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Misunderstanding (problemi di lingua)

 

CONCORSO IO RESTO A CASA

Monologo interiore, flusso di coscienza, libera associazione o treno di pensieri, scegliete la definizione che più vi sembra adatta al caso che segue.
Era la seconda volta che controllavo la moca, perché mi sembrava che ci stesse mettendo troppo tempo a salire, quel caffè. Ad un certo punto l’avevo anche sollevata per sentirne il peso, magari non ci avevo messo l’acqua, non che non sia mai successo prima. No, tutto a posto. Mi ero quindi girato un solo secondo per accarezzare la gatta che reclamava attenzioni, ed ecco, senza preliminari, il borbottio finale. Ma se avevo appena guardato?! E in quell’istante mi è venuto in mente un detto che mia madre usava spesso: late e fémene no star tendarle (il latte e le donne è inutile che provi a tenerli d’occhio). Non che fosse proprio perfetto per l’occasione, ma, probabilmente, mi era tornato in mente per un paio coincidenze: era il 22 di marzo, il giorno in cui avrebbe compiuto gli anni e la notte prima me l’ero sognata (ascoltava una cassetta del musical Mamma Mia con un walkman, ché ho pure il subconscio pigro, che non si impegna tanto nel costruire giochi di parole o immagini dal recondito significato, restando sul banale). Non era quindi un pensiero poi così strano e da lì a ripensare ad altri proverbi o modi di dire della genitrice il passo è stato breve, col successivo desiderio di metterli per iscritto con un post, anche per celebrare il suddetto compleanno. Ne usciva un “lessico famigliare” che non sento più da anni e che io non trasmetterò a nessuno, con perle di saggezza come:
– on alto e on basso fa on guaivo (un alto e un basso fanno un medio, più o meno);
– pane e pollo si mangiano con le mani (e non appoggiare i gomiti sul tavolo, non indicare con il coltello, ecc. perché lei era stata a servizio da nobili famiglie, da ragazza);
– pane senza sale pare cibo da animale (fatevene una ragione);
– siè ore on corpo, nove ore on porco (sulla durata del sonno: una persona sei ore, un maiale nove);
– poi, sempre per la serie lezioni di galateo, sappiate che una vera signora quando tira fuori il fazzoletto per soffiarsi il naso non deve nemmeno guardarlo: deve capire qual è la parte interna solo tastando l’orlo ricamato (questa era la mia preferita, nemmeno Csaba dalla Zorza in Cortesie per gli ospiti ho mai sentito arrivare ad una simile eleganza);
– a volte mi dava dell’ascaro, a volte del negus, altre volte dell’ebreo errante (di solito riferendosi ad un mio supposto ateismo e alla scarsa frequentazione delle chiese, anche se i termini erano di altra provenienza e significato);
– alle sorelle di solito si rivolgeva, in caso di richieste secondo lei eccessive, come ea regina Taitù;
– sempre di provenienza dal periodo bellico, ogni tanto saltava fuori con un è abolito il Voi, si dà a tutti del Lei o del tu, ricordandomi che lei al padre dava del Vu, pare (Voi, padre), al che io iniziavo a tediarla con il relativo oh Voi, madre;
– te sì da Paoloti (andare ai Paolotti, a Padova, significava andare al manicomio criminale, poiché in via Paolotti c’era tale istituto – lei era a servizio in via Belzoni, daea vecia Carini, lì vicino – così, andare a santa Gnese voleva dire andare in una casa di tolleranza);
– ghe n’è anca par i Beati Paoli (dovrebbe voler dire abbondante, in eccesso, ma l’etimologia non mi è chiara);
– lo scioglilingua: pìgnatea picoea poca papa ghè (in un piccolo pentolino c’è poco cibo);
– te sì indrio come ea mare dea sùcara (sei un po’ tardo di comprendonio, sei come la pianta madre della zucca, la quale cresce distante dai frutti);
– nuvoe al mare, toi su i bò e va arare, nuvoe al monte, toi su i bò e va aea corte (se le nuvole andavano verso i Euganei bisognava prendere i buoi e farli tornare alla corte, poiché avrebbe fatto brutto tempo, viceversa quando andavano verso est, verso il mare);
– vère cusì tanta fame da magnare anca e broxe de san Roco (avere così tanta fame da mangiare pure le croste di San Rocco, quelle della peste);
– Vanso sta vanti rivare Triban (far finta di non capire qualcuno che dice avanzo soldi dando indicazioni su come arrivare alla località)
– te si semo come i ochi da semexa (mostri tanta stoltezza quanto i maschi da riproduzione delle oche);
e via così.

Ma perché vi racconto tutto questo, Vi chiederete? Cosa c’entra con i temi del concorso?
Coincidenza voleva che, uscendo dalla porta e salutando il mio vicino, costui mi invitasse a stargli a distanza di sicurezza, come previsto dal più recente dipiciemme, per evitare di attaccargli la jeja. La jeja? Eh, ma allora era proprio il tema della giornata, pensavo tra me e me, sorridendo per quel termine. Come non farne un divertente post integrativo? Così scrivevo:
“Il mio vicino di casa mi ha detto di stargli lontano, sennò gli attacco la jeja… A quanto ricordo, si dovrebbe trattare di una lieve forma di raffreddore o influenza, da 37,1 o 37,2, che causa un po’ di fastidio ma niente di più, visibile all’esterno per un generale leggero abbattimento. Ma che suono divertente! P.s. Potrebbe essere che io mi confonda con la gnagnara, ma l’onomatopea mi rimanda ad una stessa sensazione.”
Ora, qualcuno di voi starà già ridendo, se conosce il significato dei due termini, che non è propriamente lo stesso. Me ne rendevo conto cercando una definizione del termine che lo rendesse in maniera migliore, in un dizionario veneto-italiano.
O cielo….

Rettifica dell’Autore

Ehm, mi vergogno un pochettino, ma a quanto sembra jeja e gnagnara non sono propriamente la stessa cosa. Per curiosità sono andato a consultare un dizionario veneto, per vedere come veniva esemplificata la prima, ma ci ho trovato un lapidario: malattia venerea.
Ma scusate, che ne sapevo io che il mio vicino aveva paura di contrarre tale patologia da me?! Non sono mica una di quelle di Sant’Agnese!”
Un amico mi inviava, in un commento a questo post di rettifica, la definizione di gnagnara tratta dal dizionario del Boerio (1856): l’abituale indisposizione di chi non è sempre malato ma non è mai ben sano. Non è bellissima?

Guido Costolo, Montagnana

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