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L’invenzione della felicità

 

CONTAME IL TEMPIO DEL CORONAVIRUS

Io desidero di più le cose quando me le vietano, è sempre così, credo per tutti.

Mai come in questo periodo ho desiderato (e mi manca) andare al cinema, a teatro, visitare mostre, bighellonare per musei. Così ho deciso di trasformare i miei giorni in zona rossa in scorribande fantastiche nei desideri vietati dell’arte, immaginando fin nel minimo dettaglio ogni istante di visita, per prolungare il piacere.

Mi vedo salire in vaporetto a Venezia, verso la lucente Giudecca, e una volta sbarcato, con gli occhi ancora pieni di laguna, cerco gli angoli bui dei cantieri navali, incrocio gli sguardi frettolosi di abitanti, turisti (pochi) e proprietari di imbarcazioni in darsena.

Costeggio la riva, lento, mi dirigo alla Casa dei Tre Oci, che ospita la più ampia retrospettiva mai realizzata in Italia dedicata al fotografo francese Jacques Henri Lartigue (1894-1986), curata da Marion Perceval e Charles-Antoine Revol, rispettivamente direttrice e project manager della Donation Jacques Henri Lartigue, e da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci.

So, perché l’ho letto sui giornali, che la rassegna presenta 120 immagini, di cui 55 inedite, tutte provenienti dagli album fotografici personali di Lartigue, dei quali sono esposte alcune pagine in fac-simile. Ma sono qui anche per un altro motivo: voglio capire perché questa mostra si chiama “l’invenzione della felicità”.

Mi documento, leggo il catalogo della mostra, e Denis Curti scrive che:

“… la “parte di mondo” di Lartigue è quella di una Parigi ricca e borghese del nouveau siècle, e anche quando l’Europa verrà attraversata dagli orrori delle due guerre mondiali, Lartigue continuerà a preservare la purezza del suo microcosmo fotografico, continuando a fissare sulla pellicola solo ciò che vuole ricordare, conservare. Fermare il tempo, salvare l’attimo dal suo inevitabile passaggio. La fotografia diventa per Lartigue il mezzo per riesumare la vita, per rivivere i momenti felici, ancora e ancora”.

È questa l’invenzione della felicità? Provo a ricordare cosa diceva Andy Warhol sulla fotografia:

“… una foto significa sapere dove mi trovo in ogni momento. Per questo motivo scatto fotografie. È un diario visivo”.

E lui, attraverso le sue inseparabili Polaroid, ha realizzato una cronistoria fotografica della sua vita. Ma già prima di Warhol, e ben molto prima dell’avvento della Polaroid, la percezione che si aveva della fotografia era che questa fosse la compagna indispensabile per poter raccontare la propria esistenza.

Mentre scorro sul pc le foto della mostra capisco che per Lartigue, invece, il senso dei suoi diari visivi e di quelli che possono essere definiti album di famiglia, non è realizzare un racconto della propria vita, ma ritrovare in essi ciò che è valso la pena di vivere, eliminando, con un rigore che rasenta il cinismo, tutto ciò che, nel riguardare gli album, non lo avrebbe ri-reso felice.

Riconosco chi sa raccontare le storie, e intuisco che Jacques Henri Lartigue sa costruire una narrazione, la sua personale narrazione della storia, in cui ogni fotografia viene accompagnata da una descrizione, una didascalia e il cui risultato è una collisione di parole e immagini. Nel meticoloso lavoro di montaggio realizzato nei suoi album, ogni fotografia racconta se stessa ma anche altro: alcune fotografie, per esempio, ritornano più volte, in album diversi, rigiocando la narrazione e sottraendosi alla dittatura del significato imposto e immediatamente ri-conosciuto. Insomma, immagini capaci di entrare nella storia e di essere al contempo il frammento leggero di un sentimento profondo.

La felicità.
Credo di capire la felicità di Lartigue: le sue foto di salti, tuffi, voli, corpi sospesi in una leggerezza senza fine mi fanno invidia, perché anch’io vorrei saperla inventare la felicità invece di aspettarla soltanto.

E continuo a scorrere furiosamente le sue foto esposte digitando rumorosamente sulla tastiera del pc portatile, avvicinandomi sempre più allo schermo avaro.

Per un attimo penso al viaggio di ritorno in vaporetto, poi guardo la tastiera e per l’ennesima volta vado a lavarmi le mani.

nell’immagine: foto di Jean Marie Lartigue

Pubblicato inSogni

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