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L’ultima pallina

Lo so, non è un titolo che fa furore.

Non è come ” L’ultimo dei mohicani” , “L’ultima carovana” o ” L’ultimo tango a Parigi”.

È l’addio commovente di una pallina di albero di Natale nel giorno successivo a quell’Epifania che “tutte le feste si porta via”

La scatola dell’albero rigorosamente sintetico, uguale a se stesso da venti anni, coi rametti ormai spelacchiati che solo per non irriderlo non lo si chiama “Spelacchio due la vendetta”, è lì, adagiata languida in terra.

Aspetta. Scatole più piccole sono già piene di palline colorate e oggetti di legno scolpito, allegri e felici di avere fatto il loro dovere a mostrare la gioia , a illuminarsi con l’intermittenza delle luci e degli umori di una casa.

Lei resta lì, silenziosa. È blu, scura, perfettamente mimetizzata fra i rami dell’abete finto, come le tante finzioni dei natali dei duemila anni trascorsi da quell’unico, vero, forse ” ultimo” anch’esso.

L’abete è lì, scarno adesso, nudo, impudico, non tenta neppure di nascondere le sue imperfezioni. Ha un segreto professionale da custodire.

Per venti giorni ha conosciuto i segreti delle famiglie. I dolori nascosti dietro le luci che si accendono e spengono a comando e illudono di fare lo stesso con le sofferenze. Ha riso con le battute delle famiglie riunite per i cenoni, ha carpito sguardi malevoli mentre i brindisi elevavano gli “evviva” .

Ha scoperto sguardi bramosi chiusi dentro le segrete stanze dei cuori. Ha gioito con urla di bimbi a scartare doni e ha riso di scherno dinanzi ai ricicli di carte, di regali, di sentimenti.

Sta lì, muto, improvvisamente invecchiato e carico di melanconica consapevolezza di avere assistito a un circo, delle vanità, delle povertà, raramente a quell’Amore unica ragione per cui dovrebbe essere addobbato.

Lei se ne sta lì, restia a lasciare il ramo.
Forse teme di avere finito il suo tempo, forse non sa che il prossimo anno tornerà, magari non su quel ramo, magari più in vista, magari in compagnia di pezzi di legno baldanzosi.

Eppure non pare importargliene.
Capisco che vuole stare ancora un po’ appesa.

Una improvvisa empatia tra me e l ‘ultima pallina.
Mi avvicino, mi inginocchio, mi pongo alla sua altezza e la guardo. Le sue pareti blu riflettono il mio intorno, persino il mio viso.

Ha assorbito tutto il mio mondo. Lo sento. Dentro quella sfera ci sono le parole dette e quelle mai pronunciate, ci sono le risa dei miei figli e le loro sconfitte al gioco o quelle della vita nello spazio di due settimane.

Ci sono i miei prosit ufficiali e quelli solitari dedicati al buio, con il calice alzato in un muto inno alla Vita, comunque, dovunque, nonostante.

Dentro quella sfera c’è una casa, una famiglia, emozioni e patemi.

C’è un anno di vita che si imbottiglia in una pallina allo scandire i fatidici dieci secondi del brindisi di fine anno.

Dieci, nove, otto…e mentre l ‘anno nuovo arriva, dentro la pallina si sigilla il vecchio.
Comunque sia andata è vita vissuta e, per il semplice fatto di essere stata respirata è preziosa.

Ecco perché la mia pallina non voleva ancora essere riposta nella sua scatola.
Voleva avere la certezza che i ricordi di una casa, di una famiglia, non fossero dispersi al vento, non divenissero effimeri come luci intermittenti staccate per prime dall’albero.

Rassicurai quell’ultima pallina, docilmente si fece riporre nella scatola.

Strinsi al petto quel contenitore.

Lì c ‘ero io con tutto ciò che amo e che ho amato e, adesso lo so, mai perduto.

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5 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Trovo questa storia molto carina, molto particolare, molto delicata. Originale l’idea di raccontare il Natale visto da..l’ultima pallina. Simpatico l’attacco, ti prende perché incuriosisce, il resto scorre, gradevole anche il riferimento alla solitudine (non c’è festa al mondo che sottolinea la solitudine più del Natale!) non è pesante, una spruzzata di malinconia. Non guasta e non prende tutto lo spazio. Così’ la storia rimane in equilibrio e si legge bene.

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