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LE TETTE

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Io ho scoperto di amare il cinema nel 1973, quando uscì Amarcord di Fellini.
Avevo sedici anni e il film mi regalò, tra l’altro, lo stupore eccitante della strepitosa, straripante Maria Antonietta Beluzzi, la tabaccaia.
Capii che Fellini era il mio regista, e capii anche di avere una predilezione sconfinata per le tette oversize. Da quel momento iniziai a cercare tutte le numerosissime conturbanti apparizioni di donne in carne nei film del riminese, autore di invenzioni divenute archetipi indimenticabili: la Saraghina di “8 e ½”, Sylvia di “La Dolce Vita” e de “Le Tentazioni del Dottor Antonio”, la divina Susy di “Giulietta degli Spiriti”, la Maga Enotea di “Satyricon”, la Gradisca di “Amarcord”, la Gigantessa e la Bambola Meccanica di “Casanova”, la femmina Mongolfiera di “La Città delle Donne”, fino alla Marisa, la sposa smaniosa dell’ultimo film “La Voce della Luna”, che si trasforma a vista in Vaporiera facendo letteralmente ‘deragliare’ il maritino inadeguato.
Quel pantheon di divinità muliebri inaccessibili, e per questo ancora più bramate, riprodotte in infinite varianti e mutazioni, ammalianti o minacciose, affollavano un tunnel di specchi nel quale Federico si è aggirato come in un labirinto per gran parte della sua vita.
Lo stesso labirinto nel quale continuo a girare.
Vidi la Saraghina, donna ricca di femminilità animalesca, immensa e inafferrabile, e nello stesso tempo nutritizia, così come la vede un adolescente affamato di vita e di sesso, un adolescente italiano bloccato e impedito da preti, chiesa, famiglia ed educazione fallimentare.
Un adolescente che cercando la donna ne immagina e desidera una che sia “una grande quantità di donna”. Come un povero che pensando al denaro ragioni e farnetichi non di migliaia di lire, ma di milioni, di miliardi.
E poi la “moglie del farmacista”, che viene spiata dal buco nel legno di un capanno sulla spiaggia, e la descrizione è lirica e traumatica allo stesso tempo: “Dapprima non vidi niente, sentii solo canterellare “Fontane all’alba”. Poi una gran parete bianca di ciccia che si muoveva, una cascata di capelli strizzati da due mani e infine lo scoppio di un seno nudo che riempiva tutto il visibile. Si allargava, si dilatava, andava da tutte le parti in un ribollire di curve, di sfere, di rotondità, come il bucato al sole quando tira vento. Sopra di me la voce di Gigino: “Che cosa credi che siano quei due prodigi? Due lune fosforescenti e tiepide? Due grandi colombe bianche? Due fiaschi spagliati pieni di latte? Due gigantesche pere spadone sbucciate e piene di sugo? Un altare? Le guance di Eolo quando soffia il vento? Lo Spirito Santo? No, sono molto più di tutto questo messo insieme. Sono le tette”.
Quante volte ho provato eccitazioni irrefrenabili pensando a 8 e ½, quando Guido, (Mastroianni, alter-ego dello stesso Fellini, e alter-ego mio) immagina un harem in cui tutte le donne della sua vita si ritrovano e coesistono assieme serenamente. Questo posto è un luogo di fantasia dove Guido trova la pace interiore, viene lavato, asciugato e coccolato come un bambino da figure femminili di ogni tipo.
Fellini (e io pure) non smette mai di pensare alle donne. Le disegna nei suoi blocchetti e le idealizza, progettando i suoi film.
Le donne di Fellini (e pure le mie) non sono un semplice parto della sua fantasia. Nascono da una calibrata miscela di immaginazione e realtà. Sono, letteralmente, sogni.
Un esempio?
La bellezza ottundente di Anita Ekberg ne “La dolce vita” del 1960, una donna appariscente, dai capelli biondo platino, gli occhi bistrati, sessualmente aggressiva, archetipo delle femmine provocanti del cinema felliniano, un’incarnazione mitologica, leggendaria e sovrannaturale della femminilità.
Sono felice di pensare che Federico ed io vediamo il mondo con gli occhi incantati di un bambino, le nostre trasgressioni sono monellerie, le nostre bugie e i nostri sogni erotici sono puerili caricature della vita, del sesso, della morte. Anche le tette enormi di certi personaggi femminili, come la tabaccaia Beluzzi, sono grandi come le vedrebbe un bambino.
E le voci suadenti, sussurranti, di molti personaggi, mi entrano nella testa come ipnotiche, provenienti da un indecifrato altrove.
Se chiudo gli occhi, mi vedo in piedi, al bordo della fontana con la fotonica Anita Ekberg.
Qualche brillio dell’alba sull’acqua mossa dai suoi passi lenti, il vestito nero, la sua testa all’indietro e le sue grandi tette, spumeggianti e lucenti.
“Ernesto … come here …”
Mi tolgo le scarpe.
“Si, Sylvia, vengo … hai ragione tu … sto sbagliando tutto … stiamo sbagliando tutto…”

Pubblicato inAmore

5 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Il significato vero di quando si dice “abbiamo passioni comuni”…
    Bravo socio!

  2. Monica Monica

    Fotonico:)
    Non so il perché,ma mi viene da ridere!🤣🤣🤣🤣

  3. Armando Felice Nocera Armando Felice Nocera

    Un racconto divertente di intrigante memoria. Fellini è stato il Papà dei sogni di tanti maschietti. Tu o hai ricordato insieme alle sue donne in maniera eccellente

  4. Vally Vally

    Mi fa venire in mente anche il film “C’era una volta in America”: adolescenti (maschi!) in fila, in attesa…
    Negli anni Ottanta e Novanta sono diventati di moda i seni piccoli e le donne trasparenti e anoressiche.
    E a quel punto, cosa sognavano i ragazzi che godevano solo delle immagini?
    Me lo sono sempre chiesta.

  5. Non ho mai avuto dubbi sulle qualità evidenti e nascoste di Ernesto, anche se amo maggiormente queste ultime

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