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Pallone!

Un brivido freddo lungo la schiena.
Mi volto, ma non vedo nessuno.
Cerco di nuovo di fare attenzione alle parole del mio interlocutore, che non si è fermato al mio movimento improvviso.
Forse nemmeno se ne è accorto, troppo preso da quello che deve dire, a tutti i costi.
Io sono distratta, dell’acqua scende sulla pelle, mi sento bagnata.
Giro ancora una volta lo sguardo, ma niente, non c’è niente.
Guardo il mare, mosso, e mi cresce una strana inquietudine.
Era quasi l’autunno, e lei correva sulla stessa battigia, in preda al pianto perché voleva il pallone.
Il vento, ed era finito nell’acqua, impossibile da recuperare, lontano ormai dalla riva.
Lui esordisce con le pene sul lavoro, il bisogno di staccare, la bellezza del sole e delle vacanze…
Sì, belli, ma un vortice mi cresce dentro, che non c’entra con la pausa estiva e la fatica, che non c’entra con lui.
È la goccia che mi accarezza che prende il sopravvento.
Lei correva, e piangeva, e sulla sabbia bagnata gridava: pallone!
La presi tra le braccia, io, poco più grande di lei, ma si divincolò arrabbiata, rabbiosa.
Prese la rincorsa…
Aspetta, aspetta! E mi lanciai dietro di lei, nel freddo immenso delle onde.
Piccola, minuscola, abbracciava la schiuma che non la tratteneva, che la sovrastava e poi la risputava.
Respiravo a fatica, per raggiungerla, per riportarla a casa.
Salva, mi dissi, deve tornare salva.
E lui finalmente mi osserva, sta zitto, capisce che qualcosa non va.
Sudi, mi dice.
Si, sono fradicia, è vero, rispondo.
Sono annegata dal ricordo, ma lui non può sapere.
La raggiunsi, che ancora piangeva, che ancora gridava: pallone!
Non so che forza mi aiutò, ma la presi, e la trascinai.
Strette, l’una all’altra.
Accarezzavo i suoi capelli, asciugavo le sue lacrime, la coprivo col mio corpo.
Ti va una birra?
Sì, una forte, per favore.
Lui me la porta, mi bacia la guancia, mi sfiora la testa, porgendomela.

Lei non rispondeva ai miei richiami, e io gridavo: pallone!

Immagine tratta dal web.

Pubblicato inAmore

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