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Nepal mio

Un anno di allenamento. Anche di più.
Su e giù per i “monti pallidi”, zaini carichi di peso per fare fiato in Dolomiti.
Monte Rosa, Monte Bianco, Marmolada, ferrate, sentieri attrezzati, ghiacciaio.
Una preparazione meticolosa, incessante, appassionata, e finalmente partiamo.
Una mattina di fine ottobre, già fredda, destinazione Nepal.
E’ il sogno che si avvera: noi giovani/vecchi alpinisti, entusiasti e maniaci dell’attrezzatura, siamo curiosi di provare finalmente l’ebbrezza himalaiana della conquista, da veri duri.
All’imbarco il nostro bagaglio fa paura, per dimensione e assetto, e lo ostentiamo con arrogante soddisfazione, perché ogni oggetto, ogni spezzone di corda, ogni rinvio, ogni fettuccia è stato scelto con cura meticolosa, sfogliando cataloghi stranieri, consultando siti web misteriosi e sconosciuti, alla ricerca religiosa del meglio.
Qualcuno, credendo di non essere visto, si passa insistentemente creme solari sul viso e burro cacao sulle labbra, e siamo ancora in Italia.
Siamo consapevoli di essere in forma, belli, lustri, attrezzati magnificamente, felici e pronti ad ogni sfida.
Il volo vola, arriviamo a Kathmandu che è pomeriggio inoltrato.
Abbiamo la fortuna di avere un appoggio in loco, un mio parente acquisito, che vive in Nepal da anni, e ci aiuterà a districarci nella burocrazia medievale del paese.
Ma è tutto incantevole, la confusione, lo smog, gli odori, le luci. E tutto aumenta la dose di adrenalina che ci rende impazienti, ansiosi di vedere, organizzare, pianificare e partire per la nostra avventura.
Lo sguardo di Pigi, quando ci vede all’aeroporto di Kathmandu, è un misto di compassione e divertito disgusto, ma non parla, poi capirò il perché.
Stipati nei taxi malmessi lo assaliamo di domande, i portatori, i permessi, le cartine, vogliamo fare subito una verifica dei materiali.
Ci guarda con occhi liquidi, “ … Sarete stanchi, non volete mangiare qualcosa?”
Lo assecondiamo, con scarsa convinzione.
Siamo assetati di novità, e passeggiando per il Tamel, il quartiere turistico di Kathmandu, guardiamo famelici ogni cosa, ogni persona, ogni angolo.
E’ sceso il buio, non l’euforia.
Le strade sono sporche e scure, gli unici squarci di luce vengono dagli innumerevoli tempietti buddisti, pieni di candele e cesti di frutta che marcisce.
Forti nel nostro abbigliamento super tecnico e nuovo di zecca affrontiamo la notte sicuri come guerrieri, allegri come scolari in gita.
Finchè uno di noi inciampa e cade. Non ha visto in tempo un fagotto voluminoso a terra.
“ … E’ un cadavere …” sussurra Pigi, con apparente noncuranza.
Siamo meno in forma adesso, meno lustri e meno belli. Anche del nostro abbigliamento super tecnico non ci frega più un granchè.
Perché nel silenzio improvviso che ci avvolge sentiamo di non essere protetti dalla morte.
Il viaggio cambia faccia, la performance sportiva passa in secondo piano, quasi ce ne dimentichiamo, ogni passo dei moltissimi che faremo nei giorni seguenti sarà un tentativo di capire un mondo che non capiamo.
Concluso il trekking vorremmo agire, ma resta poco tempo prima del volo di ritorno. Il nostro cuore resta là.
In Italia costituiamo un’associazione, vendiamo i calendari con le foto del viaggio, organizziamo serate per raccogliere fondi e contribuire alla costruzione di una scuola nel paesino di Palubari, in una valle a est di Kathmandu (www.mandinamaste.net).
Adesso torniamo almeno una volta all’anno, per vedere costruiti i nostri orfanatrofi, i dispensari medici in quota, le case famiglia.
E il nostro cuore è sempre là, come la prima volta.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Finalmente!! Finalmente l’uomo delle montagne!! Finalmente il Nepal!

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