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Le forme dell’amore

“…sentì il pene ergersi contro di lei con muta, stupefacente forza e autorevolezza.

Gli si abbandonò. Cedette con un brivido che somigliava alla morte.

Gli si offerse tutta…e la penetrò con una strana, lenta cadenza di pace e di una ponderosa, primordiale tenerezza…”.

David Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley

 

Perché accettai di farmi legare? Potrei rispondere perché Lui poteva tutto. Con me e su di me. Ma mentirei, sapendo di mentire.

Cominciò così.

Ero di fronte alla porta di quell’albergo con la terrazza che affacciava sui treni di quella città del Nord dove Lui lavorava.

Era notte. Di un inverno non particolarmente freddo. Di un anno che avrebbe segnato la mia vita per sempre.

Indossavo solo tre cose.

Un paio di scarpe nero lucido con tacco 10.

Una maschera che avevo scelto con molto cura (da quell’inverno cominciai a frequentare negozi sempre più sofisticati di accessori per il sesso) nel negozio di Venezia che aveva fornito Kubrick per le scene di Eyes Wide Shut.

Un mini slip con due nastri di seta nera che lo tenevano legato sui miei fianchi.

Avevo i capezzoli irti e rigidi ed il respiro corto. Emozionata. Aspettavo di sentire le sue nocche bussare piano alla porta, io l’avrei socchiusa e lui avrebbe visto il mio corpo illuminato dalle candele che avevo seminato per tutta la stanza.

E sarebbe impazzito. Avrei letto nei suoi occhi l’emozione e la gioia del bambino che sostava sulla porta del Luna Park.

Il desiderio dell’uomo sarebbe venuto alla luce dopo. Dopo avermi guardato a lungo, dopo essersi seduto, vestito, sulla sponda del letto ed avermi fatto camminare per la stanza. Diceva che il rumore dei tacchi ed il mio corpo che avanzava sicuro, senza ondeggiamenti nella stanza lo faceva andare fuori di testa.

Ma rimaneva lì a guardarmi. Aspettava che lo spogliassi. E lo facevo. Lentamente. Prima inginocchiandomi. Scarpe, calzini, pantaloni. Poi lo prendevo per mano e mi alzavo con lui, gli slacciavo il cappotto e lo toglievo insieme alla giacca.  Le mie dita diventavano frenetiche, lo volevo nudo, lo volevo leccare tutto e sentire la sua strana eccitazione montare piano, quasi con un voluto e preordinato distacco.

Sapevo di essere bella: la mia pelle è di seta, ho i seni a goccia, i capezzoli grandi e ben disegnati, le cosce diritte e tornite, il culo alto, i capelli poggiati sulle spalle ed una ciocca che quando sono sudata mi cade sugli occhi.

Ma dal primo momento in cui lo avevo visto, pochi mesi prima, sapevo che Lui era attratto dal mio viso, dalla perfezione dei miei tratti, dai miei occhi e dal naso diritto che si affacciava su una bocca grande, voluttuosa e morbida.

Quando era nudo si metteva a guardarmi. Sopra di me, mi faceva girare la faccia da una parte e dall’altra, ripetendomi: “non puoi essere vera!”

Non sapeva baciare. Ci siamo baciati pochissimo, sempre.

E poi cominciava il suo strusciarsi su di me, senza prendermi. Sembrava volesse consumarmi la pelle. Lo sentivo eccitato. Lo sentivo sudare.

Dopo un tempo che mi sembrava ogni volta interminabile, mi penetrava in modo secco, perentorio mentre mi abbracciava con una passione tenera, quasi infantile – sembrava aggrappato al mio corpo come un naufrago in un mare oscuro – e dopo qualche colpo vibrato con decisione, si staccava e mi baciava ovunque, descrivendomi quello che su cui si posava: “i tuoi capezzoli sono come datteri” “Lei ha il sapore di confettura di fragola” e poi riprendeva ad andare avanti e indietro dentro di me, a lungo.

Per ore.

Non cercava di godere. Ogni tanto si alzava per guardarmi nuda sul letto, sudata, stravolta dall’eccitazione. Come incuriosito osservava ogni particolare del mio corpo, come un etnologo farebbe con la sua farfalla preferita.

Il sesso per Lui era un lungo atto teatrale. Parlava con la voce arrochita, mi faceva domande sulle mie intimità e tutto di un tratto tornava a prendermi.

Non li contavo più i miei orgasmi.

Poi, quella sera, prese la sua cravatta e senza chiedere mi bendò. Lo sentii in piedi cercare qualcosa per la stanza. La cinta. Con gesti rapidi mi incrociò i polsi e li strinse alla spalliera del letto.

Mi lasciai andare senza chiedere e senza domandarmi nulla. Abbandonata ed in sua balia sentii che quello poteva essere il mio posto dell’anima. Non c’era nulla nello spazio e nel tempo: né intorno, né prima né dopo.

Qualche mese dopo, in estate, ci fu l’iniziazione.

Una notte in un posto magico e indimenticabile, mii legò i polsi alla grata della finestra. Era caldo, ero nuda e la brezza mi scivolava addosso.

In punta di piedi con i capezzoli che sfioravano la grata, Lui mi osservava e sentivo il suo respiro sempre più corto.

Così appesa ad una corda, una notte d’estate, si consumò il passaggio, violai quel confine che non avrei mai pensato di poter attraversare.

Cominciò a battermi le natiche con colpi secchi, distanziati l’uno dall’altro. Smetteva e si chinava su di me, seguendo le tracce rosso fuoco sulla mia pelle. Incredula sentivo scorrere i miei umori intimi giù per le cosce. Ad un certo punto mi bendò. Sentii invadermi da una paura mista ad eccitata curiosità. Sentii che si avvicinava: mi fece scendere gocce di cera bollente dalle spalle fino alle natiche.

Non sentii dolore. Solo una travolgente voglia di essere scopata, leccata, consumata da lui fino a svenirne.

Per i mesi che seguirono mi occupai solo di alimentare la sua fantasia e la sua voglia di me. Non avevo nessuna inibizione ad entrare nei sexy shop a scegliere completi di latex o strumenti per il sesso estremo o sex toys.

Diventai la padrona di ogni più recondito spazio delle sue fantasie erotiche.

“La stanza dei giochi” divenne la tana dove “si fermava il tempo”, sebbene il tempo fra noi fosse sempre popolato di viaggi, di film, di teatro, di allegria, luce e tenerezza. Era lì che lui si consegnava a me, nella nudità del suo essere profondamente infantile ed impaurito dallo scorrere del tempo.

Sono passati tanti anni da allora, da quella stagione del nostro amore. Ne sono seguite altre, molte altre.

Della “stanza dei giochi” è rimasto un rito: una valigia che si apre e candele che si accendono, per sussurrare “non avere paura, sono io, sono qui”. Una promessa di assoluto e di un “per sempre” che può vivere in tutte le forme dell’amore.

Questa è la mia storia, quella che non racconto nei salotti abitati dal conformismo e dai luoghi comuni. Una storia vera: una storia d’Amore.

nell’immagine: Corinne Clery nel film Histoire d’O dal romanzo omonimo di Dominique Aury

 

 

 

Pubblicato inDonne

2 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    una storia travolgente, da sogno: un amore impossibile…

  2. Una storia che lascia senza fiato, guidandoti nelle vie del piacere, complimenti Connie

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