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La storia più bella

Io pedalo, pedalo tanto, pedalo sempre.
Da quando sono andato in pensione, un mese fa, la bicicletta è il mio unico mezzo di trasporto. Perché fa bene, e lascia pensare, lentamente.
Oggi è venerdì, mi aspettano i ragazzi del Centro Sociale che settimanalmente recuperano frutta e verdura invenduta al mercato, e la regalano a chi nel quartiere non ce la fa. Dò una mano.
Saranno dieci chilometri, ho tempo per fare un pensiero lungo.
In testa ho la frase “… niente sarà più come prima”. Quante volte l’ho sentita? In quanti momenti diversi? Mi viene in mente l’11 settembre, la Seconda Guerra Mondiale.
So che non soltanto la realtà, neppure l’immaginazione sarà più la stessa.
Per sua natura l’immaginazione proietta le cose in avanti, la sfasatura può essere minima, producendo una distrazione, o massima, creando fantascienza. Resta comunque la necessità di spostare lo sguardo della mente.
Se la pandemia ha prodotto un danno nel fisico soltanto di chi ha contratto la malattia, il danno mentale ha colpito tutti. E proprio nella sfera della fantasia. È come un trauma.
Io l’ho sperimentato (difficile non sia capitato almeno una volta nella vita), e poi diventa davvero difficile, se non impossibile, progettare.
I piani a medio termine (figurarsi quelli a lungo) mi sembrano ipotesi ardite. Mi aspetto la scure dell’imprevisto. Il rapporto di probabilità si inverte. Immaginare le vacanze estive appare improvvisamente un rischio, non il minimo della fantasia.
Non mi rassicura affatto parlare di “ondate”: quando mai la marea si ferma? E nemmeno mi fa stare tranquillo numerare, datandoli, i virus: dunque c’è da aspettarsi il successivo nel conteggio?
È come se l’assenza di una spiegazione certa e confermata su quel che ha prodotto la pandemia avesse rotto un patto, quello tra causa ed effetto che regolava l’immaginazione prima ancora che la realtà. Perché io so bene cos’ha reso tale l’Uomo Ragno o perché il Joker è in cerca di vendetta.
In queste condizioni la fantasia va al trotto. Sosta a bivi del credibile.
In una fiction contemporanea andrà previsto il distanziamento sociale o gli amici si abbracceranno come un tempo? Il rapinatore porterà il passamontagna o l’Ffp3 con valvola? Come disegnare un aeroporto? E se mi spingo più avanti?
Secondo me fino a questo punto è stato usato uno stratagemma linguistico: il dramma che il virus ha messo in scena viene delimitato in quella che viene chiamata “zona”. Accadeva per la pandemia profetizzata del romanzo di Colson Whitehead Zona Uno, dove sopravvissuti e zombie si confrontavano a Manhattan. Accade a Cernobyl, nel raggio di 30 chilometri dall’ex centrale nucleare, in quella che viene chiamata “zona di alienazione” oggetto di escursioni di gruppi, reportage narrativi o romanzi. Ma non ci sono “zone” in una pandemia, tutti i destini sono collegati, occorre ridisegnare il mondo e non soltanto una sua parte (minoritaria o maggioritaria che sia).
È qui che vedo apparire, come dopo ogni disastro, una straordinaria opportunità: quella di portare l’immaginazione fuori dalla zona, dalla sua “comfort zone”, quella dell’arte o dello spettacolo. Si potrebbe realizzare l’auspicio del filosofo Herbert Marcuse, diventato slogan nel ’68 e abiurato, come l’eskimo.
Provo una grande rabbia quando penso che il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a sei mesi dal primo resoconto di polmonite a Wuhan, ha dichiarato “… nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare che il nuovo virus avrebbe gettato tanto scompiglio nel nostro mondo e nelle nostre vite”
Poi c’è stata anche la seconda ondata.
Perché?
Perché le leve del comando sono in mano a persone che trasformano il passato, gestiscono il presente e non hanno nessuna complicità con il futuro.
Sono capaci di confondere l’immaginazione con la stravaganza, i visionari con gli scemi del villaggio.
Sono giocatori di scacchi che reagiscono all’ultima mossa e non, come dovrebbero, alla sesta che verrà. Educati ad un’aritmetica dell’accumulazione, incapaci di un pensiero non lineare.
Sono convinto che il 2021 abbia invece bisogno di “regine degli scacchi”, di pensatori fuori da ogni scatola.
Come fare per individuarli, e per consegnare loro non la fiction, ma la realtà?

Sono arrivato davanti al cancello del Centro Sociale; è ancora chiuso, mi aspetta Lorenzo per aprire, dobbiamo sistemare i banchi per la distribuzione. Fuori dalle ringhiere cominciano ad assieparsi silenziosamente i nostri primi “clienti”. C’è anche Anna, un’anziana dai capelli bianchissimi che attende impaziente l’apertura per accaparrarsi i prodotti meno deteriorati. La settimana scorsa abbiamo chiacchierato un po’, e oggi mi chiama vicino e mi sussurra, in un dialetto scintillante “… dai, fin che spetemo contame calcossa …” (dai, mentre aspettiamo raccontami qualcosa).
Vorrei dirle “… contame ti, Anna …” (raccontami tu, Anna).
Perché la tua è senz’altro la storia più bella, e mi fai capire che il nostro raccontare e raccontarci è ancora una possibile via di salvezza per immaginare al meglio il 2022, e il 2023, e anche i seguenti.

Pubblicato inGenerale

2 Commenti

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Ho pedalato con te Ernesto, ho meditato e incontrato con te Anna. Grazie

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    I tuoi pensieri bui mi spaventano. Mi spaventano perché sono gli stessi che mi vengono in testa quando devo rispondere a qualsiasi domanda riguardi il futuro possibile, a breve o a medio a lungo termine (quest’ultimo non appare nemmeno possibile concettualmente)
    Non c’è luce, non c’è rimedio, c’è solo consolazione nel “fare”. Tu pedali, io raccolgo storie, tu fai il volontariato, io il babysitter. Oltre il valore intrinseco, opinabile perché soggettivo, non c’è una grande differenza.
    La cosa che più mi spaventa della situazione – una cosa alla quale non hai accennato – è che siamo rimasti a pensare ciascuno per sè: siamo “più” individui di prima. Non c’è un collettivo, perché non c’è un senso comune e andando avanti, ogni giorno di più, ci dividiamo anche nella percezione della paura: il giovane a differenza del vecchio, l’immuno-depresso dal normotipo e così via: monadi angosciate ma ognuna per sé. Le “regole” sono l’unico elemento unificante: la mascherina è il simbolo ricompositivo (apparente).
    Eravamo più coesi (“andrà tutto bene” come ricordi tu) a marzo dell’anno scorso.
    Che fare?
    Per quanto mi riguarda è: registrare, attraverso le pulsioni che vivono dentro le storie, quello che ci accade. Un “fare” che forse, chissà ? potrà servire ai nostri nipoti per ripercorrere le tracce di un mondo imploso.

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