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L’amore al tempo delle lotte

Lei indossava solo un paio di parigine rosso scuro. Era stesa su un letto antico, quello con i materassi alti e la spalliera in legno diritta. Aveva il capo poggiato sul cuscino con i capelli biondi lunghi e lisci che lo incorniciavano. Gli zigomi alti le strizzavano gli occhi verdi in un sorriso luccicante. Con una mano si accarezzava lentamente il corpo e quando scendeva molto in giù sorrideva allegra. Poi disse: “non ti viene voglia di fare niente?” con  tono canzonatorio.
Lui in piedi diritto accanto ai piedi del letto, immobile con la camicia aperta: capelli scuri riccioluti, un baffone quasi a coprirgli la bocca, con la faccia seria, le fossette sulle guance appena accennate con gli occhi verdi puntati sulla faccia di lei. Lei lo stava sfidando con quell’aria spensierata che lo aveva sedotto ma lui in quel momento voleva solo scappare via da quella casa antica, elegante, di Piazza San Domenico Maggiore a Napoli. Avrebbe voluto scappare gridando: hai sbagliato persona!

La stessa sensazione che provava tutte le volte che si accorgeva che le donne lo guardavano intensamente in assemblea, oppure gli lasciavano bigliettini con proposte di incontri (e ogni volta lui pensava che avessero sbagliato destinatario) o come quando quella compagna di Milano lo aveva affrontato alla fine di una riunione e gli aveva detto secca e senza nemmeno sorridere: “voglio fare un figlio con te”. E allora lui si circondava di un’aria seria e concentrata, non rideva mai nelle occasioni pubbliche, stava in piedi, in fondo, alto magro e con le braccia incociate. Lo chiamavano, per questo, il “tenebroso con gli occhi verdi”. Ma non c’era niente da fare. Tutto lo aveva preso alla sprovvista: la liberazione dei costumi, il sessantotto, le occupazioni in promiscuità, le assemblee con le donne che prendevano la parola, sorridenti o incazzate ma in ogni caso vissute da lui come appartenenti ad un mondo sconosciuto, affascinantissimo ma pericolose per lui.

Tutto questo era stato per lui come una promessa mancata. Guardava gli altri e si sentiva come in quella canzone di Battisti:  “restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli. Poi sconfitto tornavo a giocar con la mente e i suoi tarli.”

Avrebbe sofferto per tutta la vita della “sindrome dell’impostore”.

Ma al tempo delle lotte l’amore era negli occhi delle persone. La certezza di un mondo migliore a portata di mano spingeva tutti, chi più e chi meno, alla rottura di tutto “quello che c’era prima” in famiglia, nel privato, nella coppia e alla ricerca di strade nuove nelle relazioni e di esperienze di libertà.  Curiosità, ottimismo e leggerezza rendevano indimenticabili tutti gli incontri nuovi.

La scenografia valeva da sola il brivido dell’emozione. Con la donna-che-indossava-le-parigine si erano desiderati durante il corteo ad un anno dal terremoto del 1980. Una marea di persone di sera; le file strette e nelle file le mani agganciate le une alle altre. Ad un certo punto si erano trovati mano nella mano; fino ad allora si conoscevano e si frequentavano insieme ai rispettivi partner, i figli andavano nello stesso asilo alternativo. Ma in quel momento, in quel corteo, scattò la scintilla che poi li portò in quel letto di legno antico a San Domenico Maggiore.

Ma da quel punto in poi, dopo la scintilla e i primi incontri, l’amore al tempo delle lotte era così diverso dall’amore di sempre? No.

Anche in quella storia ci fu il tradimento e ci fu il perdono. Ci fu la voglia di tenere tutto – come vogliono tutti gli amanti di ogni epoca – partner, figli, vita scandita da abitudini rassicuranti. E il brivido del sesso rubato al tempo ordinario, fatto a qualsiasi ora e dovunque e, quindi, ci fu il sotterfugio. Ci fu chi non voleva vedere e non vide per dieci anni. E ci fu chi capiva e soffriva in silenzio. Ci furono i viaggi rubati. Il sesso in macchina con i giornali sui finestrini e la paura ogni volta – e quella volta il terrore, quando a lei, nel piacere, le uscì il sangue dal naso a fiotti e lui ci mise la camicia e “adesso che si fa?” “come torniamo a casa?” “questo è proprio un casino!”

Cose viste e riviste nei film, nei romanzi e nelle confidenze di tanti negli anni successivi.

Ma non è vero – è un grande inganno – che si può tenere tutto insieme senza scegliere; perché, anche se fai finta di non saperlo, la scelta non è fra questa o quella vita, fra quello o quell’altro partner, la scelta è se vuoi vivere per intero o vivere frammenti di vita, pezzi di uno specchio di quello che potrebbe essere ma non è mai.

Quella storia del bel tenebroso in cerca di conferme e della donna-che-indossava-le parigine finì: lei fece un figlio con il marito, lui continuò a cercare chi gli avrebbe fatto dimenticare i suoi tarli e fatto diventare “come tutti”.

Finirono anche le lotte – in realtà erano già finite da un pezzo – solo che se ne prese atto in ritardo.

Vista da un’altra prospettiva: lei si fermò, si arrese all’impossibilità di vivere un amore pulsante di passione calato nella vita di tutti i giorni, fra i piatti da lavare, le commissioni, la noia e l’insopportabilità delle stesse parole pronunciate ogni giorno. Lui continuò a farsi guidare dall’irrequietezza e a cercare l’Amore – quello di cui parlano i libri e gli psicanalisti in tivù- che gli regalasse la gioia di stare con se stesso, come essere completo, risolto, in grado di vivere la felicità insieme a un Altro non più nemico ma compagno di tutti i giorni.

E poi lo trovò: l’Amore.

E capì che la cosa che fa più paura alle persone è la felicità: abbandonarsi all’amore che ti riempie ogni parte di te e ti fa sentire l’imperatore della Cina e che ti fa svegliare tutte le mattine ringraziando il Signore di avertela data, insomma: la felicità, può finire, da un momento all’altro, per milioni di ragioni imprevedibili dalle quali non esiste riparo. Hai tutto e puoi perdere tutto.

Questa è la scommessa e chi ti dice che ha trovato la soluzione di “tenere insieme tutto” si sta imbrogliando. Bisogna scegliere, saper rischiare, attraversare il dolore quando serve, tremare di paura e farti scoppiare il cuore dalla gioia.

Ha trovato tutto. Quando meno se lo poteva aspettare: quando gli occhi verdi erano nascosti dagli occhiali da vista, i riccioli scomparsi, i capelli diradati, le fossette incorniciate dalle rughe, il corpo appesantito e la “sindrome dell’impostore” sempre al suo posto.

Ma stavolta era tutto così impossibile da crederci – che fosse tutto vero: che quella donna bellissima e giovanissima, cazzuta e determinata avesse voluto proprio lui e per sempre –  che quando quella paura antica di essere solo un impostore faceva capolino sussurrando “vedrai che si accorgerà che sei tutto un bluff” lui sapeva rispondere “lasciami sprofondare nella felicità”.

Non so cosa lei abbia trovato in lui e se quella cosa che ha pensato di trovare c’è davvero o è solo una sua illusione. Lui ha poco tempo per pensarci, la vita è adesso.

(l’immagine è tratta dal film “Mio fratello è figlio unico”

Pubblicato inAmore

3 Commenti

  1. Gesumino Schiano Gesumino Schiano

    Intensamente scritto. Altrettanto intensamente colpisce chi legge facendogli battere il cuore come se stesse a sua volta vivendo ansie paure e speranze.
    Bellissimo

  2. Rita Maria Orlando-Rylko Rita Maria Orlando-Rylko

    Come si fa a non tornare indietro nel tempo e desiderare ancora quei momenti là, quelle sensazioni totalizzanti, piene di vita e di coraggio….Ho rivisto luoghi, persone, situazioni. La bellezza di un racconto vero e intenso è proprio tutto qui: evoca, evidenzia, riporta ma anche rinnova o apre la mente al valore importante, quello che tutto ingloba e ti fa felice.

  3. Giuseppe Carofalo Giuseppe Carofalo

    Bellissima dichiarazione d’amore!

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