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La puttana innamorata

 

Lei.

Suonava strano quel pronome. Chi era lei? Un nome, un corpo? No. Forse era solo un’ idea.

Un’ ape, neppure regina, che suggeva polline svolazzando di fiore in fiore. Una farfalla che stordita da un vento impetuoso era stata sballottata talmente tanto da uscirne disorientata. Da poggiarsi stanca su ogni corolla colorata che le promettesse calore dopo il bozzolo, dopo l’ essere stata crisalide, dopo il dolore della muta.

I letti. Quanti ne ricordava! Morbidi. Duri. Scomodi. Raramente ci aveva dormito. Non erano letti fatti per dormirci su. Eppure le sue narici sapevano descriverne perfettamente gli odori. E, si. Quel bel profumo di lavanda , quei morbidi e setosi completi blu notte ad evocare il romanticismo di un cielo stellato che lei non aveva mai visto in compagnia. Non in quel tempo in cui, donna, aveva realizzato che per vivere doveva donare, donarsi.

Poi c’ erano i letti disfatti già da prima , quelli che non occorreva sistemare, erano solo spazio fra il mondo e due corpi. Odoravano di sudori. Indistinti. Anonimi . Permeati di chi li aveva preceduti e di chi li avrebbe seguiti. Non li amava. A lei piaceva illudersi , nello spazio di un amplesso, di essere unica, desiderata, amata. Le piaceva credere alla bugia di un bacio. Alla fantasia di un sempre. Alla meraviglia di un domani.

Per questo era brava. Perché l’ amore non era solo un corpo dentro un corpo. Era una vita dentro una vita per pochi minuti. E lei era moglie, era bimba,era amante, era femmina. Tutto nello spazio di una copula.

“Le sue eternità ” le chiamava. In fondo possedeva solo quelle racchiuse in camei invisibili che portava appesi a una cintola immaginaria legata ai fianchi. _Sono Kalí_ un giorno aveva detto. _ Conosci Kalí? Sì, la dea indiana, quella con tante braccia, tante teste appese al collo e ai fianchi. Sono io, mi nutro dei ricordi e non so se sono i corpi che mi hanno posseduta o sono io che ho posseduto le loro anime_

Poi, improvvisamente, taceva. Era ancora bella. Non aveva perso i colori della gioventù. Nessun simbolo a descriverne il mestiere , nessuna ostentazione.

_Perché? _
Era la domanda rimasta sospesa troppe volte tra loro. Nessuna l’ aveva mai pronunciata. Pudore? Rispetto? Solidarietà fra donne?

Aveva amato tanti, tanto. Impossibile a crederci.

_ Sì, è vero. Ognuno l’ ho amato. Sono stata medicina e cura. Sapevo che era solo un attimo, un breve tramonto. Ma ci ho messo i colori marezzati e la brezza di ogni addio del sole e li ho resi unici per me. Una puttana innamorata, e ci ho perso il cuore! _

Si erano guardate. Una che pensava all’ ossimoro di una puttana innamorata e l’ altra che ci credeva davvero.

Davanti a un cappuccino, in un bar deserto, con un vetro a dividerle a fare da filtro a sguardi empatici.

Chissà perché provava simpatia per quella donna.

L’ aveva conosciuta molti anni prima. L’ avevano derubata dei ” regali dell’ amore” come chiamava lei il prezzo dei suoi doni.

L’ aveva aiutata nella denuncia, nel recupero e nella condanna del reo. Uno che aveva amato nello spazio di una notte.

_ Sai cosa mi è sempre mancato in questi amori, amica mia?_ le stava dicendo dall’ altra parte di quell’ arido schermo.

_ Cosa?_ le aveva risposto istintivamente, non sapendo che aspettarsi in risposta da quella strana interlocutrice.

_ Gli abbracci del dopo… Le coccole, le tenerezze che arrivano dopo l’ uragano. Quell’ abbraccio dolce, senza tempo, che quieta i palpiti del cuore e le pulsazioni del corpo. Quelli non erano per me. Il Dopo non era più mio. Restava un corpo in un letto sfatto e un saluto frettoloso di chi chiude la parentesi. Io ci restavo dentro quella parentesi, prigioniera di un sogno. Ogni volta diverso. Ogni volta uguale: due braccia a confortarmi nel dopo l’ amore_

Capiva istintivamente. Da donna a donna . Quel diritto negato che stavolta lei non poteva aiutare a recuperare.

Bevvero il cappuccino e ognuna tornò alla sua vita.

La guardò allontanarsi. Con la dignità di chi sa che l’ amore rubato non regala diritti.

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