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L’intervista

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ero emozionata ieri mattina.

Mezz’ora prima delle undici mi avrebbero fatto un’intervista. In piena quarantena da Coronavirus.

A casa mia nell’ambito di un servizio giornalistico di una nota testata dal titolo “‘Le cronache del virus”.

Avevo accettato senza alcuna esitazione, affetta da incurabile egocentrismo congenito.

Ma l’attesa mi stava logorando. Spostavo suppellettili da una parte all’altra della sala. Controllavo se c’erano granellini di polvere. Poi rammentavo a me stessa che da due settimane non faccio altro che montare e smontare la casa, pulirla in anfratti che non sospettavo neppure ci fossero, ritrovare servizi di piatti e bicchieri e lucidarli come se dovessi ospitare la regina Elisabetta e tutta la sua corte.

Tacitata l’ansia da pulizia casalinga, mi aveva assalita quella della star di Hollywood.

Dimentica del fatto che avrei dovuto usare la mascherina, che non c’era telecamera, che l’intervista era per un giornale e non per la TV, mi ero truccata di tutto punto.

Poco male, mi ero detta. È una mia filosofia di vita:” i problemi devono avere paura di te e tu li devi affrontare sempre dando il meglio di te.”
Sembrava tutto in ordine fuori e dentro di me.

Non restava che aspettare.

Puntualissima aveva suonato la giornalista. Rispettando le distanze regolamentari e indossando la mascherina d’ordinanza, l’avevo fatta accomodare.

Non mi aveva stupita un tubino nero e un tacco vertiginoso , anzi la invidiavo perche da giorni un brutto capitombolo mi aveva impedito di indossare proprio la mia armatura.

Ci eravamo accomodate. Tra me e lei più di due metri di distanza. Eravamo ligie alle regole stabilite dai decreti della Presidenza del Consiglio per questa emergenza.

Ero emozionata. Una intervista in piena regola! Certo il momento non era fausto, ma veniva richiesta proprio a me una opinione sulla situazione nazionale che si sta attraversando.

La giornalista era seria e non amava divagare, con il suo registratore, le belle gambe accavallate, rilassata, aveva iniziato la sua intervista.

Io, invece, ero seduta sul bordo del divano, tranquilla come un corridore pronto allo start. In cuor mio ringraziavo per la registrazione solo vocale. La voce in quarantena non aveva, infatti, subito alcuna modificazione, il fisico sì. Capelli tipici da ” Isola dei famosi” senza la diretta per rendere l’idea sul resto dell’impalcatura necessitante a fine emergenza, di un provetto restauratore.

“Come sta vivendo questo isolamento forzoso una persona dinamica come lei?”

Nessun preambolo o panegirico. Diretta.
E capisco subito che non frego la tipa con la mia aria saccente. Vuole sapere la verità, vuole rendere emozioni vive.
Così, mi rilasso sul divano e decido di essere franca, vergognosamente spaventata.

“Non amo stare in casa. E non da ora che la responsabilità verso noi stessi e gli altri ce lo impone. Le pareti sono solo un involucro. Amo la realtà nel suo divenire, volendo esserne artefice e non spettatrice. Per questo credevo che sarei impazzita senza i miei mille impegni, i miei slalom quotidiani, gli incastri per non scontentare mai nessuno, per quei ” no”, ” non posso” che credevo fossero blasfemi e impossibili da pronunciare.” 

Quindi è stato facile per Lei abituarsi al fermo, alla stasi?”

“In realtà non mi ci sono abituata neppure adesso. I primi giorni ero come un pugile incredulo. Un campione del mondo a cui un pugno ben assestato di un ragazzino sul ring aveva fatto perdere il respiro e portato alle corde. Non era KO ma ci era andato vicino. Osservavo il divenire come dentro una bolla. Dentro e sospesa c’ero io e fuori le notizie, lontane. Poi la gravità mi aveva fatto atterrare e la bolla evanescente era scoppiata. Cominciavo a sentire nitidamente le voci, le paure. E sapevo che presto si sarebbero attaccate addosso come una seconda pelle. Soffro di una grave forma di empatia simbiotica.”

Come ha reagito alla chiusura delle scuole? Gestire due ragazzi adolescenti costretti in casa è facile?”

Ho sempre cercato di immaginare i genitori nelle zone di guerra. Tante volte avevo scritto di eroismi semplici. Di sorrisi mentre le bombe cadevano, di abbracci mentre il mondo attorno a loro crollava. Adesso veniva chiesto a me, da genitore, un comportamento all’altezza di una guerra. I ragazzi non avevano realizzato da subito la gravità della disposizione di chiusura. Per loro era una pacchia, un evento magnifico. Avevo cercato di raccogliere le idee per parlare loro senza oscurarne il sorriso. Ma la guerra non ha edulcoranti. Non sarebbe altrimenti la negazione di ogni bellezza. Così, un pomeriggio , come un vecchio generale innamorato dei suoi soldati, parlai ai miei uomini. ” Ragazzi, sapete ciò che sta accadendo. A noi è affidato un compito importantissimo: ricostruire dopo le macerie che ci saranno. Per farlo dobbiamo essere preparati. Finora abbiamo tutti goduto dei Diritti che i nostri nonni hanno conquistato per noi. Adesso il Dovere deve curare il Diritto. E per farlo dobbiamo tutti impegnarci a fondo, ognuno con le proprie capacità. Voi dovete continuare a studiare perché a voi è richiesto il compito più difficile: eliminare gli errori che la mia generazione ha fatto!”Mi hanno guardata, come giovani cresciuti all ‘improvviso nello spazio di pochi secondi. Noi stiamo andando avanti con i programmi. Seguiamo la piattaforma e ogni mattina studiamo dalle nove alle tredici come se si andasse a scuola.”

Lei appartiene al popolo delle Partite Iva, quelle al momento non considerate nei vari decreti di Cura per l’Italia. È preoccupata per il suo futuro lavorativo?”

“Scelsi di fare l’avvocato. E sottolineo il verbo “‘scegliere” perché amai questa missione sin dal primo momento che ebbi tra le mani un diritto vilipeso e offeso. Volevo curare anche io. Salvare anche io. E capisco quei medici che oggi sono l’avamposto di una nazione in guerra contro un nemico subdolo, invisibile e non arretrano pur con arnesi e armi logore e scarse. Si chiama Passione che sublima ogni missione che l’uomo ritiene di compiere. Sarò sempre un avvocato nell’anima anche se nel futuro ” fine” sarà scritto sulla porta del mio studio. Adesso è prioritario ascoltare la parola ” fine” per un virus che miete vittime. Domani probabilmente sarò in ginocchio economicamente, per scelte di caste e di lobby . Ma se solo sopravviverò farò di tutto usando le mie competenze, per non consentire più a nessuno di stritolare il mio futuro e quello di altri come me.”

“Cos’è il virus per Lei?”

“Potrei dire che è questa clausura, gli amici che ho perso, i malati intubati , salutati in un addio soffocato dagli spasmi e mai più rivisti, cenere come la Storia di un paese sacrificato sull’altare del dio denaro, del consumismo suo gran sacerdote, della privatizzazione sua ancella e prostituta. Invece voglio dire che è un grande specchio dove ci ha obbligati a guardarci. Ogni sua spora un nostro grande difetto. Oggi cerchiamo il contatto noi che lo abbiamo disdegnato divenendo scatole di latta dentro una stessa cucina. È il polmone della Natura che respira libera tanto più quanto noi annaspiamo dentro il morbo che tronca ogni nostro respiro. Tornano gli uccelli e i pesci, i lupi e le lepri, non più guardinghi ma fieri di avere riconquistato spazi che un uomo malato di ingordigia aveva sottratto incurante. Scorrono acque cristalline, a rompere un silenzio lontano dalle sirene, lontano dai rantoli, lontano dal crepitio di un fuoco che brucia numeri divenuti bare che un tempo erano uomini. È una voce, un monito, un timer. Sta a noi saperlo ascoltare…dopo. Adesso lui fa ciò che sa fare e per cui è nato.”

“Come affronta le sue giornate dentro casa?”

“La mattina vola tra studio coi ragazzi, esame fascicoli che ho portato con me, e pulizia accurata di spazi remoti di casa e giardino. Abbiamo suddiviso la giornata per non lasciare al caso, quindi alla pigrizia, di prendere il sopravvento su di noi. Il pomeriggio vediamo un film insieme scegliendolo a turno. Ed è l’occasione per ridere o riflettere. Poi ognuno sceglie i suoi spazi. Ci si rivede a cena. Talvolta si preparano insieme le prelibatezze che tempo e fantasia adesso consentono di fare. Tra uno sbuffo di farina e un uovo rotto si scopre la magia di ridere insieme, legata al pensiero immancabile e malinconico di un domani incerto. E si ride più forte. Il riso a esorcizzare il male che incombe, restringe i suoi giri e lambisce la tua terra. Ma non doma il desiderio di Vita, mai paga, mai arresa, mai vinta finché una madre guarderà suo figlio negli occhi e,leggendovi incertezza, continuerà a dire: ci sono qua io, stai tranquillo.”

“Lei si è sempre definita una credente a modo suo. Come è in questo periodo il rapporto personale con la fede?”

“Non avevo tempo. Era un mantra. Forse un alibi. Strano a dirsi per una donna che aveva fatto catechismo, aveva creato un coro religioso. Eppure persino Dio alla fine, forse, aveva rinunciato a starle dietro. Ecco, come vede sono irriverente e scado nella blasfemìa, ma ho sempre creduto al grande senso dell’umorismo di Dio. Il tempo era mio tiranno e signore e non capivo che avevo sostituito il Padre con idoli più umani. Anni senza tempo a inseguire il tempo. E avere fame senza saziare mai un bisogno atavico di conoscenza e al contempo di conforto. Poi arriva sto Silenzio. E dentro chi ti parla? E mi vergogno a dire di ritrovarlo proprio quando mi sono persa. Non lo dico… A modo mio, Lui lo sa”

Continua a scrivere. Perché?”

“Perché per me è liberare il demone del vivere. Perché ho l’illusione che resti il profumo di mamma ove dovessi improvvisamente partire. Perché è un modo di carezzare, di baciare, di amare. È il mio modo…se non dovessi avere il tempo dell’addio.”

Finisce l’intervista. Lei pare soddisfatta. Non so come sia andata. Si alza. Sistema il tubino. Le chiedo:

Quando la pubblicherà?”

Mi guarda…mi abbraccia forte, stretta, sino a fondersi in me, mi sussurra all’orecchio dell’anima:

Domani. Domani. Domani!”

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