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Maternità

 

Mamma, in tarda età, ha avuto l’Alzheimer, forma medio lieve aveva diagnosticato il medico, ma la malattia ha fatto il suo inesorabile corso. – Figlietta mia! – esclamava la mattina quando si svegliava mentre mi accarezzava la pelle e diceva che ero morbida, bella e cicciona mentre rideva ammiccante e divertita. Poi ha cominciato a chiamarmi Signora, a darmi del lei, ma era felice quando mi vedeva, quando la mattina ci svegliavamo insieme e facevamo la gara a dirci reciprocamente bella – no bella tu – no tu più bella! Perché se la razionalità era ormai del tutto persa, l’affettività era invece attiva, manifesta, infantile, libera. E poi c’è stato un fatto straordinario maturato da mia madre proprio nel corso di quegli anni, un’abilità a creare parole gentili, affettuose, ironiche, che rivolgeva a tutti quando era serena e dava affetto. Decine e decine di vezzeggiativi, diminuitivi, neologismi fantasiosi che lei inventava … ne riporto solo qualcuno: pandorina, giocoliera, strofetta, risolina, castoretta, carezzella, cimbrilla, spensieratina, ecc. ecc. Un giorno, forse in un raro momento di lucidità, mi ha voluto spiegare – mi scendono le parolette – ha detto. E forse la malattia aveva anche liberato l’animo poetico che custodiva dentro un carattere schivo e severo. Come considerare infatti, in una creatura disorientata e sperduta come lei, espressioni come: mi duole un sorriso, mi scorre il pensiero, mi si sono spezzate le domande, puliscimi la vecchiaia, sono diventata una metafora, ma dove finisce l’orizzonte … Certo non è stato tutto facile, ma avevo ormai accettato il nuovo ruolo e quando lei chiamava spaventata la mamma, io accorrevo e la tranquillizzavo: Sono qui – le dicevo – sono la mamma, perché l’amore materno è circolare e c’è un momento nella vita in cui il cerchio si chiude e non si capisce più da dove nasce il giro.
La lasciavo solo per andare da lui che mi aspettava quotidianamente, inderogabilmente. In un pomeriggio che sembrava come un altro, aveva avuto un ictus, gravissimo, dicevano i dottori, chissà se ce la farà. Ma lui ce l’aveva fatta anche se camminava male e non muoveva bene un braccio. Aveva bisogno di me, non solo per la quotidianità, ma anche per recuperare il senso di una vita che aveva visto interrotti, di colpo, autonomia, lavoro, viaggi, ma non il nostro amore. Anche lui, protervo, ostinato, difficile, era diventato tenero e possessivo. – Ciao bellezza – mi diceva appena aprivo la porta – finalmente sei arrivata! -. Conservo ancora un biglietto con una grafia un po’ incerta in cui mi scrive : “Questa mano c’è ma non è mia. Quando tornerà ad essere mia te la regalerò”.
Quando ho cominciato a frequentarlo, ed eravamo già grandi, mi divertiva molto un esercizio sportivo che faceva: prendeva la rincorsa, spiccava un piccolo salto in alto e quando era in aria sbatteva i talloni ricadendo poi atleticamente a terra. Una cosa da ragazzo, da ragazzo vivace. Ecco, io l’ho conosciuto così, giocoso, fantasioso, esuberante, frenetico, difficile da contenere. La malattia lo aveva fermato nel fisico, non nel temperamento, anzi, tutta la voglia di movimento si era trasferita nella testa e nella voce, che gridava, dava ordini, pretendeva, voleva. Ma anche lui non aveva perso il suo animo sensibile, l’inesauribile attitudine a scrivere versi con i quali esprimeva l’amore per la vita ma anche l’infelicità e la rabbia per il danno non accettato, per l’identità alterata. Non c’è stato da riposare neppure con lui, perché lui era solo ed io ho partecipato ad ogni cosa che lo ha riguardato, ma attenzione, dovevo sempre esserci e non esserci, dovevo capire dove, come, quando emergere o sparire, parlare o tacere. Perché il mio ragazzo era ribelle, disperato, fragile, terribile e tenero come un adolescente inquieto, ed io allora, ancora una volta, ho dovuto tirare fuori (e non sempre mi è riuscito) la comprensione, l’abnegazione, la pazienza, l’amore di una madre, di quella madre che non sono mai stata o che forse sono sempre stata.
Ho accudito ai miei piccoli, preziosi e tremendi, con amore e fatica, io che non ho mai avuto figli, assaporando, in tarda età, i dolci ed ambigui sentimenti di una inattesa e sconcertante maternità.

Ed ora che il destino ha compiuto il suo giro, ora che esiste solo il tempo del silenzio assordante, la mente fluttua in dimensioni metafisiche, carezza malinconie estenuanti, coltiva stordita le assenze.

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