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La zona di interesse. La Recensione

Questo film parla a me, parla a te che stai leggendo queste righe: vuole smuovere la nostra ignavia e ci chiede di scavalcare i muri dentro i quali abitiamo e andare a scoprire la verità.
La frase. La madre di Hedwig: “Hai deciso di prendere delle ebree in casa?” Hedwig “No, mamma. Gli ebrei sono al di là del muro. Ho preso due ragazze del villaggio”
Chi lo ha diretto. Jonathan Glazer, britannico, classe 1965. Conosciuto per videoclip di successo, ha realizzato quattro film prima di questo con il quale ha conquistato il Premio Oscar 2024 per il Miglior film straniero.
Di che parla. Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, e la moglie Hedwig vivono in una deliziosa villa, con giardino fiorito e piscina, con i loro cinque figli, conducendo la vita che hanno sognato fin da quando erano ragazzi. La casa è separata dal campo di sterminio solo da un muro. Lei si occupa di abbellire la casa, cura meticolosamente ogni pianta floreale, prepara dolci, dirige la “servitù”, verifica gli oggetti – indumenti, pellicce, pietre preziose – che arrivano nella loro dimora “dal campo”, appropriandosene o smistandoli alle amiche. Lui si dedica a razionalizzare ed efficientare lo smaltimento dei “carichi” che giungono al “campo” e nel tempo libero passeggia a cavallo o va in barca con i figli. Lo spettatore non vede mai nulla di quanto succede al di là del muro se non fumi e rare fiamme che escono da un camino. Lo spettatore sente, però, tutti i rumori che vengono da lì e può distinguere urla, pianti, gemiti, colpi di fucile, ordini e implorazioni. Il sonoro, che ha vinto l’Oscar 2024, fa il racconto del film. Tutti sappiamo quello che succede perché lo abbiamo visto in decine di film e documentari sulla Shoà: ma sentire ed immaginare quello che comunque si sa è molto più angosciante. Se il suono racconta, gli inserti improvvisi di un colore a tutto schermo – il rosso e il nero – ed il negativo di una bambina impegnata a nascondere cibo nella cenere “del campo” ci parlano degli stati d’animo e delle allucinazioni di Hoss e raccontano di una umanità che caparbiamente, sottotraccia, resiste all’annichilimento.
Cosa ne penso Lo ha detto lo stesso regista ricevendo l’Oscar: questo è un film sul presente, sulla disumanizzazione in atto, sulla non-volontà di vedere oltre il muro, da noi stessi innalzato, per mettere al riparo le nostre “zone di interesse”. Un film che parla di noi, quelli di noi pronti ad abbassare ancora più lo sguardo se serve per non vedere e sapere, quelli disposti a non fare domande, accontentandosi di una bugiarda verità di comodo, propinata al solo scopo di rassicurare della legittimità della nostra ignavia.
Parla di noi e ci prende a schiaffi: ma a sentire davvero gli schiaffi sono solo quelli fra noi che rimangono aggrappati ad una speranza di riscatto dell’Uomo.
A me ha fatto soffrire la sequenza durante la quale padrona e cameriere buttano sul tavolo gli indumenti venuti “da campo” e scelgono fra la biancheria intima senza porsi domande e con aria esperta. E mentalmente ho rivisto le foto – che riempiono i social – dei soldati dello stato occupante che si divertono a fotografarsi sfoggiando sottovesti, reggiseni, slip, vestiti da festa delle donne del popolo oppresso, con distaccato disprezzo.
Ed mi viene da pensare, quindi, che il breve scorcio, messo verso la fine del film, girato all’interno del museo della memoria spopolato di visitatori, che mostra le inservienti spazzare per terra, pulire i forni, lucidare i vetri dietro i quali sono mostrate migliaia di scarpe delle vittime di allora, è l’amara, finale costatazione del regista che la memoria, quella memoria, non è servita a salvarci dalla stessa identica disumanizzazione dei tanti coniugi Hoss di quel periodo storico.
Film da vedere, soprattutto da chi intende restare umano.
Nei cinema. Pier, marzo 2024
Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. Armando Staffa Armando Staffa

    Molto interessante, come sempre, spero vadano vedere il film e leggere quello che scritto anche tutti i negazionisti

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