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Ne parliamo?

Vi ricordate ancora quando attendevate la restituzione di un compito, corretto, con tanto di giudizio e di voto?
Quando i vostri professori, seriamente, motivavano la loro valutazione?
Ebbene, fate finta per un attimo di essere ancora studenti e che quegli stessi compiti vi vengano resi non corretti, con sopra scritto solo un simbolo: un dito in giù o un dito in su.
Come reagireste se fosse vero? Cosa capireste delle vostre competenze, della strada già percorsa o invece ancora da percorrere per migliorarvi? Credo nulla.
Ecco perché mi chiedo come mai questo mondo si sia ridotto ad esprimersi con i like, i sorrisi, i cuoricini soffiati…
Cosa nasconde davvero un like, da chi e perché viene offerto?
Cosa piace, o non piace, dei pensieri, dei ragionamenti o dei sentimenti che vengono, in qualsiasi forma, condivisi?
Cosa in essi è accettabile, plausibile o opinabile?

Dove è finita la parola?
Quella che, quando ci facevano un complimento o una critica, era cercata, ricercata, pensata. Quella che rendeva unici noi, perché di noi si parlava davvero.
Nel mondo dei like, tutto è nebbia.
Non sappiamo cosa venga apprezzato o meno di ciò che comunichiamo, e soprattutto non conosciamo la ragione di una tale presa di posizione.
Perché, dunque, tanta soddisfazione di fronte ad un dito alzato, anonimo e non motivato? O perché, al contrario, la delusione?

A scuola, per fortuna, si insegna ancora ad argomentare, a dire cosa si pensa e perché si abbraccia un’opinione e non un’altra.
Si frequenta il “debate”, affinché le idee non diventino fossili da vetrina, giacché le idee non sono mai tutte buone o tutte cattive, completamente belle o totalmente brutte. Esse vanno invece discusse.
A scuola esistono l’ascolto, l’osservazione e l’analisi.
Ma fuori di lì?
Senza questi strumenti, rischiamo di retrocedere, di inabissarci, di agire senza consapevolezza.
È forse una questione di velocità l’aderire senza condizioni con un “mi piace”?
Non c’è più tempo e voglia di riflettere? Di trovare la parola giusta?
L’invasione di simboli capaci di approvare o disapprovare, o di frettolosi messaggi, in un linguaggio trasmesso, a commento di questioni anche complesse, a mio avviso porta con sé l’impoverimento, la superficialità e lo stereotipo. Rischia di rendere importante il consenso di persone sconosciute, promuovendo l’autocompiacimento o la disistima, nei giovani in particolare, ma non solo.
Mi auguro perciò per tutti un ritorno alla discussione, alla parola circostanziata, anche attraverso le nuove forme digitali di scambio dei prodotti del nostro spirito.

Immagine dal web.

Pubblicato inGenerale

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