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Mimmo

Doveva avere trent’anni. Forse anche meno ma un’incipiente calvizie lo faceva apparire già uomo maturo. Era massiccio con le spalle larghe, l’ampio torace, le cosce da calciatore ma di statura regolare. Parlava pochissimo. Entrava, salutava, con poca enfasi con una nota di gentilezza nella voce, si metteva a fare qualcosa. Nella sede dei Banchi Nuovi, al numero sette dell’omonimo vicolo, a ridosso delle mura del Chiostro della Chiesa di Santa Chiara a Napoli, c’erano sempre almeno una ventina di persone, soprattutto quando, verso sera, si tornava “da arrangià” ovvero dalle mille occupazioni precarie, spesso inventate o dentro il ciclo del “lavoro a domicilio”, la più grande fabbrica di Napoli.

In sede c’era, sempre, qualcosa da fare. Mimmo era uno dei primi ad arrivare e uno degli ultimi ad andarsene. Ma in quelle lunghe ore diceva pochissime parole, raramente scherzava, qualche volta usciva per fumare ma soprattutto scriveva i datzibao. Fu questo particolare che me lo fece notare. Scriveva lentamente ma bene con le lettere ben separate senza errori. Si trattava di convocazioni di “scadenze” come le chiamavano i disoccupati: manifestazioni o assemblee o pressioni che in codice si riferivano alle azioni dimostrative che i disoccupati mettevano in atto come forma di lotta. Poi si usciva ad attacchinare, un’espressione tramandata nel movimento, ma di origine incerta, come sintesi dell’attaccare con la colla i datzebao sui muri del centro napoletano che era la “zona di competenza” del Comitato di Vico Banchi Nuovi, in quel nuovo ciclo di lotte iniziato all’indomani della fine vittoriosa del primo ciclo: quello della manifestazione sindacale e del disoccupato che parlò davanti ai trecentomila in piazza.

Una storia già raccontata.

Ogni sede del movimento aveva quello che era chiamato “servizio d’ordine”, ovvero un nucleo di disoccupati fidati con i quali, in riunioni separate, si organizzavano le pressioni o si chiarivano le situazioni che si andavano delineando con le controparti in modo tale che attraverso il passaparola si teneva informato il grosso del movimento. Una metodologia poco ortodossa che ai cultori della democrazia formale sarebbe apparsa intollerabile, ma che, nei sedici anni, lungo i quali si è dipanata la mia esperienza con i disoccupati napoletani, ha sempre funzionato egregiamente. Alcuni dei componenti di quella élite erano già i punti di riferimento in una certa determinata zona ed avevano fatto proselitismo fra le loro conoscenze e di conseguenza erano i più indicati a mantenere contatti e collegamenti. Soprattutto in occasione delle pressioni, per il miglior esito delle quali si doveva mettere in campo un’organizzazione molto precisa e ciascuno doveva sapere esattamente cosa fare e quando farla.

Era un po’ di tempo che osservavo Mimmo al fine di proporgli di far parte del servizio d’ordine ma la sua solerzia, la costanza, la precisione e la serietà se, da una parte, deponevano nettamente in suo favore, dall’altra mi inducevano ad essere guardingo. Era troppo perfetto, in parole povere. Se qualcuno avesse deciso di infiltrarsi nel movimento avrebbe scelto esattamente quel comportamento. Allora decisi di affrontarlo direttamente.

Una sera approfittai che Mimmo era uscito a fumare per avvicinarlo. Fu molto gentile, parlava a bassa voce e la sua voce mi parve melodiosa, usava bene le parole ed i verbi.

Mi raccontò la sua storia. Era rimasto orfano di padre a 15 anni e adesso ne aveva ventotto. Il padre faceva l’ambulante e aveva l’hobby della pittura, così gli capitava di fare qualche soldo anche vendendo quadri. Ci teneva molto che il figlio studiasse: Mimmo era l’unico figlio nato quando i genitori erano avanti con l’età. Morto il padre, lui era stato costretto a lasciare gli studi ed aveva cominciato a fare una serie di lavoretti: prima il garzone di qualche negozio o bar, poi crescendo aiutava negli sfratti a fare traslochi. Abitava a Montecalvario, ovvero nei Quartieri Spagnoli, quelli a ridosso di Via Roma e della collina sulla quale era stato costruito il Vomero. Abitava dove era nato, nella parte più alta del quartiere, vicino al Corso Vittorio Emanuele, una via abitata da gente “bene”. Lì, in quei palazzi, ogni mattina la madre, prima delle sei, andava a lavare le scale e poi si fermava in qualche casa come domestica. Aveva ormai più di sessant’anni e per i lavori domestici venivano preferite donne più giovani. Il lavoro della pulizia interna ai palazzi era molto duro, così, da qualche anno, Mimmo dava una mano alla madre. Con il tempo, la presenza di Mimmo era diventata via via sempre più necessaria e adesso era indispensabile: si trattava di passare molto tempo in ginocchio a lucidare i pavimenti e i gradini, andare sopra e sotto portando secchi, senza fermarsi un solo minuto perché tutto doveva essere pronto e asciutto per quando gli inquilini sarebbero usciti dopo le sette e mezzo. In questo modo lui e la madre avevano di che vivere, facendo i giusti sacrifici. Mimmo per sé teneva solo i soldi per le sigarette ed i vestiti li comprava usati al Ponte di Casanova.

Trovare un lavoro stabile e “con l’Inàm“, ovvero con la previdenza e casomai con gli assegni familiari, era per Mimmo – così come per gli altri disoccupati del movimento – l’obiettivo da conseguire.

Ma Mimmo quella sera volle aggiungere qualcosa.

Pierluigì, chilli me cercàn e a’ lorò propòst è semplicè: nu’ miliòn o’ mesè, na’ macchìn ed na’ pistolà. Nun aggia fa’ nientè e’ precisò, ma quann me chiamàn nun aggia fa’ domandè.

(Pierluigi, quelli mi cercano e la loro proposta è semplice: un milione al mese, una macchina ed una pistola. Non devo fare niente di preciso, ma quando mi chiamano, non devo fare domande).

Una vita comoda per sé e soprattutto per la madre, ormai anziana. Basta lavori duri e umilianti. Era il 1978, Saviano doveva ancora pubblicare il suo libro, ma a Napoli tutti sapevano che c’era la delinquenza organizzata, la camorra, e che gli affari erano spartiti fra i clan, le “famiglie” nelle diverse zone. Il contrabbando di sigarette dava da “arrangiare” a migliaia di persone; la droga avrebbe fatto la sua massiccia comparsa anni dopo. Nessuno, però, di quelli che trovavano di che sfamarsi nel ciclo del contrabbando – gli scafisti che uscivano di notte a bordo dei motoscafi  per prendere al largo le casse dalle navi, chi le andava a scaricare in fretta sul litorale, chi le portava nelle zone, chi le distribuiva e infine che le vendeva – pensava di essere un delinquente. C’era una linea di demarcazione molto netta e da tutti condivisa: quelli che legavano la loro vita ai clan entravano nel mondo della criminalità, davano la loro anima al diavolo. Ma fra questi – mi chiesi da quella sera – quanti Mimmo c’erano? Quanti avevano scelto una vita più comoda in mancanza di qualsiasi alternativa ?

Il lavoro era l’unica alternativa reale, concreta, né morale né ideologica alla criminalità organizzata. Dare opportunità di reddito, di studio, di cultura, aprire gli orizzonti, istillare il meraviglioso virus della curiosità per i luoghi, per le città d’arte, per i paesaggi diversi, per l’estero, per le diversità: questo era il compito degli “intellettuali”, dei “borghesi” che volevano davvero “cambiare Napoli”.

Chiesi a Mimmo: “perché non hai accettato?” Mi rispose: “Io non ho paura di morire ammazzato: non è per questo che non accetto. I soldi facili danno alla testa e alla fine non ti bastano mai. Voglio vivere di lavoro, come faceva mio padre e come mi ha insegnato lui, perché è tutta un’altra cosa tirare fuori dalla tasca una diecimila lire che te si sudato”.

Mi è capitato di vedere qualche puntata di Gomorra:  parla di un mondo a me sconosciuto.

A Napoli non ci sono stati mai solo i Savastano o i Sangue blu. A Secondigliano c’era Felice Pignataro e Patrizio Esposito che lavoravano con i bambini e con l’arte in strada;  a Montesanto era attiva la “Mensa Bambini Proletari”, alla Sanità ci sono i giovani di Padre Loffredo, al Vomero la libreria “Io ci sto” che si occupa volontariamente di bambini problematici; a Nisida è sorto, negli anni settanta, la prima esperienza di Teatro in un carcere. A Napoli, dagli anni settanta e tuttora, vive e opera Cesare Moreno con i suoi maestri di strada.

Napoli è tante storie. Napoli si può raccontare in tanti modi.

Questa è la storia di Mimmo, che dopo sei anni di lotta ha conquistato, con gli altri disoccupati del movimento, il posto di lavoro stabile e sicuro.

 

 

 

 

Pubblicato inLuoghi del Cuore

5 Commenti

  1. Nadia Nadia

    Grazie Pier, bello e vero…

  2. Enzo viglietti Enzo viglietti

    ERA PROPIO COSI.

  3. Bezzo Bezzo

    Assafa’ a maronn Il finale mi ha riempito di gioia Ci ha creduto Bravissimo Un eroe I Mimmo in giro sono ancora tanti e che possano trovare quello che desiderano Ma oggi Napoli è meno aperta ed è più cattiva

  4. Mario Martello Mario Martello

    L’incontro con il raccontare di Pier mi provoca sempre emozione per il modo in cui raccontando ti fa entrare nelle realtà che rievoca, che descrive, che ti fa toccare con mano, ove non abbiano già fatto parte delle tue esperienze, non come rappresentazioni oleografiche ma come storie traboccanti di verità; verità del vissuto, verità delle situazioni, delle motivazioni , delle tensioni ideali, verità delle concretezze. E quante sfaccettature in questo racconto! Le scelte organizzative, la scelta delle strategie, l’individuazione delle azioni , delle “pressioni”, la scelta delle persone. Nulla avviene per caso!
    Proprio la scelta delle persone introduce la figura di Mimmo, nella sua essenzialità.
    La sua scelta – che un tempo non avremmo esitato a definire giusta ma “naturale” – oggi sentiamo di definire esemplare con un sottofondo quasi di eroicità. E questo la dice lunga sul sistema con cui ci troviamo a fare i conti nella quotidianità.
    Apprezzo lo slancio ottimistico con cui Pier cita taluni esempi trascorsi o attuali di apprezzabili positività. Voglio crederci. Ci credo ! …Dovrà essere…Lo spero.
    Grazie Pier, ancora una volta.

  5. iaia de marco iaia de marco

    Una racconto necessario che rievoca per molti una stagione dura ma non disperata e senza orizzonti. La tua scrittura limpida, di cuore e cervello, restituisce una memoria onorevole di persone e vicende di cui, oltre che testimone, sei stato protagonista. E la vibrazione che ancora ti attraversa è percepibile proprio grazie all’asciuttezza affettuosa delle tue parole. Davvero bello.

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