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Mènego

Al mio paese la primavera arrivava molto presto, o forse eravamo noi bambini, con la nostra voglia di correre e di giocare all’aperto, a precorrere i tempi e a cogliere nell’aria i primi segni del disgelo.
C’erano poi anche i detti popolari che ci invitavano a vivere con intensità quell’attesa: “a Nadae on passo de gae, a Pasquetta na oretta” (a Natale un passo di gallo, a Pasquetta un’oretta).
Appena passata la fioritura del calicantus ci prendeva la smania selvaggia di correre e di saltare all’aperto.
Allora allungavamo il tempo dei giochi sulle aie e organizzavamo “serie” perlustrazioni per i campi, a cercare i primi infreddoliti bozzoli di violette,
Non c’era ancora la televisione e la natura rappresentava per noi uno straordinario libro aperto sulla vita di ogni giorno: dal modo di volare degli uccelli o dalla forma delle nuvole riuscivamo spesso ad intuire il cambiamento del tempo.
Ci entusiasmava alla grande il vento freddo di febbraio, che alzava i nostri aquiloni confezionati con la carta blu dello zucchero o gialla della pasta, carta ruvida e resistente, che ci portava su, in alto con tutti i nostri pensieri e i nostri sogni.
Ci aiutava a costruire gli aquiloni Mènego Caciàne, che viveva da solo nella barchessa fatiscente della famiglia Cherubin.
Era un anziano così allampanato e patito che quando il vento era forte temevamo che con L’Aquilone volasse via anche lui.
Mènego non era bello fuori, ma dentro sì.
Aveva capelli lunghi, giallicci, stopposi e arruffati. Gli occhi erano cisposi, ma avevano sempre un’espressione mite e sorridente. Rideva di niente, e in modo fragoroso. Era sempre vestito allo stesso modo, con vecchi stracci militari. Portava spesso una giacca deformata dall’uso, stretta in vita dalla marsina sfilacciata. Rimediava agli sbrindelli dei pantaloni con due grossi spaghi alle caviglie: ciò gli consentiva di correre svelto in bicicletta.
Mènego infatti si raggiungeva ovunque, con una bicicletta sgangherata, senza parafanghi e senza Carter. Alle due estremità del manubrio aveva legato tanti nastrini colorati che ondeggiavano nella corsa, con piacevole folklore.
Lui diceva che ogni nastrino gli ricordava un nemico ucciso in guerra nella campagna d’Africa.
Io sono certa che in vita sua non avesse mai fatto male a nessuno, nemmeno ad una mosca. Invece lui del male ne aveva ricevuto tanto.
Diventata grande seppi che era andato volontario in Africa per potersi sistemare; aveva lasciato al paese una fidanzata che adorava e alla quale mandava tutto il denaro che guadagnava, forse privandosi perfino del necessario.
Poi era tornato constatando purtroppo che la sua donna aveva impiegato bene i suoi risparmi, comprando una casa con tanto di orto, fienile e vigneto, ma poi era andata a viverci con il suo sposo, un amico di Mènego.
Sfido che lui era andato via di testa. Era tornato bambino perché i grandi l’avevano tradito e lo tradivano ancora, incapaci con loro perbenismo di capirlo e di aiutarlo.
Era andato a vivere nella barchessa abbandonata dei Cherubin accontentandosi di quel po’ di carità che riceveva da qualche buonanima.
Quando lo vedevano giocare con noi lo cacciavano via perché dicevano che era un balordo con la propensione del “goto” (bicchiere).
Ma se non era lui a venire da noi eravamo noi a cercarlo, perché era uno straordinario compagno di gioco: sapeva tutto di lucertole, di ramarri e di girini, insieme raccoglievamo i sassi per le nostre raccolte, lui riusciva sempre a tirar su dalla Peschiera quelli più belli e colorati, perché per farci contenti non esitava a protendersi a pelo d’acqua afferrando i fragili rami dei salici selvatici lungo la riva.
Col cuore lo vedo ancora nel ricordo affondare le braccia scheletriche nell’acqua melmosa della Peschiera e ritirarle con le mani colme di sassi.
Menego ci procurava le “tavèe”, sassi piatti, lunghi e sottili per fare le “schinchete”: noi lanciavamo con un rapido e vigoroso colpo la tavèa nell’acqua, quella si immergeva poco poco e riemergeva per due, tre, quattro, cinque volte a seconda del vigore e della maestria del lancio.
Lui ci incitava e rideva divertito quando il gioco riusciva bene. Rideva anche quando si sputava sulle mani per far presa più sicura sulle manopole del manubrio.
Ci metteva in fila, poi ci faceva fare il giro dei campi caricandoci uno per volta sulla canna della bicicletta: ad ogni sobbalzo, sulle carreggiate fortemente incise, erano fragorose risate.
Non ci fece mai del male, anzi con noi giocava a “cuta” (nascondino), a “momolacìna” (salti sulla schiena), ai quattro cantoni.
C’erano i geloni sulle mani e sui piedi, ma chi ci faceva caso quando attorno ad un fuocherello di sterpi cantavamo all’inverno che se ne andava, oppure Mènego ci raccontava le sue imprese ad Addis Abeba.
Lui era bravo anche a costruirci con poco le trombette. Appena il tarassaco andava in fiore Mènego prendeva lo stelo e lo lisciava, lo modellava e cantarellava:

pipa pipa sona
pa ea parte de Verona,
pa ea parte de Venessia,
se no te tajo el colo e anca ea testa

Dopo aver armeggiato un po’ con quelle sue mani ossute e nervose, soffiava dentro allo stelo, che emetteva un suono un po’ flebile e stonato, ma a noi tanto caro.
Quello era l’inno della primavera, della nostra meravigliosa stagione.
Era primavera anche quella volta…
I campi erano infiammati di colza: erba, fiori e uccelli riempivano di vita la nostra terra e le ribèghe (racole) della Quaresima si erano risvegliate per la Settimana Santa.
Vacanze di Pasqua! Quella mattina attendemmo inutilmente Mènego che venisse per i campi a giocare con noi.
Poi la notizia passò di casa in casa e ci raggiunse.
Andammo anche noi alla Peschiera, Mènego era la steso sull’erba con le braccia spalancate come in croce.
“… è un maledetto suicidio!” sentenziò un sapientone “… si è finalmente stancato di fare il perdigiorno!”
E nemmeno si accorse che noi lì attorno stavamo piangendo.
Era un’esperienza di morte che ci toccava nel profondo; lui sembrava dormire e aveva un’espressione serena e di pace.
Quando gli rovesciarono le tasche saltarono fuori una ranocchia e tanti sassi di diverso colore e forma.
Non era stato un suicidio! Era una prova d’amore! Ancora una volta Mènego aveva voluto farti un regalo: si era proteso troppo a pelo d’acqua fidandosi dei fragili rami dei salici selvatici.

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Un commento

  1. Marilens Marilens

    Bravissima come sempre, Antonia, bellissimo racconto, scritto con lucidità, quando lo leggevo mi sembra essere pure io dentro alla storia . Complimenti complimenti.

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