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L’angolo dove non c’è Paradiso!

Firenze è custode di mille piccole e grandi curiosità.
Sembra quasi che da Piazza San Giovanni si dipani una sorta di caccia al tesoro della cultura; tanti piccoli elementi da scoprire, inanellati gli uni agli altri, storie sui casati, sulle famiglie che hanno tenuto alto il nome della nostra città e hanno contribuito a renderla così preziosa.
Ed oggi, appunto, vorrei parlarvi proprio di una di queste: in realtà, buona parte del popolo fiorentino ne ha declassato il cognome a sinonimo di stoltezza ma le cose non stanno esattamente così!
Ebbene cari amici, supponiamo di trovarci ancora una volta in Piazza del Duomo: immaginiamo di attraversarla e di fermarci all’incrocio con Via dell’Oriuolo.
Qui, all’angolo del bel palazzo edificato nel XVII secolo dall’architetto Gherardo Silvano, per ordine della famiglia Guadagni, è presente una lapide in cui sono scolpite queste parole: «Canto dei Bischeri»
Qualcuno si è mai rivolto a voi, dandovi del Bischero?
A Firenze, bischero ha un determinato significato: forse nel resto d’Italia non è una parola di uso comune ma nella nostra città, se un fiorentino vi dice «oh! bischero!» significa che ti sta appellando come persona non capace di fare i suoi interessi, in altri termini ti sta dando dell’ ingenuo, considerandoti una persona poco furba.
Non offendetevi però: per tutti noi esso rappresenta un’intercalare faceto, a mezza strada fra l’offesa e la burla.
Del resto, come affermava Curzio Malaparte: «I fiorentini sono l’unico popolo sulla terra ad avere il cielo negli occhi e l’inferno in bocca»!
La definizione di bischero si è insinuata in molti dei nostri modi di dire.
E’ sovente sentire: «Oh! che sei bischero!» ad indicare l’ingenuità nel gestire i propri interessi da parte dell’interlocutore oppure, se c’è molta confidenza, addirittura un «Vaia bischerone!»
A giro per la città, si sente spesso l’esclamazione: «Pe’ bischeri non c’è paradiso», nel senso che questo genere di persone non trova mai pace, oppure anche «Tre volte bono vol di’bischero!» a significare che, ad essere troppo buoni, si passa da poco furbi: o ancora «Tra bischeri s’annusano» a significare che, i poco furbi si ritrovano assieme; di nuovo «Andare a bischero sciolto» cioè comportarsi stupidamente senza ragione ed infine, per concludere questa nostra bella carrellata di definizioni pressoché goliardiche: «Per i’ malato c’è la china ma pè i’ bischero un c’è medicina! » a significare che se uno l’è bischero, lo è per tutta la vita!
Ma adesso torniamo alla nostra storia: la parola bischero deriva invece, diversamente da come si sarebbe indotti a pensare, dal cognome di una prestigiosa famiglia fiorentina.
I Bischeri ebbero una notevole importanza economica e politica nella Firenze medievale.
Fin dalla metà del 1200 si imposero economicamente sia come mercanti che come possidenti: inoltre ricoprirono varie cariche pubbliche e religiose infatti annoverarono ben 15 priorati e due Gonfalonieri di Giustizia.
La famiglia Bischeri aveva propria dimora e molte proprietà nella zona tra Piazza del Duomo e Via dell’Oriuolo, il cui canto (ovvero angolo), si chiama appunto Canto dei Bischeri.

E dunque, per quale ragione il cognome Bischeri è diventato oggetto di scherno e poi parola di uso comune nell’intercalare fiorentino?
Ebbene: intorno al 1294, la Repubblica Fiorentina avviò un progetto mastodontico, la costruzione del Duomo.
L’antica cattedrale dedicata a Santa Reparata era divenuta troppo piccola rispetto alla città di Firenze e la Signoria desiderava sostituirla con qualcosa che la rappresentasse degnamente.
Per realizzare l’ambizioso progetto, era necessario liberare l’area dalle costruzioni limitrofe presenti, pertanto tutte le costruzioni intorno all’antica cattedrale dovevano essere acquisite dall’amministrazione.
Molte di queste proprietà appartenevano alla famiglia Bischeri la quale, visto l’aumento di valore dell’area, rifiutò l’offerta di denaro della Signoria più volte.
Si racconta che, a forza di tirare sul prezzo, i Bischeri fecero perdere la pazienza al governo fiorentino al punto tale da giungere alla conclusione di modificare il progetto stesso al fine di tagliare fuori le loro proprietà: pertanto, l’area oggetto di intervento, venne ridimensionata e modificata di modo da escludere molti terreni della famiglia.
L’amministrazione pubblica, non paga, decise anche di espropriargli le poche proprietà rimanenti, pagandole con pochi fiorini d’indennizzo.
Si dice anche che talune di queste abitazioni furono distrutte da un incendio, magari non del tutto naturale: questo però non è mai stato chiarito, anche se il sospetto è sempre stato forte.
A questi eventi, ovviamente, seguì il tracollo finanziario della famiglia Bischeri ed, ancora peggio, il cognome Bischeri divenne oggetto di scherno e derisione da parte del popolo.
La batosta fu talmente forte che la famiglia Bischeri abbandonò Firenze, trasferendosi prima in Romagna e poi in Francia, dove fece nuovamente fortuna. L’orgoglio familiare era talmente radicato che, 200 anni dopo, gli eredi decisero di rientrare in Firenze ma non prima di aver cambiato il loro cognome da Bischeri in Guadagni (cognome scelto probabilmente a dimostrazione del loro nuovo successo economico, ottenuto con considerevoli guadagni fatti in monete)!
Caparbiamente, vollero addirittura prendere la residenza nel medesimo palazzo che era appartenuto ai loro antenati, ovvero presso Palazzo Guadagni.
Ma il popolo fiorentino, si sa, è spesso irriverente e burlone e raramente dimentica gli aneddoti legati alla sua storia ed alla sua tradizione: ecco perché sull’angolo destro del fabbricato, volle affiggere una bella lapide recante scritto, inesorabilmente, quello che era e rimaneva per tutti: «Il Canto dei Bischeri»!

Da “Per Le Antiche Strade di Firenze” di Barbara Chiarini, Edizioni Masso delle Fate, Firenze novembre 2020.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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