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Le nudità della metafora

Lo chiamo il “mio piccolino” questo super pc portatile, che in ogni dove mi accompagna e mi assiste.
In qualunque momento posso prendere appunti, registrare pensieri, scrivere.
Diverse sono le metafore per descrivere i brandelli della mia esistenza.
Il traslato, infatti, è la parte sognante del mio linguaggio, quella che addentra e addenta l’intimità, e svuota i cestini pieni quando il superfluo diventa ostacolo e sbarra.
A me piace particolarmente il campo semantico dell’acqua per rimuovere le pagliuzze che impediscono la fuoriuscita dell’inutile, o dell’impedimento.
Acqua corrente, che deterge e deodora, che trasporta il marciume per lasciare spazio alla nettezza. Acqua del mare, dove bagnarsi e risanare ferite.
Acqua e comunque acqua, dove annegare e rinascere.
Ma le bellezze della terra, radicate e carnificate, fanno da contrappeso: retroguardia di una possibile deriva. Sono la mia solidità.
Mi nutro quindi della vita, in tutte le sue forme, esprimendo il desiderio di appartenervi, attraverso un viaggio figurato ricco di emozioni e di immagini proibite e recondite, di sfumature altrimenti taciute, di prove altrove non riconosciute.
Proprio grazie a queste parole filtrate non esistono filtri: mi muovo senza maschere nell’universo della mia essenza e della mia unicità.
Non potrei essere come sono nella nudità della realtà, nell’elenco schietto e sincero della concretezza.
I miei sentimenti non sarebbero trasferibili se non fossero opportunamente sgranati, e raccolti: quando scrivo è il tempo della mietitura, della scrematura. E’ il tempo della maturazione, non più dell’osservazione.
Convoglio le mie forze, per dirigerle verso un bacino più largo, pronto a lasciare la terraferma.

Immagine tratta dal web.

Pubblicato inGenerale

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