, mal distribuito, il barchino si rovesciò. Giuda riemerse col viso lordo di melma, un groviglio di erbe marce attorno alla vita e gli occhi strabuzzati dalla rabbia. Come vide che ridevamo, ci tirò dietro il remo.
La nostra Peschiera ci piaceva sempre, perché in ogni stagione ci dava motivo di gioco e di stare insieme.
Ci piaceva anche d’inverno. E dire che in quegli anni il freddo era gagliardo.
Allora non c’erano termosifoni e il fumo di gas bruciato che uscisse dai camini a mitigare l’aria, si risparmiava anche su un pezzo di legno e alla sera si ricorreva al “riscaldamento delle stalle”, con il filò. Mentre le donne rammendavano, sferruzzavano e chiacchieravano, gli uomini aggiustavano attrezzi agricoli, costruivano cesti e anche “issiaròe”, una specie di slittine di legno, con pattini fissati nella parte inferiore che erano ricavati dalle stecche degli ombrelli in disuso, e venivano fatte muovere con due racchette rudimentali, munite sulle punte di due grossi chiodi.
Quante scivolate, quante risate, quante gare e quante “moeche” quando il ghiaccio si rompeva e andavamo giù.
L’inverno era la stagione in cui godevamo fino in fondo la nostra Peschiera. Ricordo che si andava a scuola più nel ghiaccio che percorrendo la strada e quel “nostro mare” ci conteneva tutti e custodiva sotto i rami dei salici di riva le nostre issiaròe mentre eravamo a scuola.
Beata Peschiera! Non ho mai capito il perché di quel nome ittico, visto che di commestibile ospitava solo le rane e si e no qualche anguilla smarrita.
Ma sanguisughe e salamandre ce n’erano a iosa. Nel fondo della Peschiera c’erano anche tanti sassi. Ricordo che con la reticella di un vecchio setaccio avevamo costruito una specie di “negossa” col manico lungo, appunto per pescare i sassi.
Li tiravamo su e li rovesciavamo in mezzo alla strada, tanto allora non passava quasi mai nessuno con la macchina: al mio paese l’automobile ce l’aveva solo il dottor De Luca, ma la tirava fuori esclusivamente nelle grandi occasioni.
Chini sui sassi si fantasticava sulla loro forma e sul colore, una volta io tirai su un sassolino davvero speciale, era rotondo e piatto come una moneta, ben levigato e traslucido. Aveva un bel colore vermiglio: sembrava proprio una pietra preziosa. Ero convinta che fosse una pietruzza d’ornamento al giustacuore di un personaggio illustre. Nessuno condivise la mia teoria, ma io custodii a lungo quella chicca nella scatola dei miei tesori.
Quando racconto uso il plurale “noi”. Tanti giochi, baruffe e riconciliazioni, scherzi e risate a non finire. Dividevamo tutto, bello e brutto, riso e pianto, con l’ingenuo ardore dei nostri verdi anni.
C’era la guerra, ma la consideravamo lontana, non ci preoccupava più di tanto. Anche se ne derivava carenza di cibo e richiamo alle armi dei nostri cari. Non ci spaventava la guerra, da principio, poi ci travolse.
Con la ritirata dei tedeschi, stava avvicinandosi il fronte e per le vie del paese circolavano camionette e moto dei repubblichini. Gli aerei alleati di notte perlustravano le zone da colpire. Gli spezzoni incendiari illuminavano a giorno l’obiettivo, e l’aereo che seguiva sganciava le bombe. Noi finora avevamo visto illuminati dagli spezzoni incendiari Padova, Mestre, Marghera, ma quella notte anche il cielo del nostro piccolo paese fu pieno di luce.
Un aereo volò a bassa quota, ne seguì un botto tremendo.
Il bombardamento colpì la Peschiera e, in parte, la fattoria di Giuda e del fratello. In un istante, con il botto e le urla che ne seguirono, imparammo la guerra e la sua atrocità.
Quando il mattino dopo arrivammo sul posto, trovammo un disastro: c’era melma dappertutto e poi canne spezzate, alberi divelti e, proprio in mezzo alla via Desman, un profondo cratere fumante.
Di morti … un vecchio senza tetto che dormiva sulla riva della Peschiera.
Giuda e la nipote Maria erano stati ricoverati all’ospedale.
Con la distruzione, la morte e quel selvaggio sconvolgimento della natura, il mondo sereno della nostra Peschiera perse il suo fascino. Non tornammo più a stenderci sulle sue rive, per seguire con gli occhi al cielo, i giochi fantasiosi delle nuvole.
La brutalità della guerra quella notte ebbe il sopravvento e rovinò, per sempre, la nostra infanzia.

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