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La storia di Natale Nero

CONCORSO LETTERARIO QUESTO NATALE 2020

Regolamento. Al termine della lettura della storia, puoi lasciare il tuo giudizio. Vince la storia che riceve più Like. Il concorso termina il giorno di Natale. Il vincitore sarà proclamato il 26 e riceverà in dono tre libri degli autori del Blog

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Fondai la brigata “Natale Nero” l’8 dicembre 1999.

All’epoca fingevo di laurearmi in filosofia con una tesi sul più pessimista filosofo della storia, Maria Emil Cioran, gnostico nichilista, e lavoravo al ristorante “La barchessa”, situata in un ridente paesino della bassa padovana che proprio da ridere non c’aveva una mazza, visto che nemmeno i tacchini dell’allevamento di fronte, oltre a puzzare e a schiamazzare, non ridevano mai e se ne capisce il motivo. L’8 dicembre di quell’anno c’era il banchetto dell’avis, dei cagacazzo terrificanti che si credevano tutti Briatore solo perché il pranzo era pagato dall’associazione.

Il rito di iniziazione fu semplice, breve e cristallino. Adunai tutti i camerieri con i quali solitamente lavoravo da quando avevo preso a dirigere i banchetti, mentre il Maitre di sala guidava i banchetti maggiori con un’altra compagine, in terrazza, dopo il cambio dei vestiti. Erano sei, con me sette, il numero della totalità, perfetto, dispari, maschile, così come mi aveva insegnato la lunga tradizione pitagorica. Alex, albanese e disoccupato, viveva col fratello Boris che faceva il muratore sui colli, Martina, la figa, studentessa di scienze politiche a vita, i professori le davano del tu e molti la pensavano ormai una collega, di Rovigo, Emma, divorziata, lasciata senza un soldo dal marito, commessa durante la settimana, di Chioggia, Riccardo detto Ricki, piccolo spacciatore nelle sere della settimana, amante della movida, a 30 anni non aveva un solo giorno di contributi versati, abitava un po’ dai genitori, un po’ dalla morosa, qualche sera in questura, era il più difficile da rintracciare. Marco, studente al primo anno di ingegneria, un cucciolo, innamorato cotto di Martina che lo schifava ad ogni sguardo e lo prendeva per il culo. In fine Aristide, il braccio armato del gruppo, due metri per 130 kili, una mano che difficilmente può essere una piuma, quasi sempre è fero e tanto e tutto insieme, cameriere professionista, l’unico tra noi, abitava a Verona. Ed io, che mi sono già presentato. Scrissi sull’avambraccio di ognuno dei miei soldati una A inscritta in un cerchio, con penna nera, la nostra fedeltà all’Anarchia. Declamai le regole del gruppo:

1 regola: non si parla mai della brigata Natale Nero
2 regola: non si parla mai della brigata Natale Nero
3 regola: il nostro compito è la rieducazione del genere umano
4 regola: la rieducazione passa attraverso la punizione
5 regola: il condannato è l’ilico, l’uomo che appartiene alla terra, l’uomo che deve accettare la sofferenza come unica via di salvezza, una salvezza comunque da sfigato, rispetto a noi pneumatici, ma è l’unica cosa a cui può aspirare.
6 regola: vietato farsi scrupoli per genere, razza, età, professione, religione, condizione socioeconomica, nazionalità, l’implacabilità della punizione deve sugellare ogni nostra azione senza nessuna discriminazione.

In noi l’aspirazione mistica e l’istanza rivoluzionaria agivano in maniera sincrona, come incarnate l’una nell’altra, eravamo la migliore umanità possibile da Bevilacqua a Punta Sabbioni.

Il termine brigata, oltre a definire perfettamente la natura del nostro legame, era, ed è, usato praticamente in tutti i ristoranti dagli addetti ai lavori. Un grande ristorante può avere contemporaneamente tre banchetti da 200 persone l’uno, sono quindi necessari dei gruppi che, per ovvi motivi, tendono ad essere fatti dalle stesse persone, guidate da il cameriere più anziano, mai da quello più bravo, il quale giustamente veniva puntualmente vessato e rimproverato per ogni disguido che capitava nel banchetto.

Terminata la breve cerimonia, anche perché i padroni già stavano ad urlare che non c’era nessuno in sala, prendemmo posizione nella nostra sala, sala Margherita, dal nome di una delle figlie del titolare, quella piccola e fetente che tutti noi odiavamo profondamente.

Quelli dell’avis arrivarono verso mezzogiorno e mezzo erano 230. 230 animali pronti a tutto pur di ingozzarsi come non ci fosse un domani. C’era mariti, convinti dalle mogli, che non mangiavano dal giorno prima, perché ad un pranzo gratis non i deve sprecare nemmeno una briciola di pane. Il Maitre, Carlo, un fighettino di Monselice, l’unico in regola in un ristorante da 600 posti, stava servendo con la sua brigata un pranzo di impiegati di banca. A noi ci avevano dato l’avis. L’antipasto fu bruciato, fummo costretti pure a fare parecchi bis di pancetta e polentina con funghi. Poi arrivò il bis di primi. Le caraffe di vino erano già state svuotate una volta, un gruppetto di tre suore stava finendo la seconda caraffa e non era ancora arrivato il primo. La sala pareva il mercato di Marrakesh, mai stato a Marrakesh, ma rende l’idea. Finalmente uscimmo in quattro con le pirofile piene di risotto, gli altri tre giravano per portare acqua e vino. Si andava veloci, eravamo i migliori, modestamente, mica come quelli di Carlo, che con la scusa del bon ton impiegavano quattro volte tanto a servire 150 clienti. Noi eravamo delle macchine da guerra, ci si affacciava alla sinistra del cliente, si urlava a voce alta e molto incazzata: risottoooooooooo! E si scaricavano due palate di risotto sul piatto del cliente, che stordito e però felice per l’arrivo del cibo ringraziava, a volte, non sempre, ma noi ce ne ricordavamo di quelli che non ringraziavano. Durante i banchetti ci sono le coppie, quelle che si amano davvero, che stanno tutto il tempo appiccicati come gramigne l’uno all’altro. Non si staccano mai. E la cosa ci creava dei grossi problemi. Ce n’era una, di giovani innamorati. Lei indossava un vestitino in tulle, che lasciava le spalle scoperto e le braccia, tutto nero, truccata un po’ da darkettona, lui aveva un maglioncino da impiegato del catasto, color cacchina invernale. Alex aveva finito il suo giro, Martina pure. Io stavo facendo il ripasso. Ricki si stava curando un vecchietto, il più simpatico, a cui i figli avevano detto di smettere di bere, Ricki gli portava bottiglie di coca cola da 33 cl piene di cabernet ed il vecchietto era sempre più contento.
Poi dal tavolo delle autorità, che poi che minchia di autorità devi essere per sedere al tavolo dell’avis non si sa, manco un dottore c’era, si sente “ehi, bel culo, ce n’è ancora di risotto?”. Marco e Aristite impallidirono, io mi girai verso l’autorità e fissai quello che doveva essere il capo di un’aziendina locale. Martina continuò come niente fosse, ma lui insistette: “ehi, bellezza, non mi hai sentito?”. Martina si girò, mostrò la pirofila vuota e fece cenno di tornare con un’altra piena.
Ci adunammo. “E’ davvero un cafone”, disse Aristide, “Gli spaccherei le rotule e gliele infilerei nel… “ disse Alex. Martina stava facendo il pieno di risotto. Era l’ultimo giro di risotto, quello di Martina, poi avremmo tirato su i piatti, quindi attendevamo Emma, riuniti nella saletta di servizio prima della sala da pranzo. Emma, mentre si scofanava un po’ di risotto, si illumiò, salì sulla cassa di acqua naturale rovesciata, per sembrare più alta del suo 1,60 e disse: “Ha una bella camicia, bianca con decorazioni floreali azzurre, un po’ da tossico di balera adriatica, però molto chiara e voi sapete che nel risotto ci sono olii e sughi recuperati da banchetto in banchetto risalendo al banchetto primordiale di cui tutti noi ormai abbiamo perso il ricordo. Era l’idea perfetta. Informammo Martina del progetto e lei acconsentì. La soave figura di Martina partì quindi dalla cucina, fece una s tra i tavoli che la illuminò come una tar di Hollywood e giunse alla tavoltà delle autorità. Passò tutti, uno per uno, qualcuno prese ancora, nonostante fosse la terza volta, qualcuno passò, arrivò quindi all’imprenditore condannato. Verso la prima cucchiaiata sul piatto, poi prese la seconda, molto più abbondante, la prese tenendo inclinata la pirofila, in modo che il sughetto liquido si raccogliesse tutto, vi mescolò una porzione di riso ancora bollente, tirò su il cucchiaio, dette un colpo col ginocchio alla sedia fingendo di averla urtata distrattamente, finse anche di cadere e lasciò scivolare una palata di risotto caldo sul petto dell’uomo. Ci furono due o tre secondi di silenzio, poi urlò ed iniziò a bestemmiare, dando una pessima immagine di sé a tutti gli astanti. Noi, vicini ai tavoli in fondo, sentimmo bene le voci di alcuni clienti: “vabbè, non ha mica fatto a posta, bestemmiare così è proprio da cafoni”. Martina si scusò, con la voce tremante, quasi piangeva, non riusciva a parlare, ripeteva al cliente “assicurazione, assicurazione, se vuole…” . L’uomo si commosse, più per il reggiseno a balconcino che Martina lasciava intravedere dalla camicia bianca che altro, e le disse di non preccuparsi. Martina, l’anno prima, aveva interpretato Lady Macbeth nella scuola di teatro che frequentava, talmente bene che il regista la volle alla sua prima. Nella sala di servizio Martina fu accolta con baci e abbracci, Marco le voleva baciare le scarpe e Martina gli diede un calcio negli stinchi. Alex la guardava orgoglioso e poi guardò me, strizzandomi l’occhio.

Natale Nero era solo all’inizio, ora sarebbe arrivato il Natale, quello vero.

Pubblicato inFantasy

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