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La scoperta del Giro

Con un improbabile vestitino Principe di Galles con fiocco davanti, scarpe con un accenno di tacco, una borsa con i manici rigidi prestata da mamma – i jeans non erano ancora entrati nel guardaroba delle ragazze – così abbigliata, mi accingevo, nel 1965, a seguire come “inviata speciale” una Tappa del Giro d’Italia. Ero risultata vincitrice di un Concorso indetto dal Corriere dello Sport, diretto da Antonio Ghirelli, che aveva chiesto ai suoi lettori più giovani di scrivere, per una nuova Rubrica dal titolo Forza Ragazzi, un testo dal tema “Il mio idolo. Perché”, riferito all’imminente 48° Giro d’Italia. Appena diciottenne, ero ancora in quella fase psicologica in cui vivevo nell’orbita di mio padre e tutto quello che interessava lui, giornale sportivo compreso, piaceva anche a me (la contestazione del “68” era ancora da venire). La risposta all’invito del Concorso si presentava come un allettante esercizio, visto che mi piaceva scrivere – tanto figurati se scelgono me – ed invece risultai vincitrice insieme ad altri 11 ragazzi con un testo su Vito Taccone, l’indomito e temperamentoso scalatore abruzzese.

Eccitata e timorosa, partii accompagnata da mio padre – le minorenni di allora non giravano sole – per seguire la tappa assegnatami: Rocca di Cambio – Benevento. Annunciata pomposamente la mia presenza al Giro da un telegramma di mio padre alla Pro-Loco, in cui si evidenziava il tifo per l’idolo locale Vito Taccone, io e papà prendemmo posto nel miglior albergo della cittadina e grande fu la mia sorpresa quando nella hall incontrai come ospiti anche Mike Bongiorno ed il Quartetto Cetra che seguivano il Giro, impegnati negli spettacoli serali allestiti nelle varie città toccate dalla Carovana. Non dormii molto quella notte e la mattina ci alzammo presto per poter raggiungere Rocca di Cambio, piccola stazione invernale, che in quel giorno di primavera pieno di sole, pullulava di biciclette, ciclisti, giornalisti, curiosi. Unica donna in un mondo di uomini, venni presa in cura da un accompagnatore del “Corriere”, Sergio Neri (solo in seguito seppi che era un grande giornalista e che la dedica che mi scrisse chiamandomi amica e collega, era veramente generosa!). Abbandonai così mio padre, che in tutta quella Carovana non trovò alcun passaggio (rigore, divieti, assicurazioni mancanti ed altra varia burocrazia …) e dovette affittare un Taxi per poter arrivare anche lui a Benevento, seguendo, a passo di ciclo, la “scopa”, l’ultima macchina della Carovana che raccoglie infortunati, sfiancati, rinunciatari …

Io invece partii, in una macchina nera completamente ricoperta dal Logo rosso del Corriere dello Sport, tra gli applausi della gente. Mi trovai seduta accanto ad un altro compagno di viaggio, un ragazzo giovane, un po’ più grande di me, molto affabile e simpatico che, smussando la mia timidezza, cominciò a parlare, a mettermi a mio agio, a farmi domande. La sua cordialità era tale che pian piano allentai la tensione e mi abbandonai alle impressioni sul viaggio, sul ciclismo, sulla fatica degli atleti, sul panorama montano, mi ricordo che arrivai finanche a parlare di D’Annunzio… Il suo nome era Cesare Lanza.

Il viaggio proseguì percorrendo esattamente tutto il percorso della Tappa, ma la nostra macchina era davanti ai ciclisti ed io non riuscii mai a vedere la corsa (per un attimo pensai ma non avrei seguito meglio in televisione …) solo un telefono collegato a viva voce dava, di tanto in tanto, notizie sull’andamento della Gara. Ci fermammo per un pranzo velocissimo in una trattoria tra le montagne, non ricordo se e cosa mangiai, ricordo solo che, da sola con tre uomini – l’altro era l’autista – mi vergognai di chiedere il bagno e ripartimmo subito senza che io potessi assolvere alla mia già urgente necessità. Arrivammo a Benevento e fui invitata a raggiungere la postazione RAI, da sola finalmente, stavo scoppiando! Girai non so quanti Bar con “bagno guasto” fino a quando riuscii a liberarmi fregandomene di un posto non proprio limpido. Rinfrancata, legittimata dal mio cartellino “STAMPA” appuntato sul petto, potei assistere all’arrivo dei ciclisti dalla Postazione sopraelevata della RAI davanti al Traguardo come una vera inviata, in mezzo a giornalisti famosi – ricordo Sergio Zavoli e Adriano De Zan – cronisti, operatori e due miss locali. Un attimo di euforia per la volata finale vinta da Dancelli (Taccone non solo non vinse la tappa ma quel giorno ebbe anche una certa defaillance), subito frenata dalla preoccupazione di dover correre in Sala Stampa per scrivere l’articolo. Cosa che feci.

Ricordo solo la grande aula di una scuola, piena di rumore per le tante macchine da scrivere già al lavoro, ora toccava a me. Cercando di riordinare le idee, battei sui tasti il mio “articolo”, modesto e molto poco tecnico che, anche con qualche taglio, comparve il giorno dopo sulla pagina del “Corriere” insieme ad una mia foto. Ebbi il mio quarto d’ora di celebrità tra parenti ed amici.
Ma la sorpresa più bella ci fu alla fine del Giro, quando l’articolo conclusivo sul 48° Giro d’Italia a firma di Cesare Lanza, uscì con un titolo a quattro colonne: LA SCOPERTA DEL GIRO. Leggendolo si affermava che l’idea di inviare ragazzi al seguito del Giro era stata vincente e di ognuno si elencavano caratteristiche e peculiarità, ma che era merito di – seguiva il mio nome e cognome – a cui si riconosceva “l’aristocratica sensibilità che caratterizza molte donne del Sud … la lieta sorpresa di osservazioni umane sulla corsa oltre che agonistiche”. Citazioni testuali.
Lusingata, decisi arbitrariamente che il titolo era dedicato a me e che La Scoperta del Giro ero io. Da quel momento m’innamorai in segreto di Cesare Lanza, di cui cominciai a cercare ed a leggere avidamente tutti gli articoli a sua firma su qualsiasi giornale venissero pubblicati e contemporaneamente m‘innamorai sempre di più del Ciclismo che non ho mai smesso di seguire.

Amo e frequento ancora la bicicletta anche se sono una signora agè. Nel cassetto dei ricordi conservo il blocchetto degli autografi: primo fra tutti quello di Eberardo Pavesi, storico ciclista e grande dirigente sportivo e poi di Taccone, Gimondi, Adorni, Dancelli … e l’augurio a firma di Cesare Lanza: “Alla migliore, futura collaboratrice di Forza Ragazzi”. Cosa che non avvenne, impelagandomi in altri e ben più modesti lidi lavorativi. Ma quel giorno al Giro d’Italia resta un ricordo emozionante per i tanti elementi che lo hanno caratterizzato: il successo, la novità, le celebrità, gli atleti, le lusinghe, l’innamoramento, ma soprattutto per mio padre, che non c’è più, ed il suo tenerissimo viaggio lumaca al mio seguito per le montagne d’Abruzzo.

Lo sport, anche quello non praticato, è capace di regalare ricordi indimenticabili.

nella foto: Vito Taccone

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Published inTempo libero

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