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Napoli sorridente – teatro giornaliero

I racconti che ho letto sul blog, finora, mi hanno suscitato vari sentimenti, nostalgia, emozioni, che spesso mi portano a pensare e ripensare e anche a commuovermi, cosa che accade spesso quando gli anni si accumulano.

Per cui ho deciso,quando Piero mi ha invitato a partecipare a Contame, di scrivere qualcosa di diverso da tali sensazioni belle, ma a volte nostalgiche, ricordando ancora qualche episodio “teatrale” tipico della nostra napoletanità.

Così, solo per ricordare accadimenti che aggiungono qualche sorriso.

Vengo mandato a dirigere l’agenzia di Casavatore, piccola cittadina alle porte di Napoli.

Dopo un periodo di “adattamento” ad una realtà diversa da quella dell’agenzia Rettifilo o della sede di via Roma, avevo assunto comportamenti più attenti e una delle due guardie, Peppe, mi scortava in questo percorso. Quando qualche cliente voleva un colloquio con me, lui lo precedeva e me lo descriveva così da prepararmi. Del resto Casavatore era stata una delle agenzie dove nel corso di una rapina erano stati esplosi colpi di arma da fuoco e la prudenza era d’obbligo.
Sopraggiunse così la prima torrida estate, ancora più insopportabile per la quasi assoluta mancanza di verde in tutta la cittadina.
L’agenzia si affacciava su uno stradone costeggiato da palazzine di edilizia popolare e l’unico verde era costituito da un grosso albero che si ergeva tra il marciapiedi e lo stradone. La mattina ero solito parcheggiare la mia auto sotto quell’unica ombra per evitare, all’uscita, di trovarmi in un forno.

Agosto, di buon mattino Peppe si affaccia alla mia stanza. “Direttore ci sono alcuni abitanti del palazzo di fronte, gente anziana e tranquilla che chiede di parlarVi “

Gli faccio cenno di farli entrare e una decina di vecchietti entrano spingendo avanti
il loro portavoce. Mi chiedo cosa vorranno.

Il portavoce si toglie il cappello, all’unisono con i suoi compagni e chiede : “Scusate direttò ma la macchina parcheggiata sotto l’albero è la vostra ? “
Faccio un segno di assenso e i vecchietti sorridono spingendo più avanti il portavoce.
Nessuno parla, solo bisbiglii  fra loro e incoraggiamenti al mio interlocutore che continua :“Direttò Vi vorremmo chiedere se per cortesia potete posteggiare più avanti. “
Guardo Peppe che mi fa un cenno d’assenso.
Non capisco, ma rassicuro i vecchietti che già nell’intervallo di pranzo sposterò l’auto. Peppe si impegna a farlo lui stesso, i ringraziamenti si fanno più calorosi e vanno via lasciandomi con la mia perplessità per la strana richiesta.

Nel pomeriggio chiamo Peppe e chiedo chiarimenti. Mi invita a guardare dalla vetrina.
Dopo un pò vedo che dalla palazzina escono i vecchietti, ognuno porta una sedia e anche due tavolinetti pieghevoli che posizionano nella zona d’ombra.
“Direttò, – mi fa Peppe – quel palazzo è l’inferno, ci batte il sole dalla mattina alla sera , fortunatamente quel grosso albero dà un pò di fresco ma è l’unico che ha resistito.”

A fine giornata mi appresto a prendere la mia macchina, in un caldo ora veramente infernale, e vedo i miei vecchietti intenti a giocare a tressette mentre altri, seduti all’ombra seguono il gioco.
Quando passo davanti ai tavolinetti alcuni si alzano profondendosi in ringraziamenti ed il “portavoce” mi dice : ” Direttò in qualsiasi momento per voi c’è sempre posto per una partitella “.
Ringrazio sottraendomi all’invito , mentre Peppe sorridendo sembra dirmi  ” ora siete veramente accettato ed integrato.”

Rappresentazioni teatrali che solo Napoli può concedere.

Published inLuoghi

Un commento

  1. Mario Martello Mario Martello

    Questo simpatico racconto m’ha fatto ricordare un gustoso episodio di tanti anni fa.
    Un mio amico dirigeva anche lui un’agenzia in una realtà similare vicino a Napoli. Arrivò il giorno delle sospirate ferie e dalla Direzione di Napoli mandarono il sostituto. Al suo rientro dalle ferie, si presentò un vecchio cliente che lo apostrofò così: “dotto’, ma chi è venuto o’ posto vuostru..? E cchi ‘u capeva…chille parlava ttalian’ !….dotto’ vui ‘u ssapite!… cu mmè o parlate ‘a lingua mia o parlate “a stampatello”!…”

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