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La sarta

Aveva le mani di fata. Un pezzo di stoffa, lo scampolo come lo chiamava lei, fra le sue dita, diveniva un’opera d’arte.
Forbici, ago e filo. Non le occorreva altro. E ogni donna si trasformava in principessa.
Tra spilli, imbastiture, prima misura e accorgimenti, nella immagine che lo specchio rimandava compariva invariabilmente Cenerentola dopo la magia che trasformò la zucca in carrozza.
Quando la conobbi lei era già molto anziana. Non cuciva più. Ma sapeva ancora dare consigli che divenivano dogma.
Viveva ai margini del paese in una casetta sobria. Viveva sola ma non disdegnava mai le visite che occasionalmente le facevo.
Ho sempre amato le persone anziane. Mi piaceva andarle a trovare e,nello spazio di un tè o di un caffè, ascoltarne le storie. Talvolta era una partita a briscola o a scopa a rallegrare un vecchietto del mio rione ed io ero più felice di lui in quello scambio reciproco fra esuberanza e saggezza.
Era una donna minuta dai candidi capelli raccolti in una crocchia dietro la nuca e dai profondi occhi grigi.
Indossava sempre degli impeccabili tubini monocolore e mai avevo constatato disordine nella sua persona.
Una vigilia di Natale ero andata a trovarla portando con me dei dolcetti che aveva preparato mia madre. Senza preavviso avevo bussato alla porta.
Un passo più lento aveva preceduto l’ apertura. Come se fosse stata titubante ad avere ospiti quel giorno. Sorrise come sempre nel vedermi.
Avevo diciassette anni e una coda di cavallo a incorniciare un visetto tondo a luna piena. Ma avevo un sorriso aperto e accattivante e neppure lei, quel giorno resistette al vento fresco che fece irruzione in casa sua.
Non mi sfuggirono, però, i suoi occhi rossi. La mia sartina aveva pianto, la sentivo triste e, con l’ invadenza della mia età, le chiesi cosa avesse.
Mi resi conto in quel momento che mi ero spinta oltre, oltre ciò che mi era consentito.
Lei mi guardò. Mi diede un buffetto sul viso e mi prese per mano. Mi condusse nella sua camera e mi regalò una delle storie più belle che io avessi mai ascoltato.
Sedetti sul dondolo che stava vicino al letto. Lei, invece, compita com’ era, sedette ritta sul bordo vicino a una grande scatola piena di lettere e di fotografie.
Me ne porse alcune. In bianco e nero. Attimi rubati al Tempo a immortalare la gioventù, a imbrigliare per sempre un momento, un ricordo.
Un uomo e una donna. Ora abbracciati. Ora sorridenti. Ora mano nella mano. Quegli occhi. Io li conoscevo. La sartina non era una zitella come tutti avevamo sempre creduto. Aveva avuto un amore. Era stata felice.
La guardavo ma ero consapevole che mi avesse messo a parte di un segreto che rendeva due donne lontane per tempo, vicine per anima.
Non mi aveva fatto leggere le lettere. Quelle erano solo sue e non provavo risentimento, sapevo inconsciamente che fossi stata al posto suo neppure io avrei voluto profanato quel tempio.
– È triste il Natale, piccola mia, quando chi ami è lontano da te. Tutti i miei giorni di festa sono stati tristi perché non ho mai potuto avere accanto la persona che amavo.-
Ero una ragazza che sbocciava alla vita , non comprendevo il senso di un amore lontano che non poteva viversi. In me vi era la visione romantica della lotta per l’ Amore, le fatiche che venivano coronate da un Vissero Felici e Contenti.
Era stato il suo un amore clandestino sbocciato come quei fiori ostinati che scelgono le crepe delle strade , i buchi nel cemento, gli impervi dirupi di montagna, le lande desolate e i deserti senza vita. Era entrato prepotente e gagliardo infischiandosene dell’ epoca, dei pregiudizi, ed erano stati vittime sia pure essendone carnefici.
Tenevo fra le mani fredde il tè caldo che mi aveva preparato ed ero incredula per il privilegio di essere proprio io la destinataria di quella confessione. Tutti in paese avevamo sempre creduto che la sartina non avesse mai avuto una vita privata. Ma sapevo già dentro il mio cuore che non avrei mai tradito il suo segreto.
Fu lei a liberarmi dall’ impaccio. – Non temere bimba mia, non è un segreto. Lo sanno tutti ormai. È passato tanto tempo. Solo per me il ricordo è talmente ancora vivo da respirare il senso di quell’Amore. Ne ho vissuto le briciole, ma ogni piccola goccia di quel bene ha riempito la mia esistenza. Ogni sorriso che ho rubato al tempo è stato un gioiello che ho custodito gelosamente. Non poteva essere Luce ma è stata l’ ombra più luminosa che la Vita abbia mai conosciuto. E ho con me i ricordi. Sai , ragazzina, i ricordi sono come il sale. Devi saperli dosare. Ma quando hai bisogno di insaporirti la Vita, apri il cassetto e cercane uno che ti faccia stare bene. I ricordi ti faranno anche magari venire giù una lacrima. Ma quanto è bello potere dire : caspita, quel giorno sono stata proprio felice! I ricordi sono i tasti di un pianoforte, sono la musica che sai ricreare. Sono l’ imbastitura di un vestito. Puoi anche poi scegliere di cucirlo per danzare da sola.-
Le avevo lasciato i dolcetti. Era in compagnia quella sera di vigilia. In compagnia dei suoi ricordi e avrebbe danzato col suo vestito nuovo…da sola con i suoi gioielli.
La mia sartina non aveva mai cucito per se stessa il vestito più bello, quello che sognavano le principesse quando danzavano col principe azzurro nei saloni illuminati da mille cristalli, eppure nei suoi occhi grigi avevo visto , io che non lo conoscevo ancora, il vero amore. Quello che nasce e non sa morire mai.

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