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Mescolare le nostre barbe

Qualche giorno fa ho ascoltato alla radio un monologo di un famoso regista italiano.

Parlava di suo padre ormai morto da qualche anno. Di lui non si ricordava alcun segno di affetto, un bacio o un abbraccio. Lo invitava a tornare sulla terra, anche per pochi istanti, il tempo necessario per scambiarsi un abbraccio… per mescolare le nostre barbe… diceva.

Confesso che quel monologo mi ha turbato.

Mi ha fatto pensare al mio di padre, anch’esso morto da qualche anno, molti in verità, e pur sforzandomi di ricordare non mi è venuto alla mente quando mi ha mai baciato né quando mi ha stretto a sé in un abbraccio. Mi torna in mente sempre una figura poco presente sia nei gesti affettuosi sia negli atti punitivi.

E’ pur vero che le nostre vite si sono affiancate per soli diciannove anni, tanti ne avevo quando lui morì, a soli quarantotto anni. Come il regista anch’io adesso vorrei tanto che mio padre tornasse per abbracciarlo, per strofinare le nostre barbe! Ma soprattutto per avere la risposta a una domanda che nel tempo si è radicata nella mia mente:

perché hai buttato via la tua vita?

Mio padre è morto giovane a causa della cirrosi epatica dovuta alla dipendenza dall’alcool. Aveva tutto, era bello, benestante, una bella moglie, due figli, tutto…

Di lui ho pochi ricordi, quello più lontano nel tempo è quando stava per nascere mia sorella.

Avevo poco più di tre anni e lui finalmente mi sistemò sulla sua bellissima moto rossa, a cavallo del serbatoio con le mie manine protese sul manubrio affianco alle sue grosse ed esperte. Percorremmo lentamente il quartiere in attesa che a casa mia madre partorisse.
Ricordo le gite fuori stagione a Ostia per lenire la mia asma. L’auto noleggiata con tanto di autista e l’immancabile pranzo dal Pescatore al Borghetto.

Poi la sua resa all’alcool. I suoi continui ritardi al negozio di mio nonno diventarono ben presto assenze. Per diverso tempo mio nonno continuò a pagargli il mensile; ero io che andavo a riscuotere e a subire le lamentele dei miei zii.

Spesso mia madre la sera all’ora di cena…
Marce’ va a cercare tuo padre…
Dove?
Prova dal sor Alfredo in via Tor de Schiavi o alla trattoria in piazza dei Mirti.

E io lo trovavo a capo tavola circondato da avventori già abbondantemente avvinazzati, che lo eleggevano re, imperatore, dio della passatella solo per il fatto di bere a sbafo.

Papà è ora di andare a casa
Sì, mo’ andiamo, vieni qua siedi, prendi ‘na ciambella vuoi l’aranciata? Aspetta tra dieci minuti andiamo.

Poi il triste ritorno a casa a seguire la sua camminata malferma e i suoi sbandamenti accompagnati da quella risata strana.

Le continue litigate con mia madre.
La separazione!
Tutto questo lo accettavo come un fatto ineluttabile della vita.

Dopo la separazione dei miei genitori, io avevo tredici anni, lui andò a vivere in un misero monolocale di proprietà di mio nonno. L’unico contatto che aveva con la sua famiglia ero io che almeno una volta al mese lo andavo a trovare.

Ricordo quanto mi pesassero quegli incontri.

In quei momenti diventava loquace quanto non lo era mai stato prima, anche se i nostri colloqui sembravano più quelli tra due vecchi amici che quelli tra padre e figlio. Cercava disperatamente di farmi vedere che lui stava bene, che si preparava da mangiare che stava scrivendo un libro, che non beveva più! In quegli ultimi sei anni della sua vita non ebbi mai il coraggio di porgli quella domanda.

Molti anni dopo fu mia madre a raccontarmi qualcosa in più sulla sua dipendenza dall’alcool.

Mi raccontò dell’infanzia segnata dal trauma quando mio nonno cacciò di casa mia nonna minacciandola con un fucile, mio padre aveva cinque anni.
Di quando durante la guerra arruolatosi in marina combatteva la paura con il vino.
Quando erano fidanzati lei si accorse di come bastasse poco vino per renderlo ebbro.
Mi raccontò delle promesse mai mantenute, dell’unico tentativo di disintossicarsi. Ho un vago ricordo di mio padre assente per un certo periodo e poi il suo ritorno a casa chissà perché senza baffi; ricordo i pianti disperati di mia sorella nel vederlo così.

Il lasciarsi andare e l’inevitabile separazione da mia madre.

Ora che ho un’età che mio padre non ha mai potuto avere, troverei il coraggio di guardarlo negli occhi e fargli quella domanda cercando di capire i motivi di tanto abbandono.

Ma se non riuscisse a rispondermi, a trovare le motivazioni della sua scelleratezza beh, allora proverei comunque ad abbracciarlo a baciarlo, a… mescolare le nostre barbe … per tentare di sentire almeno per una volta quell’affetto tra padre e figlio che non siamo mai riusciti a trasmetterci.

nella foto: Ivo Bonfantoni

Published inAmore

Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Storie come questa rappresentano al meglio il senso, mostrano il significato, dicono il perché del nostro progetto: “raccogliamo storie” per sentirci parte di un’unica famiglia, quella “umana”: le nostre storie e molti pezzi delle nostre autobiografie si assomigliano, si vanno a sistemare nelle note di un identico pentagramma emotivo.
    Mi sei più vicino, più familiare, più accanto, più simile, più fratello, stasera dopo che ho letto la tua storia.
    Questo è il grande potere del “raccogliere storie”.

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