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Morgana e Colapesce

Ogni tanto la Contastorie che è in me si appropria delle mie mani e della mia mente e decide di narrare leggende create dalla mia fantasia al momento, per tacitare, forse, il bisogno di carezzare la me bambina , quella che ancora oggi, ama le favole.

“Si erano innamorati un giorno in cui il mare dello Stretto era in tempesta, le onde battevano furiose le due sponde, pioggia sferzava l’acqua e saette si riflettevano sull’epidermide del mare.
Fluttuava la veste impalpabile di Morgana, blu cobalto come quelle acque, arrendersi voleva anch’essa alle correnti, vortici infuriati rivendicavano tributi, mentre il vento creava mulinelli e fustigava le falesie arpionate al fondale e ritte solamente per orgoglio.
La tempesta l’aveva colta all’improvviso e il suo castello di cristallo adagiato sul fondale era lontano, opaco dentro quella coltre di acqua imbizzarrita, a cui Poseidone aveva regalato la sua ira.
La confusione che regnava nei turbini dei marosi impediva alla Fata di sciorinare un incantesimo e, piccolo fuscello in balìa del mare, fu trascinata per un lungo tratto finché quella disordinata corsa si arrestò contro un ostacolo a frapporsi fra la donna e il mare aperto.
Due salde braccia la bloccarono in una forte morsa e Morgana si abbandonò a quell’ abbraccio. I suoi biondi capelli celtici avvolsero quel corpo muscoloso fermo come colonna e, come marmo, impassibile alla furia degli elementi.
Morgana aprì gli occhi dal colore degli zaffiri lucenti sul salvatore che ne aveva arrestato il folle incedere. Bello era il volto serio di Colapesce l’eroico nuotatore che, tuffatosi per volere del suo re, aveva scoperto che Trinacria si reggeva su tre colonne e che quella sotto il Faro di Messina, piena di crepe, stava per crollare.
Il giovane non riemerse mai più, decise di sorreggere la sua isola facendo del suo corpo una colonna. Adesso teneva fra le braccia la bellissima fata dello Stretto, la strega gli dissero un giorno dei tritoni di passaggio, l’ammaliatrice, sussurrarono, non senza invidia, le sirene gabbate da Odisseo.
Morgana, che la tempesta aveva reso solo donna, temendo l’abbandono della presa, stringeva a sé il baldo tuffatore. Colapesce che la sua umanità non aveva perso mai, ricambiava l’ abbraccio, rimpiangendo in cuor suo quel giuramento che gli imponeva di restare immobile per funger da sostegno per la sua terra amata più della sua stessa vita.
Placatosi l’impetuoso slancio del mare, sopitosi il vento, anche il fondale era tornato alla quiete. Meravigliose distese di posidonia ondeggiavano alla pigra carezza delle acque e colorati pesciolini danzavano alle note di una musica che solo loro potevano ascoltare.
L’abisso silente giocava coi colori e i pesci che avevano cercato riparo, tornavano a percorrerne gli immaginifici sentieri.
Morgana e Colapesce ogni giorno, per secoli, si erano incontrati. Non vi era alba o tramonto che non li vedesse una di fronte all’altro intenti a raccontarsi, a scambiarsi l’amore che sa scuotere ogni stasi. Ella avrebbe voluto quell’uomo sempre accanto, sceglierla per sempre, rinunciare a quel dovere che lo teneva avvinto a una colonna, eppure si accontentava di parlargli, di tessere sol di sogni la sua tela .
Colapesce ne osservava il candido volto, ogni tanto la sua mano la sfiorava in una dolcissima carezza, tormentava la sua anima valorosa col desiderio di lei rimasto inappagato.
Morgana non poteva con l’Amore usare la sua magia, è legge del cuore quella che non accetta sortilegi, e si struggeva per cercare un rimedio per quel sentimento tenace e forte assai.
Un giorno bussò alle porte di Mongibello. Negli anfratti rocciosi, neri di lava, ribolliva il mare dell’antica rabbia del vulcano. Cercò la maga il fuoco da offrire agli dei affinché liberassero il suo amato da quel gravoso compito salvifico. Ma il fuoco non valse e vane furono tutte le sue preghiere.
Indomita e caparbia Morgana, non si arrese, chiese udienza a Scilla. I latrati dei cani che ella avea per corpo destarono il mostro che truce osservò la donna innamorata. Avrebbe potuto farne un sol boccone eppure reverenza provava per la fata, forse un ricordo delle antiche umane sue fattezze o forse il cuore di donna che sa riconoscere l’ Amore sempre, nonostante l’ odio a rivestirne l’anima.
Scilla non seppe offrirle alcun conforto e piena di dolore Morgana giunse da Cariddi. Vomitato aveva il gorgo già tre volte e calmo appariva mentre le acque ricominciavano a turbinare. Aveva chiesto lumi e promesso offerte Morgana alla temibile voragine, ma Colapesce non poteva essere libero, in eterno il peso di Messina le sue spalle avrebbero portato.
Sfinita e disperata la Fata lo aveva stretto a sé. Pianse la sorella di Merlino, maledicendo quel destino infame che le impediva di creare sortilegi per appagare i sensi suoi di donna.
Colapesce comprendeva quello strazio, ci aveva pensato tante volte: avrebbe potuto lasciare inabissare la sua terra e coronare finalmente l’ amore per la sua dama. Invece il suo possente corpo continuava a mantenere la postura evitando di fare traballare quella terra. Quale dilemma tormentava le sue emozioni! Com’ era ingiusto il fato!
Aveva interrogato le sirene affinché gli portassero il responso di Sibilla, ma costei del suo destino non si curava e muta era rimasta, impassibile dinanzi al dolore dell’amore.
Passarono i secoli, eoni o battiti di ciglia nell’abisso dello Stretto, Morgana e Colapesce non rinnegarono mai il loro amore, avvinti da un legame più forte delle avversità.
Ogni creatura marina transitando per quelle acque, sapeva di trovare Morgana seduta vicino al suo Colapesce, intenti a parlarsi, a raccontarsi quell’Amore che non potevano vivere.
Un giorno le acque dello Stretto si tinsero di rosso. La mattanza con le feluche dal lungo ponte era cominciata. I pescatori arpionavano la femmina di pescespada con l’intento di catturare il più maestoso maschio.
Xiphias, inseguiva l’odore di lei e il ciclo dell’ antica caccia si compiva.
Quel giorno il pesce, re mirmidone di quelle acque decise di donare quell’Amore che per esso non avrebbe più solcato il mare. Uccisa la sua femmina non vi era ormai ragion di vita ma, anziché farsi spaccare il cuore dall’arpione decise di donare a quell’uomo e alla sua Fata un’occasione.
Scese nell’abisso, nelle squame d’ argento l’odor di lei ancora impresso, spinse forte Colapesce lontano dalla sua colonna e ne prese il posto a sorreggere Trinacria.
Regalò a quell’uomo ed alla donna l’occasione di vivere l’ Amore.
Cosí, nei secoli a venire, quando Xiphias sorregge la colonna, Colapesce ama la sua donna e Morgana per sbeffeggiare il Fato crea il miraggio, confonde… e quell’Amore eterno per sempre custodiscono le onde”

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