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Leda

Aveva la pelle liscia e tesa, le labbra carnose, gli occhi vivi, i capelli portati cortissimi prima nero corvino poi nel corso degli anni bianchi come la neve, il seno grande, l’andamento fiero. Sono nata con una consapevolezza: “Sei tutta tua nonna Leda!”, mi hanno sempre detto in coro i miei parenti. E io andavo fiera di questa somiglianza che a dir la verità riconoscevo poco. Andavo fiera perché nonna Leda era la leggendaria Miss Centocelle di non so quale anno lontano. Che fosse leggenda o realtà non si sa, ma a rendere più verosimile il fatto era una foto in bianco e nero appesa al muro del soggiorno-cucina della casa al pian terreno di via Veio a San Giovanni. Proprio all’entrata, a destra, subito dopo il mobile dove nonna teneva la più grande trasgressione della mia infanzia: il caramello spalmabile proveniente da paesi lontani, quel cibo paradisiaco che mia nonna clandestinamente allungava con il cucchiaino a me e mia cugina quando eravamo state particolarmente brave. Se chiudo gli occhi, di mia nonna ricordo le mani e quel suo modo buffo di mettere il labbro inferiore nei momenti in cui era molto concentrata, gesto che ha ereditato mio padre ed io dopo di lui. Per molti anni, gli anni della mia adolescenza, abbiamo portato lo stesso profumo, che lei teneva sul comodino, accanto al letto con un materasso altissimo. Nella stanza da letto un armadio pieno di scialli di lana, rossi per lo più, perché il rosso era il colore che esaltava meglio la sua pelle e le sue labbra. Come rosso era il fiore che si è messa tra i capelli l’ultimo giorno che l’ho vista.
In quella casa al pian terreno di via Veio a San Giovanni, una casa semplice, mia nonna era la regina. Ogni suo gesto casalingo, dal fare il caffè al curare le sue orchidee, era elegante. Credo che ciò che lo rendesse particolarmente elegante era un leggero distacco che mia nonna metteva in tutte le cose. Come se quei gesti minimi fossero inaccessibili, come se il movimento più banale avesse un’origine sconosciuta, incomprensibile.
A quella nonna, nata il giorno di San Valentino, ribelle per amore, in tempi in cui la scelta di divorziare era una lettera scarlatta, a quella nonna, devo molto del coraggio che ho avuto ad affrontare la mia vita e le mie scelte. A quella nonna, che dopotutto, era un curioso mix di progressismo e dipendenza affettiva. La nonna che, sfinita dai miei pianti di bambina, riuscì a farmi addormentare cantandomi “Bella Ciao”. Quante risate ci siamo fatte negli anni, a raccontarlo.
Nonna metteva sempre sulla testa un foulard quando usciva di casa, perché aveva la fobia degli spifferi. Mentre mio nonno, d’estate e d’inverno teneva la porta di casa aperta, sempre aperta. Porta che dava sull’androne del palazzo, direttamente sull’ascensore, così era tutto un salutare gli avventori che salivano e scendevano. E allora chiacchiere, bicchieri di vino, assaggia qua assaggia là.
“Senti che bbone ste ciambelline!”. Le ciambelline al vino. Il profumo che mi porta via dal presente e mi fa tuffare nei ricordi… Dire che mia nonna fosse un’ottima cuoca è riduttivo. Riusciva a trasformare un riso al pomodoro in un capolavoro. Le sue ricette sono tramandate e condivise tra le donne della casa. Ma quello che nessuno riuscirà mai a replicare è la meraviglia che si apriva ai nostri sensi la sera della Vigilia di Natale.
Non so a che ora del mattino cominciasse a cucinare, ma so che quando la sera del 24 la porta della casa al pian terreno di via Veio a San Giovanni si apriva, lo spettacolo era, negli anni, sempre lo stesso: in ogni luogo, su ogni punto di appoggio, a vari livelli, con costruzioni di un equilibrio avventato, sopra la televisione, sopra il giradischi, campeggiavano vassoi, vassoi ovunque… di ogni tipo immaginabile di profumate e adoratissime frittelle. Mia nonna Leda era indiscutibilmente la regina delle frittelle. E quando la sera del 24 i numerosi figli e nipoti entravano in casa, la frase era sempre la stessa “A Lè, ma quante ne hai fatte?!”. Consapevoli tutti che a fine serata, poi, non ne sarebbero rimaste mica tante.
La vigilia poteva cominciare. La prima parte della serata era concentrata sulle frittelle. Di broccoli e uvetta (la tradizionale), di cardi, di funghi, di carciofi, di ricotta, di patate, di cipolle, di mele… E mentre si cominciava a mettere a tavola le pietanze, le mani si allungavano voluttuose sui vassoi. Vassoi che continuavano comunque ad essere pieni, perché c’erano frittelle ovunque. Poi, sazi delle frittelle, potevamo sedere e cominciare la cena, e allora era tutto un trafficare di cibo, piatti, donne che si alzavano, rumori di stoviglie, brindisi, risate, cibo delizioso. Eravamo tanti, io ero bambina ed era tutto luminoso.
Tra una pietanza e l’altra c’era sempre qualche incontentabile che esordiva con un “A Lè, passame ‘na frittella, va!”.
Poi c’erano i dolci il caffè, l’ammazzacaffè e finalmente si poteva cominciare a giocare. Allora il tavolo in fretta e furia veniva liberato per allestirlo a gioco. Tovaglia verde, mazzi di carte francesi e nonna che si alzava per rendere il suo sacchetto, sempre lo stesso, con gli spicci. E allora noi nipoti, che nei miei ricordi d’infanzia eravamo solo due, poi negli anni successivi repentinamente diventati otto, ci mettevamo vicino a nonna e nonno per avere qualche moneta di paghetta. Il gioco a cui era permesso giocare a noi bambine era la perlina. Nei miei ricordi io sono nata che già sapevo giocare a perlina, non ho memoria di un tempo della mia infanzia in cui non fosse prevista la mia partecipazione al tavolo di gioco. Ma ricordo che dopo ore di perlina e il brindisi di mezzanotte a me e mia cugina veniva gentilmente chiesto di allontanarci dal tavolo per permettere agli adulti di giocare sul serio. E allora io avevo la fortuna di passare un po’ di tempo con quella cugina più grande che sapeva un sacco di cose più di me e che mi faceva vedere i video di Videomusic. Che tempi! Quante notizie avute in quella stanza che hanno segnato la mia vita: Babbo Natale non esiste e la cantante Spagna è italiana!
Ovviamente tra una mano di gioco e l’altra, dopo il panettone farcito e il torrone, la frase più sentita era “a Lè, passame ‘na frittella, va”, perché nel corso della serata ogni occasione era buona per mangiare una frittella. Così a fine serata di frittelle ne restavano poche, il numero sufficiente per fare un pacchetto per ciascun figlio da portarsi a casa. Anche se il giorno dopo, le frittelle non avevano più lo stesso sapore.
Come, dopotutto, la vita fa cambiare sapore al Natale. E in quest’anno così cupo, il Natale lascia l’amaro in bocca.
Qui dove sono ho tutto l’amore di cui ho bisogno, ma in questo tempo così pesante durante la notte si affastellano i ricordi, i volti mi appaiono in sogno e mi fanno svegliare di soprassalto. Non ho mai sentito così tanto la mancanza di quei favolosi anni ottanta, di quel far festa i giorni di Natale, dei miei parenti, tutti. La mancanza della mia città, dei suoi colori, dei suoi rumori. Qui dove sono il silenzio fa rimbombare i pensieri. Il peso della lontananza lo conosce solo chi lo prova. E allora per la sera della Vigilia metterò come colonna sonora qualche stornello romano e preparerò frittelle, ne cucinerò tante, fino a riempire la casa. Non ho nessuna speranza che siano buone come quelle di mia nonna, ma mi basterà il gusto di dire “A Lè, passame ‘na frittella, va!”.

Pubblicato inAmore

3 Commenti

  1. marcello marcello

    brava Sara!, bei ricordi

  2. Brava Sara, come diceva una canzone “… abbi cura dei tuoi ricordi, perché non puoi viverli di nuovo”. Un bella storia e un ricordo fulgido di tua nonna. Concordo con te, che sarà un Natale cupo e – spero che la cosa ti rincuori un pò – anche a me “… il silenzio mi fa rimbombare i pensieri … e il peso della lontananza …” fa il resto. ma non possiamo, e dobbiamo mollare, per la vita, la famiglia, i figli – specie per le tue bellissime bambine -, i nostri amori, le passioni e per tutto quello che ci gira intorno. Un saluto a tua nonna Leda. E buone … frittelle …

  3. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Leda è stata la prima persona tra tutti i parenti che ha scommesso sul nostro Amore. E ha rivendicato questo suo schieramento parlando davanti in pubblico al microfono durante il nostro matrimonio. Questa è la Nostra Leda.
    Qui parli della Tua Leda, la nonna delle frittelle e della crema dolcissima che ti faceva aprire il cuore, e ti leggo con rispetto e in devoto silenzio.
    Una cosa va detta comunque: quando una storia è scritta “con la penna intinta nel cuore” va lontano, tocca le persone nel profondo e compie un miracolo: apre uno spiraglio di luce in questo Natale cupo e buio.
    Grazie a nome di tutti

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