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Le parole del Pischello

Il posto era piccolo, una porta con la tenda di plastica a strisce colorate, nessuna insegna solo la scritta “Trattoria”. Il proprietario era il “Sor Augusto”.

Per noi diventò un’abitudine dire “andiamo a mangiare dallo Zozzone”.

In effetti il posto non brillava di pulizia, ma cucinavano dei buonissimi rigatoni al sugo e questo ci bastava per preferirla alle altre della zona. C’erano pochi tavoli, una trentina di coperti che con un po’ di buona volontà potevano diventare anche quaranta. Era sempre piena, evidentemente molti la pensavano come noi. I clienti erano sempre disponibili a far posto nel loro tavolo ad altri avventori in attesa di mangiare.

Quel giorno Gino mi aveva dato appuntamento lì per pranzo avvisandomi che ci avrebbe raggiunto un suo vecchio amico, il Pischello.
Entrai e il contrasto tra luce esterna e il fumo delle sigarette non mi fece vedere subito Gino. Un braccio alzato attirò la mia attenzione stava lì con il suo amico insieme a due persone in tuta.

«Ecco Marcello, il figlio di Leda» disse Gino quando li raggiunsi al tavolo.
«Piacere, Franco» fece l’amico, con il tono poco convinto di chi sapeva che il proprio nome da tempo era stato sostituito dal soprannome.
Ne avevo già sentito parlare per una curiosità: era un amico d’infanzia di Gino e di mia madre, che però non ricordavano di essersi mai incontrati da piccoli.

Una volta Gino mi aveva mostrato la cicatrice che aveva sulla mano destra, raccontandomi di quando negli anni quaranta lui e il Pischello avevano rischiato la pelle trafugando generi alimentari dai magazzini dei tedeschi. Erano stati sorpresi e un tedesco aveva sparato colpendolo alla mano che era stata trapassata da un proiettile.

«Ciao» risposi intimidito,
Notai subito le unghie lunghissime dei due mignoli che raggiungevano la lunghezza degli anulari.
Di certo tutto sembrava tranne che un “pischello”. Dimostrava più anni di Gino, aveva i capelli grigi, era magro con grosse borse sotto gli occhi, il volto lungo e scavato. Era vestito in giacca e cravatta, ma la camicia doveva essere più grande di almeno due taglie.

Intanto i due tizi in tuta finirono di mangiare e il sor Augusto, come suo solito, fece il conto segnandolo sulla tovaglia di carta con una matita che portava sempre sopra l’orecchio destro.
Ordinammo il nostro pranzo e nell’attesa di essere serviti Gino e il Pischello iniziarono a scherzare ricordando le storie del passato.
Sorridendo Gino gli chiese: «Com’è andato il lavoro oggi?».
«Bene!» ridacchiò il Pischello.
A quel punto mi sembrò normale chiedergli che lavoro facesse. Mi guardò stupito e iniziarono entrambi a ridere.
«La guida turistica!» disse Gino e il riso aumentò fino alle lacrime.
Arrivarono i piatti ordinati e mentre mangiava il Pischello mi disse:
«Sai che somigli tanto a tua madre?».
E, prima che io potessi rispondere qualcosa, proseguì «La conosco da quando ero piccolo, quant’era bella! E quanto lo è ancora, mortacci!».

Queste parole mi turbarono. Non sapevo perché, ma qualsiasi complimento riferito a mia madre mi dava fastidio. Non dissi nulla e mi chinai sul piatto di rigatoni al sugo. «Conosco pure tua nonna, era amica di mia madre. A Torpignattara eravamo vicini di casa».
«Adesso loro stanno lì, dalla Sora Maria» disse Gino.
«Che tipo! Me la ricordo» fece il Pischello rivolto a Gino «Una volta mi ha tirato uno scarpone per mandarmi via da sotto casa sua perché facevo rumore. Meno male che non m’ha preso!». Doveva essere vero perché mia nonna quando si arrabbiava aveva il vizio di scagliare contro chiunque quello che aveva sottomano.

Finimmo di mangiare e nell’attesa che il sor Augusto ci portasse il conto, Gino si alzò per andare a parlare con un suo cliente seduto a un tavolo vicino.
Io e il Pischello restammo in silenzio per un po’, poi lui guardando Gino e attento a non farsi sentire mi disse «Ma come fa Leda a stare con un tipo come Gino?» e senza guardarmi proseguì «di’ a tua madre di lasciarlo stare. Gino non fa per lei!».

Pensai “Bell’amico! Perchè dice queste cose su di lui? Che devo fare adesso? Magari questo è matto!”. Rimasi interdetto, non risposi, ero confuso e di malumore.
Quando Gino tornò al nostro tavolo, se ne accorse.
«A Marce’ che hai fatto? Ti ha fatto male qualcosa?».
«No, no … sto bene».
Arrivò il conto e il Pischello si affannò per pagare «Oggi il “lavoro” è andato bene, pago io!» e i due ripresero a ridere.
Io intanto ripensavo a quanto mi era stato detto poco prima in dubbio se parlarne o no con Gino. Decisi di tacere, di tenere tutto per me, di non parlarne neanche con mia madre.

Uscimmo dalla trattoria e il Pischello ci salutò. Doveva tornare a Napoli e il treno stava per partire.
Gino ed io ci avviammo verso via Magna Grecia e pensai che in fondo quella frase detta dal Pischello poteva essere una stupidaggine, una sua idea dettata magari dall’invidia.

Chiesi a Gino: «Fa veramente la guida turistica?».

«Macché! Va sugli autobus» e ridendo fece un gesto con la mano destra ruotando le dita «Ruba portafogli! E’ molto bravo, lo chiamano anche Manina d’oro. Riesce a sfilare i portafogli dai pantaloni o dalle borsette senza che i derubati se ne accorgano. Ha una tecnica particolare, va sempre con un compare, che all’occorrenza si spaccia per un poliziotto in borghese. Se il Pischello viene scoperto…».

«… e che fa?».
«… come che fa! Il compare fa vedere un finto tesserino e dice che ci pensa lui a portarlo in caserma. Così se ne vanno indisturbati! Di solito lo fanno nell’orario di punta, quando c’è più gente. Adesso vive a Napoli, lavora lì, ma ogni tanto viene a Roma a “lavorare” sulla circolare rossa o sul quattordici. Prima lì in trattoria non ne potevamo parlare ma oggi deve essergli andata proprio bene, hai visto che portafoglio gonfio che aveva?».
«…e come mai ora sta a Napoli?».
«Qualche anno fa ha commesso un grave errore, ha fatto uno sgarbo a un capobanda del Quadraro. L’hanno riempito di botte, com’è ridotto poveraccio! Non può farsi vedere a Roma, se lo trovano non lo fanno più rialzare. Ogni tanto però ritorna, qui ci sono più soldi!».

Era l’unico lavoro che “il Pischello” sapeva fare, ma non lo fece ancora per molto tempo! Fu “suicidato” nel carcere di Regina Coeli, evidentemente il capobanda del Quadraro aveva mantenuto la promessa!

L’unione tra mia madre e Gino durò molti anni.

Furono anni difficili per i continui tradimenti di Gino e le fughe di mia madre.

Ogni volta mi tornavano in mente le parole che il Pischello mi aveva sussurrato furtivamente in quella trattoria!

E se avesse avuto ragione lui!

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