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Maggio

Ero convinta che fosse nata con il suo scialle color crema sulle spalle.
Lo indossava sempre, d’estate per coprirsi il collo da eventuali spifferi; d’inverno sopra i già ridondanti strati di vestiti.
Ma ai miei vispi occhi di bambina, lo scialle color crema della nonna era come una seconda pelle; un involucro.
Era lei che si occupava dell’orto, perché mia mamma non ha mai avuto il pollice verde. Quando in estate uscivo in terrazza sapevo che sotto la staccionata, china sulle piante di zucchine, c’era mia nonna, che canticchiava a ripetizione la melodia che mi ha accompagnata in tutti questi anni.
Avevamo un rito, un’abitudine ricorrente, i sabati sera, quando i miei genitori andavano a messa e lei mi faceva da baby sitter.
Facevo il giro del balcone ed entravo nella sua cucina. La radio era già avviata.
Lei era di spalle a tritare il cipollotto, il collo coperto dal foulard che seguiva l’ondeggiare del suo esile corpo abbandonato alle parole di Concato.
Tutti ubriachi di canzoni e di allegria
Cantava con un filo di voce per non coprire l’angelico timbro del cantante.
«Nonna, ascolti sempre la stessa canzone!» dicevo, dirigendomi verso il davanzale di noce da cui estraevo la scatola di latta colma di panetti di plastilina multicolore.
Allora lei si accorgeva che ero arrivata, si fermava, mi dava un bacio e rideva. Poi se ne tornava a sminuzzare verdure, muovendo adagio i fianchi e i piedi, senza sollevare però le pantofole da terra.
Sceglievo il colore che preferivo e mi spostavo sul tavolo rotondo. Se la canzone era terminata, lei aspettava che il disco ne proponesse altre, per poi tornare sulla sua preferita.
Ma che bel sogno, era maggio e c’era caldo
Noi sulla spiaggia vuota ad aspettare
Mi piaceva formare delle sirene con la pasta malleabile. Erano forme complicate, però, quindi, quando decidevo che quella massa informe era tutto tranne che una sirena, chiamavo la nonna.
Lei già sapeva cosa fare: abbassava il fuoco sotto la pentola e veniva da me. Le allungavo il panetto duro e freddo affinché lei me lo riscaldasse con le mani e lo riportasse ad una forma neutra.
Me la ricordo sorridente seduta di fronte a me per diversi minuti.
Tu che sei nata dove c’è sempre il sole
So che i ricordi legati alle emozioni tendono a distorcersi…probabilmente non impiegava tutto quel tempo a lavorare il panetto per me.
Ecco che arrivava la fine della canzone.
La plastilina restituitami si era impregnata del calore delle sue mani. Me la portavo sulla guancia; era come se lei mi stesse accarezzando.
Amavo i suoi anelli d’oro della mano destra.
E quel sole ce l’hai dentro al cuore
«Nonna»
Mi dicevano che avevo le sue mani. Più piccole, ma macchiate dalle stesse lentiggini.
Sole di primavera
«Dimmi, tesoro»
«La canzone parla di un fiore»
Lei annuiva, portandosi il mestolo sulle labbra sottili per poi riporlo sul manico.
Su quello scoglio in maggio nasce un fiore
Nel momento del verso finale, si portava le mani giunte sul petto. Aveva una macchiolina di sugo sullo scialle.
«Ma tu non sei nata a maggio. Né io, né la mamma. Perché ti emozioni tanto, allora?»
Lei si puliva le mani al grembiule e tornava da me.
Il sugo le aveva sporcato l’angolo del labbro, ma non si notava perché combaciava con il suo rossetto rosa.
Mi stringeva le mani impiastricciate di fucsia. Insieme erano più calde e si somigliavano.
«Era maggio quando tua mamma scoprì che nella sua pancia c’era una bambina. Avevano provato così tanto ad averti. A maggio nacque un fiore nelle nostre vite.»

Pubblicato inConcorso

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