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Mio padre, la mia schiena

Ho da sempre problemi alla schiena. Da sempre, da quando cioè ho la responsabilità del mio corpo. Almeno due o tre volte l’anno rimanevo bloccata, in preda a dolori lancinanti che mi toglievano il fiato. Qualche giorno di riposo forzato, cocktail farmacologici e terapie osteopatiche e mi rimettevo in piedi. Il copione era sempre lo stesso e per molti anni ho lasciato che la cosa avvenisse senza farmi troppe domande. Mia madre ne ha sempre sofferto, mio padre pure. Le fragilità genetiche si tramandano meglio dei talenti. Un destino, quindi, che accettavo con rassegnazione e al quale non pensavo se non quelle due, tre volte l’anno. Certo le cause potevano essere varie, problemi strutturali, eccessivi carichi, mancato riposo, movimenti sbagliati ma era più facile dimezzare una confezione di Voltaren che farsi domande. Questa è una cosa che ho imparato di recente, per tutta la vita sono andata avanti, senza guardare di lato. E forse ho fatto bene perché porta più conseguenze la domanda della risposta in sé. La domanda apre un baratro, scoperchia il vaso di Pandora, ti catapulta in una dimensione sconosciuta, intima, pericolosa.
Sono sempre stata una persona curiosa, intendiamoci, mi chiedo spesso il perché delle cose, faccio ricerche, cerco soluzioni. Non mi sono mai chiesta niente di me, tutto qui. Perché mi comportavo in un certo modo, perché sceglievo una vita e non un’altra, perché cambiavo e perché non lo facevo. È una cosa che ho imparato di recente.
Ad ottobre mi sono ribloccata con la schiena, mi si è paralizzata una gamba ed ero distrutta dal dolore. Ho tentato per settimane di riutilizzare gli strumenti che avevo, ormai conosco il problema, so come affrontarlo. Niente. Il solito copione non ha funzionato. Analisi, medicine, trattamenti alternativi, visite specialistiche. Mi sono ritrovata a percorrere una strada inusuale ed inaspettata che mi ha condotta dritta dritta a 13 punti sulla schiena e mesi di riabilitazione.
Il dolore è la più grande spinta che ci sia, dopo l’amore ovviamente. Ma l’amore non tutti hanno la fortuna di incontrarlo, il dolore, prima o poi ti becca in piena faccia e ti disarma.
E mentre stai lì impaurito ed ancora stordito dalla botta che hai preso, ti vengono in mente solo due alternative. Ti tiri su, raccogli i pezzi e cerchi di dare un significato alla caduta, oppure resti lì, aspetti, il tempo si dilata e quando te ne vai stai sicuro che qualcosa di te lo lasci lì per terra.
Nei mesi in cui soffrivo, non potevo essere nulla di quello che ero prima, donna, mamma, lavoro, casa, vita, mi sono fatta molte domande. Se chiami, prima o poi qualcuno risponde.
La risposta, o almeno una risposta possibile, in questo caso, è arrivata da F. una mia amica illuminata, donna saggia e dalle mille risorse. Mi chiama e mi fa “Verè, ma tu lo sai sì che la schiena è il padre?” Qui ci starebbe uno di quegli emoticon con gli occhi sbarrati più grandi della faccia.
“I problemi legati alla schiena sono in relazione con il rapporto con il proprio padre. I blocchi emotivi, le cose che non hai perdonato o che non sei riuscita a dire”.
No, il problema è che ho un’ernia L5-S1, che ho avuto tre gravidanze, peso poco, mi sono cresciuta I figli praticamente da sola, non ho mai fatto ginnastica, dormo in un letto Ikea di merda da sempre e ho fatto davvero troppi sforzi. Che c’entra mio padre? Le cose che non ho perdonato, i blocchi emotivi? Ma che dici?
In un’altra fase della mia vita avrei risposto così, non a lei ma a me stessa. Avrei messo a tacere le sue parole che, volenti o nolenti, erano entrate in circolo nella mia testa e attendevano pazienti. In un’altra fase, appunto. Non ora.
Adesso invece, ruotavano impazienti in attesa di collocazione.
E quindi mio padre. Non che lui fosse il responsabile della mia ernia, ma forse questa era l’occasione per dare una chance a tutte quelle teorie olistiche che ci curano nell’insieme e ci vedono parte di un tutto più grande.
Mio padre è un argomento tosto, corposo, a tratti scabroso. A volte tremo all’idea che ci sia qualche altra cosa di lui che non conosco. È un pensiero ricorrente e con una certa malinconia non mi sorprenderebbe ci fosse dell’altro. Mio padre è una raccolta letteraria. Molti fascicoli diversi, storie che continuano e si sovrappongono, intrecci, capitoli chiusi. Il mio rapporto con lui è stato per moltissimi anni quello di una lettrice prima appassionata, poi coinvolta, poi annoiata, poi delusa, poi sorpresa. Lo mettevo davanti a me come si mette un libro sulle coscie. Sfogliavo le pagine e ricominciavo a leggere. Non ero coinvolta, non ero quasi mai contemplata.
C’ero sì, ci amavamo, certo, ma la sua vita scorreva a prescindere dalla mia presenza e la mia, per forza di cose, si è adattata alla sua assenza. Da bambina vedevo mio padre come si guarda un poster di Che Guevara. Ammiravo il suo impegno politico, i suoi ideali, il suo essere sempre se stesso, a dispetto di tutto e di tutti. Dopo la separazione da mia madre ho patito la sua mancanza. Lui è andato via ed io sono rimasta. Lui ha girato pagina mentre io la stavo ancora scrivendo. Da quel momento – e per molti anni dopo – i nostri contatti si sono limitati a brevi telefonate “di cortesia” e qualche incontro in cui eravamo più amici che parenti e in cui, spesso, l’adulto lo interpretavo io. Ho visto passare molte donne, bambini. Ho visto molte case, diverse città. Ho fatto da spettatrice di un film avvincente, tragico, appassionato, sempre sopra le righe. Intanto, come da sceneggiatura, andavo avanti senza mai guardare di lato, né dietro e né tantomeno sopra. Avrei visto il buio, avrei sentito il peso. Sono trascorsi vent’anni. Li ho passati facendo la moglie e la madre e incaponendomi in una relazione che avrebbe dovuto finire molto tempo fa. Guarda un po’.
Non mi sono ascoltata, non mi sono accettata.
Oggi guardo al passato con occhi diversi. Le ferite e le sconfitte ho imparato a perdonarle. Restano lì, non possono essere cancellate ma le vedo e sto imparando a guarirle.
Il padre che mi ha abbandonata, che non è stato un papà, che mi ha delusa, che ha voltato pagina è alle spalle (o forse, come direbbe F. sulla schiena). Il pensiero di lui non è una lama nella mia carne.
È oggi che guardo dentro di me con attenzione, che vedo quanto i suoi errori siano stati anche i miei, quanto la sua fame di vita sia simile alla mia e quanto i nostri passi nel mondo si somiglino. Mio padre sono io che mi appassiono, che mi ribello, che spero e che ho imparato ad ascoltare.
Amiamo, sogniamo, lottiamo, scappiamo con la stessa forza e la stessa determinazione e sorridiamo al mondo con le stesse fossette.

(foto di Flavio Scarpacci)

Pubblicato inAmore

7 Commenti

  1. Anna Maria Anna Maria

    Nella giorno della festa del Papa’ un regalo appassionato e sofferto.
    Un ritratto veritiero di come sia difficile, soprattutto quando si è giovani, conciliare le proprie ambizioni, sentimenti e passioni con il ruolo di padre o di madre.
    Il tempo per fortuna smussa anche le sofferenze e le mancanze che si commettono spesso inconsapevolmente e ci si ritrova , ci si perdona in un rapporto tra adulti che si vogliono bene.
    Comunque a parte il peso sulla schiena la figlia mi sembra cresciuta molto bene!😊

    • frau frau

      Mi sembrava di vedervi, di sentire le vostre voci . Intrecci nel corpo, che non ti scegli, e intrecci tra anime affini che in qualche modo ti scegli…vi voglio bene, nelle domande fatte e cercate insieme a sorelle in questo periodo mi riconosco ed é dove mi ha aiutato stare…i nostri corpi raccontano una storia, prima di tutto a noi stesse, il senso profondo é e sempre sará innanzitutto per noi <3

  2. PANDA PANDA

    Ciò che siamo è quello di cui noi siamo stati nutriti!
    Ci trasciniamo dietro le cose belle, i traumi, le paure e le esperienze fatte. Il tempo dirà se riusciamo a trasformarle in energie positive.
    Racconto ben articolato che ti “immerge” e “immedesima” anche avendo vissuto diverse esperienze!!

  3. Ho trovato molte somiglianze con me, la differenza più grande che sono un uomo. Sono una persona curiosa e mi chiedo sempre perché. Ho necessità di risposte e se non le trovo me le invento e ci credo. Ho anch’io l’ernia ma erano due tanto tempo fa, adesso non so. Non mi blocco da un paio d’anni cira e speriamo bene…
    Se non è inventato scrivi proprio bene. Si sente addosso. Si vedono le immagini. Bloccata con il mal di schiena, il libro di papà sulle gambe, tu che ti poni le domande. Sembra di vedere un film breve

  4. Rita Maria Orlando -Rylko Rita Maria Orlando -Rylko

    Si vuole sempre troppo ma ahimè se ne ha bisogno e i bisogni premono, spingono, ci bloccano…se nella schiena o altrove, non so. Quando si risolvono o con fatica o con leggerezza, vuol dire che puoi alzare la testa: Il mondo è là, ti si offre, chiede di attraversarlo con ardore e allegria , tu lo farai con il tuo te le tue cose più care.

  5. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Rileggo queste tue – bellissime – righe dopo più di 4 anni.
    Mi viene da chiederti: che è successo in questi anni, da allora. Sono sceso dalla schiena ?
    Hai capito con il tempo che con i figli si sbaglia spesso ma l’importante non è cercare di fare bene piuttosto capire che hai sbagliato e rimettersi a provare di fare meglio?
    Ho superato i settanta. Non so quanto di quell’uomo che descrivi sia ancora simile a me ed alle cosse che faccio adesso.
    Una cosa, però, questi anni hanno mostrato ad entrambi: che non possiamo fare a meno di parlarci, di confidarci, di cercarci, di amarci.
    E ci è andata bene così perchè le relazioni importanti bisogna saperle mantenere.
    Ti ho visto crescere bene e adesso hai trovato qualcosa di molto simile alla piena realizzazione di te. Si può dire che vivi momenti non trascurabili di felicità.
    Anche io.
    Ma di questa felicità tu sei un pezzo anch’esso non trascurabile.
    Ed io come te mi commuovo spesso.
    Anche poco fa rileggendoti.

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