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La sirenetta

“L’ho vista! Te lo giuro. Io l’ho vista! Era bellissima!-

Don Mico, era un pescatore.

Uno di quelli fortunati. Aveva un suo piccolo peschereccio e a bordo ci salivano uno dei figli, compare Diego e il mozzo Michelino. Don era un titolo importante. Alle sue latitudini era il riconoscimento di una potestà. Non era uno ndranghitista, Don Mico e neppure un arciprete. Anzi, con i preti, lui che aveva preso la tessera del PCI non ci legava molto. Non mangiava i bambini , che tralaltro adorava, ma certe intemperanze clericali lo mandavano in escandescenza.

Lei era stata una delle poche donne ammesse a bordo di quella che lui chiamava ” reggia”‘-

Una sanzione amministrativa, una inottemperanza a uno dei mille cavilli delle norme burocratiche italiane. Avrebbero posto sotto fermo il ” vascello” del Capitano Mico. A chiamarla era stato il figlio. Ad andare in Studio non se ne parlava proprio. Lui, lontano dalle sue reti, dal profumo di nafta del suo scafo, dalla sua spiaggia, non sapeva stare. Lei non era una dalla “etichetta” facile e non era un problema raggiungere quello che sarebbe diventato un suo assistito e un amico carissimo. Quando si incontrarono la prima volta non ci avrebbero scommesso nessuno dei due. Lui vedendola con tubino nero e tacco 12 aveva creduto in una follia farsi aiutare da quella donna che aveva l’ardire di salire sulla sua ” Sirena” conciata come una star di Hollywood.

Lei non si sentiva a suo agio esaminata da quello sguardo truce e dubbioso da lupo di mare dinanzi a un cielo plumbeo messaggero di tempesta.

La guardava con ironia. Finché lei non tolse le scarpe e, con il fare più naturale del mondo, percorse la spiaggia, e , stringendogli vigorosamente la mano, salì sulla scaletta del cabinato.

Don Mico ammirò quella strana creatura e, ancora dubbioso, ma aperto al confronto, la seguì.

L’ambiente era angusto, spartano. L’olezzo non era Chanel n. 5 , ma lei, ben presto, si abituò all’odore.

Carte, documenti, permessi, licenze, tirò fuori l’uomo da un cassettino.
Meticolosamente ordinati. Orgoglioso glieli consegnò.

Lei li avrebbe esaminati e se ci fosse stato un solo cavillo lo avrebbe trovato per salvare la barca e l’attività di Don Mico.

Ricordava ancora il momento in cui, con fare solenne, con le scarpe in una mano e i piedi nudi infossati nella sabbia calda dell’estate, gli aveva detto: – Libera! Sirena è libera!-

Lui in uno slancio rarissimo che aveva lasciato i suoi uomini a bocca aperta, l’aveva abbracciata. I suoi occhi erano lucidi di inespressa ma tangibile gratitudine.

“Un goccetto ci vuole…” le aveva detto ,facendole l’occhiolino.

Di mattina ancora non aveva mai sperimentato la forza di un buon Cirò rosso sangue. Ma le sembrava scortese rifiutare l’invito. Così su una fresca tolda avevano brindato. Una strana coppia: un lupo di mare e una giovane donna in ghingheri, scalza e con i capelli in balìa di un vento capriccioso e salato.

Don Mico, quando aveva pesce buono la faceva chiamare dal figlio e capitava raramente che lei non potesse andare a trovarlo.

In quelle occasioni sedevano sul sedile della barca e, cullati dalle onde, chiacchieravano come due vecchi compagni di mare. Lui ci metteva la vita nel suo regno, lei i sogni su quelle onde.

Un giorno le aveva narrato una storia:

È accaduta davvero, credetemi. Mio figlio ha visto come ero bianco.”

Era l’alba. Eravamo in mare da due giorni e stavamo rientrando. Il mare ci aveva donato buoni frutti. Eravamo soddisfatti. Nella notte, però, si era ingrossato. Non prometteva nulla di buono.

Del mare ne parlava con amore e rispetto, come uno di famiglia. Un parente amato ma iracondo che occorreva non fare arrabbiare.

Era un’alba grigia, di attesa di un temporale, quando il vento chiama a raccolta le truppe e poi dice: e ora, scatenate l’inferno!

Non un’alba del sole che sorge dal mare, quella dai colori cangianti, quella che dice anche a un ateo: – qui c’è Dio-

Era una marcia trionfale di creature infernali, quelle provenienti da abissi insondati e da viscere malevole.

Lo scafo cominciava a sentire ai suoi fianchi i morsi di onde come dita adunche. Si piegava ai comandi di schiaffi improvvisi. Destra, sinistra. Si impennava e si abbassava. E i ritmi del cuore seguivano quell’adagio.

La costa non era lontana, con l’occhio della memoria ne intravvedeva gli scogli, sempre più vicini.

Era sul ponte a scrutare l’orizzonte, la sua incerata faceva scivolare le grosse gocce d’acqua che dal cielo andavano ad abbracciare le sorelle . Spruzzi di salmastro raggiungevano il suo volto. Teneva le mani saldamente strette al ferro che fungeva da balaustra da cui tante volte aveva trattenuto il fiato per lo spettacolo che Poseidone gli regalava. Ora una danza di delfini, ora un branco di tonni, ora le sardine a saltare inseguite da un predatore, fosse anche lui stesso, ora solo i colori di uno struggente tramonto.

Era lì. Le braccia tese verso di lui. Nel fragore delle onde a frangersi sul faraglione più lontano, lo chiamava. Si accendevano gli occhi di Don Mico nel raccontare.

Era bellissima.

Lunghi capelli neri scompigliati, le coprivano e scoprivano i seni che il mare, dispettoso, carezzava. La sua voce lo ammaliava, lo invitava, lo rendeva impavido e temerario.

Quello scoglio sembrava fosse nato con lei , adagiava le curve sinuose e la lunga coda verde, blu cobalto, pervinca, viola , sbatteva mollemente e sorniona come quella di un gatto mentre fa le fusa.

Si sentiva un Ulisse al contrario. Lui voleva seguire quella voce, voleva essere avvolto da quelle braccia, ambiva a perdersi dentro quello sguardo.

“Papà, entra in cabina!” la voce del figlio lo aveva riportato alla realtà del mare forza otto. Era pallidissimo. Non era una visione. Ne era sicuro. Era lucido anche se nessuno dei suoi compagni di viaggio aveva visto ciò che lui raccontava.

Aveva finito per credere a una allucinazione , ma in cuor suo sapeva che quella sirenetta era il dono che il mare gli voleva fare.

Erano passati anni. Don Mico aveva seguito la famiglia del figlio su, a Nord, in quella Lombardia che era meta di tanti meridionali che con la pesca non potevano sopravvivere più.

Lei lo aveva rivisto dopo qualche anno. La barca non c ‘era più, rottamata come i sogni di un uomo anziano estirpato dalle sue radici. Non era più un lupo di mare. Era Domenico che, poco più che ottantenne, aveva voluto rivedere i suoi spazi, il suo mondo.

Avevano passeggiato su quella spiaggia. Molte cose erano cambiate. Alcune no. I tacchi fra le mani di lei e il piccolo faraglione più lontano degli altri scogli, alcuni sommersi dall’acqua a ristabilire il suo dominio.

Lo aveva preso sottobraccio e in quello sguardo malinconico lei aveva colto il silenzioso addio che lui stava dando a tutto, lei inclusa.

Non avevano parlato molto. Ma il commiato era stato il solito rito: un bicchiere di vino alla salute.
Di chi? Non se lo ponevano il problema.

Don Mico è morto due giorni fa. In Lombardia. Crisi respiratoria. Il tampone: positivo al coronavirus.

Ha scelto di non farsi ricoverare in terapia intensiva. Un lupo di mare, in fondo solo un Uomo…
Stavolta non ha voluto rinunciare alla sua Sirenetta che lo chiamava, che da sempre lo attendeva.

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