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LUNA

“… Papà, alle tre e mezza svegliami … per favore … voglio anch’io vederli scendere…”
E così il 20 luglio 1969 lui mi sveglia, alle tre, perché io li veda scendere.

Barcollando per il sonno e il caldo raggiungo il salotto del nostro piccolo appartamento di periferia; nel buio vedo mio padre seduto sulla sua poltrona, le mani stringono i braccioli, è in canottiera e fuma, e il fumo si confonde con il colore azzurrognolo della tv che è accesa da molto, almeno a giudicare dal numero di mozziconi nel portacenere. E’ notte, esco sul terrazzo: la luce grigiastra dalle finestre e un brusio sommesso e diffuso mi fanno capire che siamo svegli in molti.

Fino ad ora la mia luna di dodicenne è tutta nei romanzi di Jules Verne, un po’ anche nelle leggendarie imprese di Yuri Gagarin, che però in casa si nomina poco perché è russo, comunista e ateo.
Ho il naso incollato a quella televisione in bianco e nero puntata sulla luna, il cui mistero si sta disvelando in diretta.
Sento la voce un poco nasale di Tito Stagno e la sua emozione, l’emozione nostra, e la sensazione, netta, di essere dentro ad una pagina unica ed eroica dell’avventura umana.
Vedo gli occhi sgranati di Tito Stagno dietro quelle strane lenti d’ingrandimento che porta agli occhi, da maniaco astrale, sento i commenti su scienza, fede e umanità dello scienziato Enrico Medi, affabulatore mistico e scientifico che trasforma i pianeti in parrocchie e gli astri in santini; poi le discussioni inutili se parlare di atterraggio o di allunaggio, e i dubbi delle mie sorelline: se la luna, che è lunatica, non è nel quarto giusto e non è piena, ma ridotta a una fettina, come faranno a sbarcare?

Io mi chiedo come faccia Tito Stagno a vedere la luna con quegli occhiali spessi, mentre il LEM sta allunando. Decido che da grande voglio essere Tito Stagno, occhiali compresi, è il protagonista assoluto di questa notte.
“Avevo studiato alla lettera i manuali forniti dalla Nasa” ricorda il giornalista. “Ero in grado di interpretare ogni parola, codice o numero nelle comunicazioni fra gli astronauti e il centro spaziale. Condurre la trasmissione fu una passeggiata, se si escludono i 12 minuti di black out che servirono al modulo lunare per staccarsi dal modulo di comando e scendere sulla Luna. Continuavo tuttavia ad ascoltare in cuffia le comunicazioni ufficiali e quando Armstrong disse “Reached land”, io annunciai “Hanno toccato”.

Mio padre applaude il primo passo di Neil Armstrong sulla luna, un gesto che accomunò l’Italia e il mondo, e come accade con i protagonisti di un romanzo, molti si immedesimarono in quei tre astronauti: per tutta l’estate con i ragazzini del quartiere continuammo a mimare la discesa degli astronauti, allestendo scalette malferme, muovendoci al rallentatore con grandi caschi di cartone e collegamenti in simil-inglese con Cape Kennedy.
Dell’avventurosa impresa lunare ricordo l’emozione e il piacere di assistere alla trasmissione televisiva che ne dava notizia insieme con gli adulti, come fossi cresciuto tutto d’un colpo, lo sguardo illuminato di interesse di mio papà, e lo scambio di parole con mia madre.
Ad un certo punto mio padre cercò di convincermi ad andare sul balcone per vedere se sulla luna qualcosa si muoveva. Ci andai.
E quando mi vide rientrare in casa deluso, mi sorrise con una tenerezza infinita, e facendo affiorare l’animo partenopeo di cui era orgogliosissimo, iniziò a canticchiare il ritornello di Luna Rossa

E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
i’ lle domando si aspietta a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna.

Di quella notte non sapevo molte cose.

Non sapevo che persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11, che circa 900 milioni di persone s’incollarono alla tv. Oltre 20 milioni erano italiani. Non sapevo che dal giorno del decollo dell’Apollo 11 fu davvero come se tutto, anche in Italia, ruotasse intorno alla Luna. I negozi, con le vetrine rigorosamente a tema, ottennero il permesso di tenere accesa la tv anche durante l’orario di apertura e al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte: a Milano il centralino della polizia squillò solo 2 volte (per una lite e per un falso allarme) e a Bologna e Roma il copione non fu diverso.
Non sapevo che quella notte Federico Fellini e Giulietta Masina brindarono a Fregene, Cesare Zavattini organizzò nella sua casa romana un “capodanno lunare”, Eduardo De Filippo festeggiò sull’isola di Lisca, nel mare di Positano.

Solo molti anni dopo seppi che quella notte il poeta Alfonso Gatto sperò di vedere sul Mare della Tranquillità una barca con a bordo sua madre e le persone scomparse alle quali aveva voluto bene, il regista Michelangelo Antonioni rivelò che il governo Usa gli aveva offerto di girare un film sulla missione Apollo, ma il progetto non aveva avuto seguito e Pier Paolo Pasolini si dichiarò orgogliosamente lontano “da quell’operazione enfatica e fastidiosa”.

Avevo dodici anni, ancora non sapevo.

Quando tornai a letto albeggiava, ero stordito dalle emozioni, la testa piena di pensieri. Ero convinto che la storia avesse lasciato la terra, traslocando nello spazio. Una rivoluzione annunciata che poi non avvenne. Perché la luna è tornata in preda ai romantici, ai lupi mannari, agli innamorati e ai leopardiani. E in questi anni non abbiamo conquistato la luna, né colonizzato Marte; in compenso abbiamo inguaiato la terra, l’aria, l’acqua. È finita l’epoca eroica della modernità.
La luna è stata restituita al suo legittimo proprietario, il sogno, ha ripreso a vegliare nel buio, a custodire i sogni e accudire la stanchezza dei giorni. Ha ripreso a dettare armonie nella notte, lasciando sul mare le sue bave argentate, vaga lumaca del cosmo.

Ed esco ancora a guardarla di notte, la luna, fisso la sua superficie per vedere se qualcosa si muove: ricordo mio padre, in canottiera, sorridente, la sigaretta sulle labbra:

E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
i’ lle domando si aspietta a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna.”

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Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    E’ vero: è finita l’epoca romantica della modernità. O forse si è modificato il nostro sguardo e si è attenuato il nostro ottimismo. Ottimismo che nel secolo scorso era di tutti, non solo dei ragazzi ma anche dei “grandi”: si andava sulla luna, la gente abbatteva il muro di Berlino, Arafat e Peres si stringevano la mano. Il 2000 sarebbe dovuto essere il secolo in cui le promesse sarebbero state mantenute: pace e prosperità ovunque. E’ invece i movimenti sono tornati a casa – quello della pace in Italia abbattuto a Genova – e la gente e noi stessi diventati “grandi” abbiamo piano piano smesso di sperare. E di guardare alle cose con lo sguardo di allora. Le tue storie mi fanno sempre pensare, mi vanno diritte al cuore, mi fanno sorridere, mi fanno sentire ancora nonostante tutto, vivo. Grazie.

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