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Non è Natale senza il presepio.

Il presepio compie 800 anni.

Per me, naturalmente, ne ha solo 64.
Ha sempre avuto un posto nella mia casa: piccola o grande che fosse.
Ricordo l’emozione di quando il mio papà – spesso l’8 dicembre – mi diceva: “allora Rosà oggi facciamo il presepe”.
Una emozione grande perché fare il presente prevedeva una buona e attenta preparazione.
Bisogna andare a prendere in fondo ad un vecchio stanzino tutto il materiale conservato, accuratamente, l’anno primo.
Bisognare pensare a dove metterlo nella nostra minuscola casa di quando ero bambino e come fare per apportare qualche novità rispetto all’anno prima.
La grotta era sempre la stessa ma, ogni anno, il desiderio era di costruirci attorno – con il sughero e il muschio – una zona sempre più ampia dove sistemare le luci e i pastori che già avevamo e uno o due nuovi che avremmo potuto comprare senza spendere troppo naturalmente.
Una giornata di lavoro che riempiva di gioia il cuore di tutti.
Alla fine, mia mamma esclamava: quest’ anno l’avete fatto più bello dell’anno scorso e mo’ l’albero quando lo fate?
Mio padre, agnostico nella fede, rispondeva puntualmente: “l’importante è o’ presepe per l’albero c’è tempo”.

Quando mi sono sposato ho continuato la tradizione facendolo con i miei bambini.
La situazione economica era diversa e quindi grotta o struttura usati sono più grandi e di maggior impatto.
Pastori unicamente di creta, comprati sempre uno o due all’anno come vuole la sobrietà autentica della festa, secondo la tradizione presepiale napoletana, altezza dai 13 cm. in su’: il bue e l’asinello, e poi donne e uomini che attendono il bimbo che nasce mentre sono immersi nelle loro arti e mestieri per assicurarsi il necessario per vivere: il pescivendolo, il vinaio, la fruttivendola, la lavandaia, il macellaio, pizzaiolo e – inesorabilmente – il Benito che dorme.

Poi luci, muschio raccolto nei boschi, angeli e stella cometa contenuti perché non devono distrarre troppo l’osservatore dal mistero della natività: Maria e Giuseppe e quella mangiatoia vuota dove, la notte del 24, verrà deposto il “bambinello” dal più piccolo della famiglia mentre tutti cantano “tu scendi dalle stelle”.

Sono anni che lo faccio con il più piccolo dei miei figli, oggi ventottenne, sempre con lo stesso entusiasmo e maggiore emozione.
Terminato il lavoro, guardandoci negli occhi, ci diciamo: è venuto bello però l’anno prossimo ci dobbiamo inventare qualche altra cosa.

Mancano poche ore, ormai, per completare il presepio deponendo il “bambinello”, quindi Santo Natale a tutti e mentre ognuno contemplerà il suo “Bambinello ” (ognuno ne ha uno anche dentro di sé) ricordi le parole di don Tonino Bello:

AUGURI SCOMODI

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Don Tonino

(Nato ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, Antonio Bello rimarrà sempre, anche quando sarà Vescovo, don)

Pubblicato inAmore

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