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Nessuno è Stato

Senza memoria non c’è giustizia,

senza giustizia non c’è cultura,

senza cultura non c’è futuro”.

Jordi Savall

Fra poco saranno passati cinquant’anni da quel pomeriggio a Milano, in banca.

Avevo diciannove anni e non capivo nulla. Pensavo che la televisione, i giornali, i magistrati e qualche volta anche i poliziotti dicessero la verità. Che comunque “la verità” sarebbe emersa, se appariva controversa ma che alla fine “la giustizia sarebbe stata fatta”. Pensavo pensino che i ruoli del gioco civile erano chiari, che c’era chi investigava e prendeva il colpevole e chi lo condannava, che c’era uno Stato che faceva il suo dovere di stato: incarcerare chi metteva le bombe ed uccideva persone, che li condannava alla galera e buttava la chiave, che risarciva con tutti i mezzi possibili chi aveva subito una perdita o un danno, che chiedeva scusa per non averlo impedito a tempo debito.

Avevo in testa molte sciocchezze.

Non so cosa pensano i diciannovenni di oggi; se hanno in testa tutte le sciocchezze come le avevo io o hanno dentro di sé una diffidenza generale per tutto e tutti; ma se di notte tutte le vacche sono nere, allora, a conti fati, ingenuità e diffidenza generalizzata camminano a braccetto.

Ed allora ho deciso di far vedere ai più giovani di me “Romanzo di una strage”. ne sono usciti sconvolti e increduli: non è un fantasy? è davvero quello che è successo? qui, in Italia?

Ne ho parlato con Fortunato Zinni, mio ex collega di banca e di sindacato, autore del libro “Nessuno è Stato”, lui c’era in quel pomeriggio in banca a pochi metri dal salone dello scoppio, è vivo per un pelo.

La frase di Jordi Savall riassume perfettamente, cinquant’anni dopo, il senso di frustrazione, di rabbia, di amarezza e d’indignazione che suscita in me ed in chi ne è stato in qualche modo coinvolto, l’ignobile parodia di giustizia che per mezzo secolo ha impedito e continua a ostacolare l’accertamento della verità sulla “ madre di tutte le stragi”.

A ogni condanna, assoluzione, avocazione, annullamento, archiviazione, il labirinto paranoico di dispute giuridiche e dottrinarie, che da quarantaquattro anni accompagna il più ignobile laboratorio d’impunità giudiziaria mai concepito dalla democrazia è diventato sempre più aggrovigliato e incomprensibile.

Il gioco è fin troppo scoperto ed è ormai chiaro a tutti che a renderlo inestricabile sono proprio quelli che dovrebbero districarlo.

Un museo degli orrori senza fine.

Generali felloni e spioni di stato, instancabili nel tessere e disfare, una tela di Penelope logora e consunta, un’opinione pubblica distratta ed assente e una stampa connivente con i potenti di turno, hanno consentito, nel corso degli anni, ad una magistratura ossequiente, di costruire una mostruosità giuridica che, tra emozioni, speranze, dolori e certezze ha prodotto e continua a produrre sabbia e nuova sabbia ancora. Per quasi mezzo secolo, depistaggi e pesanti ingerenze della Suprema Corte, fedele interprete degli interessi delle classi dominanti, hanno scandito il percorso dei processi di piazza Fontana e hanno generato: bombaroli che diventano opinionisti, legali che passano dalla difesa delle vittime a quella degli imputati, poliziotti capaci per alcune procure, inconcludenti e pericolosi per altre, feroci lotte intestine tra procure e tra magistrati, con gli immancabili corifei della stampa schierati per gli e per gli altri.

Certo ci sono stati anche magistrati coraggiosi e coscienze oneste ma a mezzo secolo di distanza è difficile non parlare di fallimento della giustizia.

La verità storica sulla matrice nazifascista della strage non basta, perché assolve lo Stato dalle pesanti responsabilità che ha occultato e continua ad occultare sulla più inquietante vicenda della storia politica e giudiziaria del dopoguerra nel nostro paese.

A cosa serve commemorare allora? 

La commemorazione per il cinquantesimo anniversario della strage non è solo l’occasione per onorare la memoria delle vittime.

Potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per una riflessione collettiva di una comunità più larga degli ex lavoratori della banca e dei parenti delle vittime perché i silenzi, le omertà, le connivenze e le complicità attive degli apparati dello Stato in occasione della strage di Piazza Fontana mostrano quali e quanti passi devono ancora esser compiuti per poter annoverare l’Italia fra i paesi a democrazia matura.

Chiedere “verità e giustizia” – così come fanno da anni i parenti delle vittime e gli ex lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura – è importante per impedire un oblio che, salvando i colpevoli di quella vicenda, afferma una metodologia iniqua che consegna tutti, comprese le nuove generazioni, in balia di un Potere senza vincoli e senza scrupoli.

L’oblio fa il gioco dei “forti”.

Come e perché è stato possibile tutto questo: la strage ed il groviglio di atti giudiziari che hanno, fin qui, annullato anche la speranza di “verità e giustizia”? I giovani e tutti quelli che non hanno vissuto direttamente gli anni della “strategia della tensione”, guardando i documentari e i film, leggendo uno dei numerosissimi libri su quelle vicende pongono a noi testimoni diretti di Piazza Fontana questa domanda precisa ed angosciata. Se nessuno saprà dare una risposta esauriente e definitiva, tale da consentire “verità e giustizia”, tutti noi e le nuove generazioni dovremo sentirci meno liberi e meno protetti.

Ad oggi lo Stato non ha partecipato ad alcuna riflessione collettiva sulle vicende legate alla strage e ai successi depistaggi.

Nessuno di coloro che portano la responsabilità di aver reso difficili, o addirittura deviato le indagini se le è assunte; nessuno, è stato punito per ciò che aveva compiuto per intralciare il cammino della giustizia.

Nessuno è Stato.

Non i Magistrati, che trasferirono il processo a mille chilometri di distanza, non il Questore che fece dichiarazioni incredibili, che molti di noi ricordano ancora, non il Ministro degli interni che indicò perentoriamente la pista anarchica, come l’unica possibile; non coloro che, a dir poco, non fecero nulla per evitare la tragica caduta di Pinelli da una finestra della Questura.

Non il Parlamento e la Commissione Inquirente che negarono l’autorizzazione a procedere contro i Presidenti del Consiglio e ministri.

Anche là dove ottenere giustizia, era ormai impossibile, la riflessione poteva essere fatta.

Si poteva, si doveva, creare un collegamento fra le stragi di quegli anni e i comportamenti devianti che le accompagnarono.

Lo Stato porta su di sé questo peso, anche per ogni ambiguità e insufficienza di risposte alle aspettative ed agli appelli dei famigliari delle vittime.

C’era stata promessa l’abolizione del segreto di Stato.

L’abbiamo avuta, ma solo formalmente, perché se già nel 2007 era stato formalmente abolito il segreto di Stato, il primo regolamento fu emesso solo quattro anni dopo. C’è stata poi una direttiva del Governo, del 22 aprile 2014, che ha declassificato gli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Piazza Fontana, e Stazione di Bologna. Ci sono stati provvedimenti positivi, ma non esaustivi, della Presidenza della Camera dei Deputati.

Tuttavia tutto questo ha aperto la strada solo all’accesso a pochi documenti rilevanti.

La verità è, com’è stato più volte osservato che non basta declassificare gli atti del Parlamento, ma bisogna poter disporre degli elenchi degli atti secretati dai Ministeri, dai Corpi militari, dalla Polizia e dalla Finanza. Sono questi uffici, questi Corpi a dover rendere noto tutto ciò di cui dispongono, quantomeno per il lavoro degli storici.

A costoro è ora resa possibile la consultazione di molti atti giudiziari, in virtù dell’iniziativa e della collaborazione attiva delle Associazioni dei famigliari delle vittime. Anche ammesso che tutto si apra, finalmente, alla consultazione, non potranno essere solo gli storici, di propria iniziativa e con i pochi mezzi di cui dispongono i tanti Istituti esistenti in Italia, a fare complicate e difficili ricerche.

Ed allora, se questo Stato vuole scrollarsi di dosso quel peso doloroso deve intervenire con provvedimenti e mezzi finanziari, non solo per irrobustire quella memoria, di cui tutti parlano, che peraltro sarebbe destinata ad estinguersi se non ci fossero le Associazioni democratiche a coltivarla, ma anche per sostenere e incoraggiare gli studi e le ricerche.

Perché c’è ancora molto da fare e da approfondire.

Sia lo Stato ad aiutare gli storici, le associazioni, la comunità che assume il valore di questa ricerca, ad aprire tutti gli armadi, anche quelli più squisitamente politici, e a coltivare una memoria attiva che serva a comprendere il passato, proprio per evitare ogni rischio che la storia si ripeta.

“Una verità piena e conclusiva non ha ancora coronato le lunghe e travagliate vicende giudiziarie. Questo nonostante il lavoro encomiabile e coraggioso di magistrati e servitori dello Stato, che hanno svelato responsabilità e trame di matrice neofascista, occultate da intollerabili deviazioni”. L’ha scritto il Presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio in occasione del quarantanovesimo anniversario della strage.

“Se nessuno l’ha fatto, io lo faccio oggi con molta umiltà, vi chiedo scusa“, ha detto il Presidente della Camera Roberto Fico, che ha partecipato, lo scorso 12 dicembre, al corteo istituzionale a Milano, in ricordo della strage.

Il messaggio del Capo dello Stato, le parole del Presidente della Camera e la verità storica sulla
responsabilità fascista della strage, sancita dalla Cassazione, sono importanti e meritano rispetto, ma dopo cinquant’anni d’ingiusta giustizia non bastano.

La decisione di dedicare alle vittime della strage di Piazza Fontana la giornata della memoria dello scorso 9 maggio ha aperto uno spiraglio. Sono segnali importanti ma non possono bastare, occorrono fatti concreti.

Per quel delitto nessuno ha pagato.

Ogni anno, per un giorno, si commemora, ci si commuove e ci s’indigna.

Nessun colpevole, si continua a ripetere sempre più indignati.

In realtà, le cose non stanno così. I colpevoli ci sono eccome, basta continuare a cercare ogni frammento di verità, perché il reato di strage è imperscrittibile.

Le numerose sentenze che hanno scandito questi lunghi anni d’indagini e di processi, nel loro complesso, hanno subito esse stesse, esattamente come gli inermi agricoltori della Banca dell’Agricoltura di Milano, la devastazione e il tragico insulto non di una ma di una serie di bombe.

Che cosa commemoriamo?

La fatalità di quelle morti come si fa per le vittime di sciagure “naturali”?

Da piazza Fontana partì la tenebrosa stagione del terrorismo e delle stragi e iniziò il lungo e perverso cammino a colpi di piccone sugli assetti costituzionali, sulla strada da nessuno veramente contrastata della trasformazione del nostro Stato e della nostra società in un simulacro di democrazia liberale nelle parole, autoritaria e ormai quasi feudale nelle prassi e finanche nelle leggi.

Che cosa commemoriamo, dunque?

Questi scenari o la morte d’innocenti?

E se è la morte d’innocenti che commemoriamo, vogliamo ricordare che innocenti non furono Stato e politica? E, a latere, pezzi importanti di magistratura?

Le commemorazioni, a volerle fare, non sempre consolano, più spesso inquietano.

Se il sangue della storia asciuga in fretta, la sete di giustizia è inestinguibile.

Per cambiare la storia di Piazza Fontana, tragicamente destinata a perdersi nell’oblio con il passare degli anni, occorre che ciascuno faccia un piccolo passo.

Decidendo di voler conoscere i fatti, ascoltando le testimonianze, guardando le ricostruzioni.

Facendo domande a chi c’era, a chi ha perduto un parente nella strage, a chi ha partecipato ai procedimenti giudiziari, a chi ne ha studiato gli atti.

Partecipando alle iniziative tese ad allargare la consapevolezza e tramandare la memoria, affiancando chi, primi fra tutti i parenti delle vittime e gli ex lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in tutti questi anni ha portato avanti con tenacia la richiesta della riapertura delle indagini.

Chiedendo che la presenza del Capo dello Stato in Piazza Fontana il prossimo 12 dicembre segni un’effettiva e concreta presa in carico della necessità di “verità e giustizia” come messaggio di speranza rivolto alle generazioni future.

il groviglio degli atti e dei procedimenti giudiziari

Nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 una seconda bomba è ritrovata inesplosa in piazza della Scala sempre a Milano, mentre altri tre attentati avvengono a Roma presso la Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio e l’Altare della Patria, con diciotto di feriti, quattordici sono dipendenti della BNL.

In una prima fase gli inquirenti seguono soprattutto la pista anarchica, con il fermo di Giuseppe Pinelli – che il 15 dicembre muore “precipitando” dalla finestra al quarto piano della questura di Milano – e l’arresto di Pietro Valpreda, che sconterà tre anni di carcere preventivo. L’inchiesta sarà assegnata alla Procura di Roma, nonostante il conflitto di competenza sollevato dalla difesa di Pietro Valpreda, il principale imputato della “pista anarchica”, da subito tenacemente perseguita dagli uffici politici di Milano e Roma.
Il dibattimento che si apre presso il Tribunale di Roma nel marzo 1972 si arresta quasi subito: la Corte, infatti, ritiene che la competenza non spetti a Roma. Gli atti concernenti il “processo Valpreda” sono rimandati a Milano, dove, nel frattempo, sono approdati, dal Veneto, gli atti concernenti, la seconda istruttoria sulla cosiddetta “pista nera”, ossia di terrorismo neofascista, principali imputati Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini, giornalista di estrema destra che era collegato al Sid, il Servizio informazioni difesa.

Le successive inchieste e i diversi processi rivelano invece che la strage è da attribuire a terroristi dell’estrema destra, collegati con apparati deviati dello Stato, in quella che fu chiamata «strategia della tensione», volta a destabilizzare le istituzioni democratiche e incutere paura nei cittadini. Nel 2005 la Cassazione ha affermato che la strage fu ideata dalla cellula eversiva di “Ordine Nuovo” capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura (non più processabili perché già assolti con sentenza definitiva), mentre non è mai stata pronunciata una sentenza per gli esecutori materiali, che portarono nella banca la valigia con la bomba.

Il “processo Valpreda” a Milano ci resta pochissimo: nell’estate del 1972 il Procuratore Generale della Repubblica chiede che sia trasferito altrove per motivi di ordine pubblico. La Cassazione, il 13 ottobre 1972, dispone la rimessione degli atti del processo basato sulla prima istruttoria al Tribunale di Catanzaro. A Milano prosegue solo la seconda istruttoria, ma nel 1974, dopo l’ordinanza di rinvio a giudizio per gli imputati neofascisti, anche gli atti concernenti, le indagini su Freda, Ventura e i loro camerati sono spediti a Catanzaro, seguiti poi da quelli di uno stralcio di alcune posizioni, tra cui quella di Giannettini che aveva generato una terza istruttoria. La Cassazione ritiene infatti che, per i medesimi fatti, tutti gli imputati debbano essere giudicati dalla stessa Corte d’Assise. Dopo due “false partenze”, il dibattimento del processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana e reati connessi, in cui sono confluite tutte e tre le istruttorie, si apre davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro il 18 gennaio 1977.

Nel dicembre di quell’anno è pronunciato il giudizio nei confronti del generale Saverio Malizia, Sostituto Procuratore Generale presso il Tribunale Supremo Militare e consulente giuridico del Ministro della Difesa, processato per direttissima per aver affermato il falso. Malizia è dichiarato colpevole con sentenza il 01 dicembre 1977. Il processo per gli attentati del 12 dicembre si conclude invece dopo circa due anni, con la sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 23 febbraio 1979 che condanna all’ergastolo per la strage Freda. Ventura, il giornalista e informatore del Sid Giannettini e assolve Valpreda, che è dichiarato colpevole, insieme a Mario Merlino e altri, per il reato di associazione per delinquere in relazione alla partecipazione al gruppo anarchico romano “22 marzo”.

Il giudizio della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, con sentenza 20 marzo 1981, ribalta le condanne per strage di Freda, Ventura e Giannettini in assoluzioni per insufficienza di prove. Freda e Ventura sono condannati solo per associazione sovversiva e per gli altri attentati del 1969. La condanna per questi fatti è confermata in via definitiva dalla Cassazione con sentenza del 10 giugno 1982. 

Tale sentenza, invece, annulla le assoluzioni e rinvia a nuovo giudizio per il reato di strage continuata non solo Freda e Ventura, ma anche Valpreda. Annullate anche le assoluzioni in appello degli ufficiali del Sid Gianadelio Maletti e Antonio Labruna e l’assoluzione del maresciallo Gaetano Tanzilli, pure del Sid, per il delitto di falsa testimonianza.

La Corte d’Assise d’Appello di Bari, con sentenza del 1 agosto 1985, assolve Freda e Ventura dal delitto di strage per insufficienza di prove. Confermata pure l’assoluzione di Valpreda, per insufficienza di prove; assolto Tanzilli per non aver commesso il fatto; confermata invece la condanna per falso ideologico di Labruna e Maletti: il ruolo giocato da uomini del Sid nel depistaggio dell’inchiesta, dunque, è confermato con sentenza passata in giudicato. La sentenza di Bari è infatti confermata dalla Cassazione con sentenza il 27 gennaio 1987.

Chiuso il processo di Catanzaro, proseguono però le indagini della quarta istruttoria, principali imputati Stefano Delle Chiaie, leader dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale, e Massimiliano Fachini, già consigliere comunale del Msi a Padova e membro di Ordine nuovo, che sono rinviati a giudizio il 30 luglio 1986. Il nuovo processo, detto “Catanzaro-bis”, assolve Fachini e Delle Chiaie per non aver commesso il fatto con sentenza del 20 febbraio 1989, confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro con la sentenza del 5 luglio 1991.

Le indagini sulla strage di piazza Fontana condotte dalla Procura della Repubblica di Milano e determinanti il dibattimento dinanzi alla Corte d’Assise sono originate dall’istruttoria formale del Giudice Istruttore di Milano, Guido Salvini, in relazione ad una serie di reati associativi ascritti a militanti di gruppi eversivi di destra. I primi elementi di prova, che delineavano elementi nuovi di responsabilità per la strage di piazza Fontana, furono riferiti da Martino Siciliano e da Carlo Digilio nel corso delle dichiarazioni rese al G.I. nella seconda meta del 1993 e all’inizio del 1994; sempre in quell’anno la Procura della Repubblica di Milano richiese, come parte del procedimento in istruttoria formale, il programma di protezione in favore del collaboratore Carlo Digilio.
Con una lettera redatta in data 05 luglio 1995, il Giudice Istruttore dichiarava di trasmettere al Pubblico Ministero copia degli interrogatori di Digilio, Siciliano, Giancarlo Vianello e Vincenzo Vinciguerra nonché di altri atti processuali (deposizioni di Tullio Fabris e accertamenti di polizia giudiziaria) con riferimento alla “strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969”.

Il successivo 12 luglio la Procura della Repubblica iscriveva Delfo Zorzi, anche lui ritenuto esponente della destra e più esattamente di Ordine Nuovo a Mestre nonché menzionato da Digilio sin indagati. Successivamente era parimenti iscritti per gli stessi fatti anche Digilio, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, quest’ultimo ritenuto esponente di Ordine Nuovo a Milano. Fra il dicembre 1996 e febbraio 1997 sono acquisiti gli atti del processo di Catanzaro, di cui le buste 106, 107, 108 e 109 in originale, da parte di agenti e ufficiali della Polizia Giudiziaria.

Il 12 giugno 1997 il G.I.P. di Milano emetteva un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, di cui era stata dichiarata la latitanza con provvedimento del 17 giugno 1997, e di Carlo Maria Maggi, ordinanza eseguita il 14 giugno 1997. Con decreto del 27 novembre 1997, il G.I.P. di Milano aveva inoltre disposto la revoca della sentenza di non doversi procedere pronunciata il 30 luglio 1986 dal G.I. di Catanzaro nei confronti di Carlo Digilio, ordinando quindi la riapertura delle indagini per un periodo di sei mesi al fine di procedere all’incidente probatorio.

Nel mese di marzo 1998 iniziava l’incidente probatorio di audizione di Carlo Digilio, sfociato nelle udienze del dieci, 11 e 26 marzo, mentre nel mese di maggio dello stesso anno era stato fissato l’incidente probatorio di audizione di Martino Siciliano, il quale, presentatosi dinanzi al G.I.P. per rendere l’esame, si era avvalso della facoltà di non rispondere. All’udienza del 17 dicembre 1998, lo stesso Giudice emetteva ordinanza con la quale, preso atto delle conclusioni peritali dichiarava chiuso l’incidente probatorio. Con decreto dell’08 giugno 1999 e su richiesta del Pubblico Ministero, il Giudice dell’udienza preliminare disponeva il rinvio a giudizio di Maggi, Rognoni, e Zorzi in ordine al reato di strage aggravata e continuata con riguardo ai fatti del 12 dicembre 1969, sia a Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura e la Banca Commerciale Italiana, sia a Roma presso la Banca Nazionale del lavoro, nonché di Stefano Tringali per il reato di favoreggiamento personale continuato e aggravato. La comparizione era fissata dinanzi alla Corte di Assise di Milano per l’udienza del 16 febbraio 2000.

Il 30 giugno 2001 la Corte di Assise di Milano pronunciava la sentenza di colpevolezza degli imputati, e il 24 aprile 2002 erano consegnati alla Corte di Assise di Appello di Milano settanta buste e ventuno raccoglitori riguardanti l’inchiesta. Tale giudizio è riformato dalla sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 12 marzo 2004: questa assolve Maggi e Zorzi dal reato di strage ex art. 530 secondo comma c.p.p., assolve Rognoni per non aver commesso il fatto. Le assoluzioni sono confermate dalla Cassazione con sentenza del 3 maggio 2005. Carlo Digilio, reo confesso, resta l’unico autore giuridicamente riconosciuto della strage, ma con il reato prescritto, grazie alle attenuanti per la collaborazione.

La documentazione è stata versata in Archivio di Stato dalla Procura il 20 dicembre 2011. Nel corso della commemorazione del 44° anniversario della strage di piazza Fontana, il Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Carlo Arnoldi e gli altri oratori hanno criticato duramente la sentenza del 30 settembre 2013, del gip Fabrizio D’Arcangelo, favorevole alla richiesta di archiviazione dei pubblici ministeri della Procura di Milano, delle indagini imperniate su quattro filoni investigativi segnalati dall’avvocato Federico Sinicato, nel 2009, a nome delle famiglie delle vittime.

nell’immagine: il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura subito dopo lo scoppio della bomba il 12 dicembre 1969

Published in50 anni

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