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Notarius fine corsa

Squilla il telefono.
È una voce conosciuta, che arriva da lontano nel tempo.
Per sapere come sto, come me la passo.
È bello risentirti.

Ci incontrammo a Piazza Verdi.
Seduta sui gradini della facoltà di Lettere, ti vidi arrivare: un cappotto grigio spinato lungo, non abbottonato, le mani in tasca.
L’aria era sognante.
Di chi era quel sorriso appena accennato, mentre mi cercavi con lo sguardo?
Ci conoscevamo appena: mi aiutavi talvolta a decifrare i nomi dei notai dei documenti medievali, poste sui tavoloni bianchi della sala consultazione: Manfredinus, Gandulfus, Asprandinus notarius.
La tua voce mi colpì di nuovo, come sempre. Leggera, bassa, accogliente.
Ti sedesti accanto a me, come un ragazzino al primo appuntamento.
I tuoi modi aggraziati ebbero cura della mia timidezza, che era anche tua.

Non era semplice incontrarsi, poi.
Talvolta mi raggiungevi in treno, per trovarci a metà strada tra la tua e la mia città.
Io arrivavo con una macchina sgangherata, di seconda mano.

Ci bastavano i lunghi discorsi, gli intensi sguardi, le tenere carezze, seduti ai tavoli di bar di malinconiche stazioni.

Un giorno, su un tassello di pergamena, scrivesti per me: “Rovigo Rovigo, fine corsa”, come l’annuncio del treno che ti aveva portato da me, e che ora ti portava via… da me.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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