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Nannarè ed il suo ragù antivirus

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Dedicata a ogni Donna oggi in.questo giorno speciale. Affinché in un momento particolare per la nostra nazione non dimentichi mai di essere Porto e Faro. Guida e Rifugio. Da Donna. Da Madre. Da Istintiva Creatura nata per proteggere.

Lei tagliava l’aglio in maniera irregolare. La cipolla, quella della sua terra, rossa, dolce, che non faceva lacrimare, la spezzettava con le dita. Le piaceva quel profumo sulle mani.

Lo sfrigolìo nel tegame a informare che l’olio era caldo. Temperatura ottima per fare fare un tuffo agli aromi e ai pezzettoni di carne.

Rosolavano e lei li girava. Era domenica. Era inverno. Era uggioso. Era una classica domenica “da ragù”.

Il ragù per la sua famiglia aveva sempre rappresentato la normalità, lo stare insieme, il senso di casa, l ‘unione, il superamento di ogni difficoltà.

Chissà perché proprio quella mattina aveva voluto preparare l’elaborato sugo.

Dietro i fornelli, impegnata nel rito del “pranzo meridionale della domenica” pensava:

“Forse i Maia avevano sbagliato i calcoli , forse era il momento dell’asteroide, delle cavallette, delle fonti a sgorgare sangue, delle vendette”

Pensava e l’olio soffriggeva, uno sguardo preoccupato gettava distratto a quel cibo profumato.

Epidemia, pandemia? Un virus che circolava indisturbato per tutta la nazione, mieteva contagi e cagionava decessi.

Lei, che più di un giorno in casa rendeva claustrofobica, temeva la quarantena.

Da qualche giorno la sua città, da solare, aperta, libera verso il mare, al dilagare dell’epidemia anche entro le sue mura, aveva modificato le sue abitudini.

Il lungomare e il Corso Centrale, luoghi leopardianamente fatti per mirare ed essere mirati, d’estate e d’inverno calpestati da migliaia di passi allegri, rilassati, sperduti o pensierosi, in quei giorni si riposavano.

Lei, indefessa disturbatrice del loro sonno, poteva sentire l’eco dei suoi tacchi.

I bar, fiore all’ occhiello del suo mondo, sempre pullulanti di vita e palpitanti emozioni davanti a un cornetto cremoso o un cannolo miracolo sulla terra, apparivano semideserti, preda di avventori fugaci e quasi colpevoli.

Pensava alle udienze sospese, all’ennesima beffa che avrebbero subito coloro che chiedevano giustizia, stavolta con un colpevole subdolo e invisibile non avente volto umano.

Pensava ai medici, agli infermieri in prima linea, mentalmente inviava un grazie che era un abbraccio di anima.

Pensava a un viaggio agognato che forse non avrebbe potuto intraprendere, a un evento che avrebbe dovuto sospendere, a tante riunioni saltate e a lavori che avrebbe dovuto rifiutare.

Pensava a tutti gli incoscienti che sottovalutavano le istruzioni ricevute per arginare il contagio.

Pensava alle persone in quarantena e a coloro, gravissimi, che sarebbero morti senza il conforto di una carezza.

Pensava… e il suo ragù borbottava dentro la pentola.

“La pignata di Nannarè”.

Eccola, piccola, rotonda, bellissima, nella foto alla sua sinistra, sul ripiano della cucina, per alzare lo sguardo e vederla ogni volta che gli occhi avrebbero voluto divenire fontane.

Nannarè, il ragù sistemava sempre ogni cosa. Un litigio, una incomprensione? Una delusione? Un torto?

Nannarè l’aveva pagata cara l’armonia, sapeva il costo preciso di ogni sorriso, il prezzo di ogni tassello di quella sua preziosa famiglia.

In ogni tempo, col sole e con la tempesta, il suo candido grembiule, appariva prima di lei. Restava candido come la sua anima anche quando per ore aveva cucinato, impastato, consolato chi aveva la fortuna di incontrare il suo” figghiceddha”.

Nannarè, il cuore piange assai!”
“A purpettuzza cunsola, fighiceddha, sai” ( la polpetta consola)

Nannarè, mi sento tanto sola e triste”

“Adesso inzuppa il pane nel sugo del ragù e sorriderai”

“Nannarè, come fai a essere sempre sorridente? Non piangi mai?”

Il ragù ha un segreto. Deve consumarsi a lento fuoco. Anche il dolore. Piano, piano deve scemare. Le mie lacrime renderebbero salato persino il mare –

Nannarè…ci devi mettere l’ amore” mi dicevi tu. Profumavano di bene immenso le polpette dentro il tuo ragù.

Nannarè ridendo cucinavi, piangendo cucinavi, soffrendo cucinavi.

Dicevi:

la vita è come un buon ragù. Le dosi le dà Dio, ma il Sapore ce lo devi mettere tu!”

la foto è di Marina Neri

Pubblicato inGenerale

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