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La “pupella” di Pasqua

Si partiva sempre il giovedì sera.
Auto piena di valige, mamma e papà, la solita ramanzina prima di partire.
“Mi raccomando, da qui fino al Paese tutta una filata.
Se dovete andare in bagno fatelo adesso”.
Il “se dovete” era rivolto a me e mia sorella che, eccitate per la partenza, ci eravamo già sistemate sul sedile posteriore dell’auto.
Le nostre partenze erano tutte così.
Il viaggio senza soste con andatura lenta.
E dopo tre ore, i tetti del paese si affacciavano finalmente sui finestrini dell’auto.
Le giostre, il piccolo chiosco, le panchine della Villa.
La strada di casa.
Tutto come l’ultima volta, che a me sembrava sempre la prima.
Nonna ci aspettava sulla porta. E ci veniva incontro, emozionata.
Baci, abbracci, il cane che ci rincorreva mentre le galline nell’orto facevano un gran baccano.
In cucina, mio nonno ci accoglieva con le braccia aperte e l’abito buono delle feste.
Il fuoco del camino respirava con noi, la gioia di quel tempo atteso.
Aria di festa, di casa, di consuetudini consolidate.
Odori e colori di una rinnovata leggerezza.
Dopo cena, la mia felicità si spostava nella stanza accanto, sul tavolo imbandito di pastiere e colombe fatte da mia nonna.
Tutte cotte rigorosamente nel forno a legna.
La “pupella”, una pupetta fatta di pane, mi aspettava trionfante in un angolo.
Sembrava quasi sorridermi.
E sorridevo anch’io.
La Pasqua, per me, era quella “pupella” certa preparata con amore.
Che sapevo già di trovare al solito posto.
Sono queste, le nostre piccole certezze, che a volte, vengono a mancare nel viaggio.
E’ allora che torniamo lì.
In quei luoghi speciali alla ricerca di noi, quando non ci riconosciamo più.
Oggi, mentre preparo con cura una “pupella” fatta di pane, torno ancora lì.
Tra le certezze dell’adolescenza.
In quei luoghi della memoria che ci appartengono.
Che restano nostri per sempre.
E quando proviamo a ritrovarli, diventano forza sulla strada che resta ancora da percorrere.

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