Salta al contenuto

La punta dell’iceberg

Quel giorno si sentiva in forze, pensava che avrebbe fatto una bella passeggiata più tardi, quando il debole sole invernale avrebbe riscaldato ancora un pochino l’aria che, passando sotto le imposte chiuse, le arrivava sotto forma di uno spiffero gelato.
Quanto le sarebbe piaciuto ora essere in riva al mare, il mare che adorava, e immergersi senza paura nell’acqua salata sapendo che facendole bruciare gli occhi, le avrebbe regalato un intenso momento di risveglio alla vita.
Ora invece se ne stava a sonnecchiare, stesa sotto anonime lenzuola bianche perfettamente inamidate e a una coperta rigida un po’ troppo pesante. Forse avrebbe fatto meglio a chiarire con chi di dovere che nel suo letto preferiva biancheria comoda e profumata, come le candide camicette che amava portare, invece di questa dozzinale vestaglia che stranamente aveva addosso.
Sicuramente si sarebbe fatta sentire, appena fosse stata un po’ più sveglia e si fosse ricordata il nome della domestica.
Sembrava che questa si divertisse a prenderla in giro cambiando spesso acconciatura e colore di capelli, spendendo probabilmente una fortuna dal parrucchiere, mentre a suo parere era meglio se avesse investito parte dello stipendio in un buon paio di scarpe eleganti con un bel tacco e di un bel colore, smettendo di indossare quei mocassini chiari così banali e fuori moda.
Magari a questo scopo, era il caso di rivedere il suo compenso, ma quella era una cosa a cui aveva sempre pensato suo marito e non vedeva il motivo di cambiare.
A proposito, lui dov’era?
Si girò piano per avere la certezza di quello che già sapeva, anche stamattina si era alzato molto presto, era uscito di casa che lei ancora riposava e probabilmente sarebbe rientrato a sera tarda quando, stufa di aspettarlo, si sarebbe coricata e addormentata senza neanche riuscire a salutarlo.
Lavorava troppo quell’uomo, lo ripeteva sempre, ormai i figli erano fuori casa, indipendenti, ed avevano finalmente acquistato la deliziosa villetta con una bassa siepe e un rigoglioso glicine che, arrampicandosi fino alla sua finestra, lasciava entrare all’inizio della primavera un inebriante fragranza che quasi la stordiva, facendola sentire giovane, viva, piena di promesse.
Peccato che il giardiniere, in uno slancio artistico, avesse potato talmente tanto la pianta che nessun ramo riusciva più ad arrivare alla sua vista.
In un primo momento si era arrabbiata e lo aveva mandato a chiamare, ma lui sapendo bene di essere in errore, aveva evitato di presentarsi adducendo mille scuse e poi alla fine non si era fatto più vedere.
Anche di questo bisognava discutere, se solo si fosse degnato una sera di rientrare ad un’ora consona, avrebbero potuto sedersi come una volta a sorseggiare un aperitivo, lei avrebbe indossato la gonna di velluto morbida che muovendosi sinuosa sottolineava la linea affusolata delle gambe insieme a quel bel golfino di lana leggera color lilla come i fiori che amava tanto e che le mettevano in risalto gli occhi neri in netto contrasto con i capelli schiariti dall’estate appena passata.
Avrebbero chiacchierato amabilmente, gustato dell’ottimo cibo preparato con cura, bevuto del vino bianco cosi freddo da provocare sottili brividi di piacere al palato e goduto ancora una volta l’uno dell’altro.
Sì, era giunto il momento di prendere una decisione: appena alzata avrebbe composto il numero dell’ufficio di suo marito, richiesto per una volta la sua presenza a cena, sottolineando alla segretaria autorizzata a prendere il messaggio che non avrebbe accettato un rifiuto.
In seguito avrebbe concordato il menù con la cuoca, niente di complicato, piuttosto qualcosa di leggero magari accompagnato alla fine, come lui amava, da un soffice e delizioso dessert e poi forse chissà, l’avrebbe guardata di nuovo con quell’espressione che la scombussolava tutta, facendola illudere di essere l’unica.
A questo scopo pensava di prendere appuntamento nel pomeriggio nel suo salone di fiducia per sistemare la messa in piega, rinfrescare il trucco, laccare le unghie e magari farsi avvolgere da un rilassante massaggio.
Rimaneva da risolvere il problema di cosa indossare, ma ci avrebbe pensato più tardi, ora solo l’elenco delle cose che l’aspettava la stava stancando suggerendole di indugiare nel riposo socchiudendo gli occhi ancora un poco.
All’improvviso una giovane ragazza dall’aria intimidita fece capolino nella stanza e notando la signora appisolata, nel timore di svegliarla, richiuse la porta ancora più lentamente di come l’aveva aperta, sfuggendo cosi all’occhiata di disapprovazione che tentava di raggiungerla.
Il personale stava diventando incompetente e maldestro, come si fa ad entrare in una stanza personale senza bussare, senza chiedere il permesso e senza portare almeno un vassoio con una bevanda calda?
Per fortuna si era finta addormentata così da evitare un prevedibile imbarazzo da parte di entrambe, cosa che a quanto pare era sfuggita alla nuova arrivata, visto che la sentiva bisbigliare sommessamente nell’anticamera, cosa avrà avuto da raccontare poi?
Nel corridoio la giovanissima donna lisciando le pieghe della gonna nuova, nel tentativo infantile di mitigare il nervosismo, stava spiegando la sua presenza alla corpulenta e tarchiata figura apparsa davanti a lei, rigida, in attesa di risposte.
Era stata inviata dall’associazione di cui faceva parte a dare conforto, una specie di sommaria amicizia alle persone anziane rimaste sole senza parente alcuno e ricoverate in quell’istituto.
L’infermiera, stupita, sul momento pensò ad uno scherzo di cattivo gusto.
Ma soppesando la sua interlocutrice cambiò velocemente opinione: questa esile adolescente cosa poteva avere, sedici, diciassette anni?
Se ne stava seria seria sistemando ansiosamente gli occhiali sul naso in attesa di un qualsiasi gesto di approvazione. Bruscamente la prese per un braccio e la portò in un salottino attiguo, si sedette alla scrivania ricolma di cartelle cliniche disposte in ordine alfabetico e la guardò tra l’allarmato e il divertito.
“Ragazza mia…” le disse “forse non hai ben compreso dove sei capitata; questo non è l’ospizio o il reparto geriatrico, qui diamo assistenza alle persone che hanno perso completamente il senno. E in quelle camere, in quei letti ci sono pazienti con storie sconvolgenti, a volte terribili sulle spalle. La dolce vecchietta a cui volevi portare compagnia è in realtà un’assassina, autrice di uno dei delitti più efferati dei suoi tempi…”.
La sua esperienza le fece allungare di scatto il robusto braccio per offrire al volo la poltroncina all’angolo, evitando uno svenimento alla volontaria che, sbiancando, si era portata una mano alla bocca e, soffocando lo spavento, in un sussurro chiedeva come.
“ … Una mattina di circa vent’anni fa si è svegliata, ha fatto colazione, si è vestita, truccata come al solito, istruito la cameriera, parlato con il personale di servizio , insomma tutte quelle cose che fanno le signore perbene, che dispongono di una certa agiatezza. Poi è andata in cucina, ha preso un coltello affilatissimo, di quelli per tagliare l’arrosto, si è diretta in camera da letto dove il marito dormiva ancora e … zac …l’ha piantato nel consorte con un colpo secco. Uno solo, dritto al cuore. L’hanno trovata così in piedi, immobile accanto al cadavere. Non ha mai saputo dare una spiegazione, non ha mai reagito, non ha più parlato.
Vedi cara mia, tu sei giovane, ma ti servirà sapere che certi soggetti sono come un iceberg, ti mostrano solo una parte della loro personalità, e quello che nascondono sotto, a volte sorprende, a volte spaventa, a volte uccide”.

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Monica Monica

    Complimenti all autrice!,Ha trasformato una tranquilla e deliziosa signora dell alta borghesia,in un’efferata killer inaspettatamente
    ,contornando il racconto di bellissime descrizioni per ogni soggetto di frase.
    Unico neo:è finito troppo presto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *