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Mario

Conobbi Mario il giorno della sua presentazione ufficiale come Capo del Personale.

Nella stanza, posta all’ultimo piano di uno degli edifici che componevano la Direzione Generale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Via Salaria a Roma, c’erano le delegazioni delle Organizzazioni Sindacali al completo.
La banca era stata acquisita dalla Banca di Roma che aveva distaccato in BNA un team di dirigenti, abbastanza ristretto in verità, per assumere la responsabilità dei settori strategici – finanza, organizzazione, crediti e personale – della banca acquisita.
Naturalmente tutti noi avevamo cercato informazioni, aneddoti, maldicenze, gossip su ognuno di loro ed in particolare su colui che sarebbe stato il nostro interlocutore istituzionale.
Mario era preceduto da una fama di intransigenza e assoluta incorruttibilità. Un uomo ispirato a saldi principi etici che lavorava più di dodici ore al giorno: il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire dalla banca. Si diceva che fosse insofferente ai favoritismi derivanti dalle raccomandazioni e dalle pressioni lobbistiche: si rapportava al sindacato riconoscendone il ruolo ma sfidandolo in campo aperto sulle conoscenze e sulle interpretazioni delle norme contrattuali, così come sulla visione prospettica e la dialettica negoziale. Era una persona sanguigna, nota per alcune memorabili sfuriate.

Uno tosto, insomma.

Quando puntualissima come non mai, entrò la delegazione del personale, Mario la guidava con passo fermo e veloce. Mi apparve un omone, non molto alto con una grande testa piena di capelli ingrigiti, con spalle larghe, torace ampio e ventre che cercava di farsi spazio pressando la cinta dei pantaloni e i bottoni della camicia.
Si sedette e fece alcuni gesti che avrebbe ripetuto in tutte le occasioni ufficiali: si slacciò il cinturino dell’orologio, lo depositò accanto a sé sul tavolo, si arrotolò di un solo giro i polsini della camicia che portava slacciati, cercò di allargare più che poteva il collo alla camicia e, almeno in quella occasione, ne mantenne chiuso il bottone.

Mario abbracciò tutti noi con lo sguardo, accompagnandolo con un sorriso aperto e cordiale: gli occhi vivaci, profondi e scuri ci passavano rapidamente in rassegna.
Già da quell’occasione scompaginò il rituale, che prevedeva una breve presentazione da parte di tutti i presenti; viceversa prese lui la parola e fece un discorso di merito senza fronzoli, disse la sua opinione sul particolare momento vissuto dalla banca, sui possibili timori presenti nel corpo lavorativo, esplicitò la sua visione del rapporto tra le parti sociali, dell’importanza del sindacato e del compito primario delle aziende nel favorire lo sviluppo personale e la crescita professionale dei lavoratori.

In sostanza ci disse: ci siete ed io riconosco il vostro ruolo, ma tocca all’azienda provvedere ai lavoratori, al loro benessere e a tenere alta la loro motivazione al lavoro.

Parlava a braccio in maniera spigliata e fluente, senza accentuare né celare una punta di romanità colta, utilizzava frasi lunghe, fermandosi qualche istante per sottolineare questa o quella parola, il suo linguaggio era complesso, un po’ aulico in qualche passaggio, l’utilizzo dei tempi dei verbi – manco a dirlo – era perfetto.

Sprizzava carisma da ogni poro.

Scoprimmo con il passare del tempo che era un interlocutore pragmatico ma severo, rispettosissimo delle regole sebbene non legato a formalismi o a rigidità pregiudiziali, di ampissime vedute per quanto riguardava la formazione dei lavoratori e gli strumenti i più moderni di quel tempo per garantirne il coinvolgimento e la condivisione degli obiettivi aziendali.

Qualche mese dopo quella presentazione ebbi inaspettatamente modo di conoscerlo meglio in un’occasione che è rimasta, per me, indimenticabile.

Ero stato avvicinato da un direttore di un’agenzia “di frontiera”, iscritto al mio sindacato, che mi aveva chiesto un incontro riservatissimo e urgente. Era pomeriggio inoltrato quando venne nella stanza sindacale, si sedette davanti a me e rimase in silenzio per lunghi minuti. Non lo conoscevo bene, di lui avevo sentito dire che era un professionista preparato e competente, un tecnico dei crediti, fra i migliori dei quali disponeva la filiale di Napoli. Era una persona minuta – mi diede l’impressione di vestire almeno con una taglia più grande della sua – era pallido e teso e durante il colloquio i suoi occhi si riempirono, spesso, di lacrime.

Parlò e mi raccontò la sua storia tutta di un fiato.

Qualche mese prima era stato avvicinato da un signore che si era qualificato come “curatore degli interessi” di un gruppo di aziende clienti dell’agenzia, tutte affidate per importi non particolarmente rilevanti. Il direttore, che chiamerò Dottor Pi, aveva esitato a metterlo alla porta perché gli era subito apparso ben preparato sulle questioni tecniche bancarie, dotato di un linguaggio abbastanza forbito senza particolari inflessioni dialettali, estremamente determinato nelle sue richieste, sebbene poste con cortesia.

Mi chiedeva di innalzare i massimali di affidamento e di chiudere un occhio in caso di sconfinamento perchè si trattava di aziende solide che avrebbero sempre onorato scadenze e impegni”

Il Dottor Pi lo aveva ascoltato con attenzione e aveva, con altrettanta cortesia, risposto che esistevano norme precise che non aveva nessuna intenzione di violare. L’uomo non apparve né sorpreso né contrariato dalla risposta, si alzò, gli strinse la mano e se ne andò. La settimana successiva, in un plico diretto all’agenzia, il Dottor Pi trovò un decina di fotografie del proprio figlio ritratto in una serie di situazioni abitudinarie: all’entrata e all’uscita della scuola, quando andava in palestra accompagnato con la macchina dalla madre (il ragazzino aveva dodici anni), quando andava in parrocchia. Qualche ora più tardi il Dottor Pi ricevette una telefonata da parte dello sconosciuto che gli chiedeva un nuovo appuntamento, per l’indomani mattina in un bar del centro del paese (“dottore, ci prendiamo una tazza di caffè perché è quello che ci vuole”). Il Dottor Pi arrivò a quell’appuntamento travolto da stato d’animo contrastato: da una parte una paura che andava crescendo e dall’altra una rabbia cieca che gli era assolutamente sconosciuta. Lo sconosciuto doveva averlo previsto e prima che il Dottor Pi potesse aprire bocca lo apostrofò secco: “a fine mese le arriveranno le proposte di ampliamento dei fidi delle aziende di cui le ho parlato, le consiglio di pensarci bene prima di rifiutare”. E se ne andò lasciando il Dottor Pi gelato e tremante. Gli sembrava di essere entrato improvvisamente in un film di camorra. E di esserne lo sfortunato protagonista.

Ma il vero incubo si materializzò qualche giorno dopo: il padre del Dottor Pi ebbe un improvviso malore, temette l’infarto e chiamò un’autoambulanza senza riuscire ad avvertire il figlio. Un paio di ore più tardi al Dottor Pi arrivò una telefonata agghiacciante. Era lo sconosciuto a parlare:

“Dottore, suo padre ha avuto un lieve malore, si è fatto ricoverare di urgenza ma adesso è tutto sotto controllo, lo tengono in corsia per accertamenti ma domani, se tutto va bene, lo fanno uscire. Adesso glielo passo, così lei si tranquillizza.”

Raccontandomi questa telefonata, l’uomo che mi stava di fronte sembrò accasciarsi sulla sedia. Riprese il racconto e mi disse che da allora aveva cominciato ad “essere un loro uomo. Una pedina nelle mani della più potente associazione criminale della Campania”.

Aveva presentato immediatamente una domanda di trasferimento dall’Agenzia e dalla stessa Filiale. Qualche giorno dopo averla inviata, lo sconosciuto si era presentato nel suo ufficio e gli aveva detto con un  sorriso gentile: “dottore, è una buona idea, noi abbiamo molti e diversificati interessi al Nord: in Emilia, in Lombardia e in Veneto. Ci potrà essere molto utile, più ancora che qui”.

Che altro gli restava da fare? Ed io cosa potevo dirgli?

La sera stessa telefonai a Mario che era ancora in ufficio e gli chiesi un colloquio urgente, riservato, e che sarebbe dovuto rimanere segreto. Dovette sentirmi concitato, non mi fece domande e mi diede appuntamento per la sera successiva, a Roma nel suo ufficio.

Gli raccontai tutto per filo e per segno. Mi ascoltò a testa china. Alla fine mi guardò negli occhi e mi chiese:

“Lei Del Pinto cosa pensa del Dottor Pi, a prescindere da questa oscura vicenda?

Risposi che era una persona mite, onesta, competente e gran lavoratore e che io credevo ad ogni parola del suo racconto.

Lei sa che se qualcosa di irregolare dovesse uscire da un’ispezione, la banca licenzierà il Dottor Pi?”  

Gli risposi che confidavo in un’applicazione delle norme che tenesse presente dello stato di pericolo gravissimo e della volontà coartata del Dottor Pi.

Che mi appellavo al sua umanità e al suo senso di giustizia, perché applicare le norme a prescindere dal contesto che aveva maturato la loro violazione sarebbe stato disumano.

Mario chiamò il Dottor Pi a colloquio ed avviò un’immediata ispezione nell’agenzia. Lo trasferì dal giorno successivo in filiale e dopo un paio di settimane lo mandò a Torino, negli uffici interni di quella filiale. Avviò un procedimento formale, al termine del quale al Dottor Pi furono comminati alcuni giorni di sospensione.

Successivamente, al Dottor Pi fu trovato un posto in Direzione Generale, fuori da qualsiasi operatività in ambito crediti e lui potè trasferire tutta la famiglia per tenerla con sé.

Non ho avuto più notizie del Dottor Pi. Da quel giorno i rapporti istituzionali con Mario si fecero più intensi e ci capitò diverse volte di vederci a cena, tanto che, a entrambi, fu sempre più chiaro che lo scambio di opinioni sulle questioni interne alla banca era solo una scusa per mangiare bene e conversare in tranquillità. Anche per conoscerci più a fondo.

Scoprii che amava la buona tavola e che nella conversazione spaziava dalla letteratura alla musica jazz; che aveva viaggiato e che viaggiava molto, che conosceva le strade, i vicoli, gli anfratti di Roma, la loro storia, gli aneddoti, le persone, nobili o personaggi famosi che vi avevano abitato, ed era in grado di soffermarsi sui particolari architettonici di questo o quel balcone, davanzale, facciata di palazzo.

Che era molto credente; che ogni mattina si alzava prestissimo per pregare e meditare e che riteneva la prassi quotidiana il vero banco di prova per un credente.

Per i quattro anni che rimase in Banca Nazionale dell’Agricoltura, tutte le volte che ci incontrammo, ufficialmente o in privato, in banca o per strada ad ammirare questa o quella particolarità artistica celata in qualche angolo poco conosciuto del centro di Roma, ci demmo sempre del “lei”.

Quando la Banca Antonveneta comprò la BNA, Mario si dimise ed andò in pensione. Era il 1999.

Pochi giorni dopo ci demmo appuntamento alla fermata della Metro Laurentina perché desiderava mostrarmi la casa, un po’ in periferia, nella quale viveva.

Appena ci incontrammo, con un lieve sorriso mi disse: “ecco, da oggi tu sei Pierluigi ed io sono Mario.

Da allora la sua solarità e il suo sguardo vivace hanno accompagnato le nostre conversazioni sulla vita. Con lo stesso rispetto e con le ampie vedute di quando vestiva i panni del professionista delle risorse umane, oggi Mario è, in ogni espressione di sé, un Amico.

Continuiamo così da vent’anni.

 

 

 

 

 

 

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Un commento

  1. Bezzo Bezzo

    Ho conosciuto Mario a Roma in Direzione Generale il 16 agosto 1995 Mi chiedevo durante il viaggio su quali argomenti mi avrebbe interrogato Mi sentivo preparato ma ero tesissimo Dopo una breve presentazione del mio iter professionale mi chiese dove fossi stato in vacanza In Turchia risposi e parlammo quasi un’ora di storia greco romana … fortunatamente ero preparato anche in questo Una persona straordinaria condivido

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