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L’omino delle auto

Le strade della mia città non sono tutte uguali, c’è quella in cui vive l’omino delle auto.

Non so da quanto tempo vive lì, forse da sempre e non so nemmeno da dove venga. So solo che è lì da tanto tempo, forse troppo. Mi sono sempre chiesta se sia stanco.

Una volta era un ragazzo, grosso e con i capelli neri e incolti, la folta barba nera era la cornice a un volto anche quello troppo grosso che lo rendeva meno bambino di quanto fosse, ma un occhio attento si accorgeva da lontano di quanto giovane fosse quella vita passata tra le auto a chiedere qualche spicciolo in cambio di un servigio mai richiesto.

Se ne stava lì pigramente l’omino delle auto, impassibile guardava le tante vite che passavano proprio come le auto che entravano e uscivano dagli stalli blu, un po’ avanti, un po’ indietro, un po’ a destra per trovare la posizione giusta, proprio come la vita dove devi trovare un posto che sia giusto, che sia tuo.

E lui il suo posto lo aveva trovato in mezzo al traffico, in quel caos perpetuo, del grigio delle fredde giornate invernali o di quelle infuocate in estate che toglievano l’aria e riparo dal sole cocente.

Ogni tanto scompariva per mesi per riapparire con una fascia al collo che reggeva un braccio rotto, tutti dicevano che era finzione per muovere a pietà i passanti, qualcuno mormorava che prendesse botte dal padre. Forse la verità era un’altra e forse non ci è stato dato di saperlo, forse perché la verità bisogna conoscerla ma dirla solo a volte.

Questa sera, attratta dalla musica di un bar, ho cambiato strada e lui era lì. Ancora. Come anni fa, quando io ero una ragazza, quando lui era un bambino. Il braccio al collo mi ha riportato all’adolescenza, alla mia, alla sua, alla memoria di quelle sere, al timore che avevo, di quando scongiuravo un suo avvicinamento.

Era lì, impassibile, nemmeno troppo cambiato, forse solo vecchio dentro.

E ho ripensato alla sua vita e alla mia. Ho pensato a cosa ho avuto io e cosa è mancato a lui e una domanda prepotente si è fatta largo nei pensieri: “Chi può dire di essere davvero felice tra noi due?” lo so, forse è banale ma chi può dirlo davvero? Io che ho imparato a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, che ho lasciato andare quell’adolescente insicura che ha finalmente domato i draghi interiori o lui, la cui vita non ha praticamente cambiato rotta? Ha ancora il braccio al collo, vive ancora tra le auto aspettando l’obolo di qualche generoso passante. Ma la generosità è merce sempre più rara di questi tempi e forse il disincanto lo ha ceduto a qualcun altro. Vive e basta e non si chiede più nemmeno perché.

Mi piace però pensare che, forse a modo suo, è felice.

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