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Panta Rei

ovvero: il tempo e lo spazio

Ci sono notti in cui dormire non è più il corollario, normale componente di un giorno di 24 ore; ci sono notti in cui dormire è l’assoluta necessità di una mente asfittica e troppo stanca per concedersi ulteriori arzigogoli mentali, ci sono notti in cui lo sfacelo del giorno appena concluso può diventare quell’ultimo gradino, sceso il quale, sei sulla porta dell’inferno e non ti rimane che aprirla …
Il cielo era coperto da nuvole in transito; camminavo per la stretta stradina che da casa mi porta alla via principale, quando ho deciso di allungare il percorso ed ho preso su per la collina. Un tappeto di aghi di pino, sotto i miei passi, attutiva l’andare e si confondeva con il mormorio di fondo: lontano tra gli alberi lo scorrere fluente di un ruscello si armonizzava dolcemente con il leggero stormire delle foglie attraverso le quali i raggi, ancora tiepidi di un giorno in divenire, ogni tanto aprivano una chiazza improvvisa di verde più chiaro a far da richiamo agli infiniti tra passeri, storni, merli e corvi: quali a passeggiarvi, quali a scendervi in picchiata, quali a sorvolarli in cerca di prede striscianti o distratte farfalle.
… ci sono albe nel mondo che ti riportano al desiderio di vivere; che fanno sì che ancora alberghi in un cuore, la voglia dell’avventura di un nuovo giorno; che si aprono ai cuore come linimento a dire: “ guarda che tutto passa e nulla resta: viene, lascia un segno, a volte una cicatrice, a volta una speranza, e poi va via rassicurandoti sul fatto che forse non tutto è già scritto e definito “ …
Vorrei aveste potuto inebriarvi dell’intenso profumo che mi circondava; quello del sottobosco profondo, un misto tra l’acre del disfacimento ed il dolce dell’erba ancora umida di rugiada,; quello dei cespugli di salvia e di lauro, quello dell’uva selvatica che, da estemporanei vigneti, mostra dei chicchi piccoli e ammassati l’uno sull’altro a presagirne il sapore aspro e pungente, quello animale lasciato da qualche cinghiale di passaggio o a sfuggire temerarie volpi in esplorazione: un mix di odori e sapori che a gustarlo un milione di volte, ogni volta è nuovo e diverso ed ogni volta ti acquieta e ti invita a spingerti nel profondo magari a cercare, non la troverai mai, quella mitica casetta degli elfi o di quei nani di cui son piene le favole.
Ognuna delle quali aliena ad una vita tutta salti e dirupi in cui il tempo della pace è sempre di meno.
Ho attraversato il mio bosco lentamente, godendo di ogni passo e di ogni angolo di vista, soffermandomi su di uno scoiattolo che sgranocchiava una ghianda, subito abbandonata al mio solo guardarlo; zigzagando tra gli arbusti spinosi di more di gelso che ho raccolto e mangiato lungo il mio andare; fermandomi, di tanto in tanto all’eco, lontana eppur vicina, di un rintocco di campane; di un colpo sordo e misterioso difficile da individuare come provenienza; di quello scricchiolio alle tue spalle ad indicarti che qualcuno segue attento il tuo cammino ed ancora non ha deciso se starne allerta o ignorarlo e, nell’attesa, acuisce i sensi per non esserne sorpreso.
… ci sono percorsi nel giorno di un uomo che adombrano una mente stanca e già di sua perfidamente arresa e ce ne sono altri che quella mente rifocillano di gioia e sedano rilasciandole la certezza che l’istante per l’istante, ciascun attimo di tempo, può essere quello giusto affinché l’intero futuro di ognuno cambi in meglio e senza colpo ferire giacché se cotanta bellezza di un intorno sei ancora capace di accogliere nella tua anima, allora vuol dire che, comunque fosse, nulla è ancora perduto …
In fondo all’altro versante la strada che mi separava dai campi elisi
Il cancello era aperto e, mentre una nuvola di passaggio più densa e scura andava ad incupire i colori delle tombe, dei fiori, dei ninnoli innocenti e splendidi che cuori di genitori avevano lasciato sul giaciglio di qualche bimbo a dormire anzitempo, sono entrato deciso a far protesta alla ignavia di mio padre verso un dio ad avermi preso per proprio puntaspilli a divertirsi.
E lui era là, come in attesa del mio arrivo!
Un cenno corale di saluto, religiosamente intenso e deferente, ma stranamente appagato sulla destra, appena dopo una decina di passi sorridente come sempre, con quella sua giacca marrone ed quel suo sguardo sbarazzino nonostante l’età; con quei suoi occhi azzurri profondi e luminosi che sapevano graziarti da ogni pena o infliggertene di memorabili anche senza profferir parola.
Gli ho raccontato un poco di me, delle ultime mie vicende di come fossi, talvolta, anche stanco dello stesso respirare, di come in crescendo sia pesante il giorno che passa ed ancora più oneroso quello in arrivo.
Di come mi manchi e di come talvolta, persino mi dimentichi della sua lontananza; di quando, certe notti, io lo senta chiamarmi e mi svegli per andare a rispondergli.
… ci sono luoghi i quali, traguardi raggiunti e superati, possono essere ripartenze e nascita di una nuova speranza, di una nuova avventura, di quel perenne continuo navigare, fosse su acque limacciose e profonde o su lagune tranquille e trasparenti, che fa della vita, di ogni vita, lo scopo stesso d’esistenza; non importano più il bello o il brutto, la gioia o il dolore, la malinconia o la speranza; sei vivo e tanto, di per sé, è già esaustivo …
Non mi aspettavo risposte che del resto non sono arrivate; ho, abbiamo, detto insieme qualche preghiera ed ho, abbiamo, rivolto insieme un pensiero alla mamma, mi sono reso conto, in quel momento, del quanto di rado io corra da lei anche solo con la mente; “ … la sfortuna di chi troppo ama …” ho pensato, aggiungendovi subito, un pentito “… papà scusami con Lei quando la vedi e, se è possibile, pensateci VOI …”.
Poi, ho girato le spalle al suo sguardo combattuto tra il lieto che potessi andarmene ed il rammaricato del tempo troppo breve esistito tra di noi.
Ho girato le spalle forse più in fretta di quanto avessi voluto, sono uscito da quello spazio-tempo infinito ed ho aperto gli occhi alla sveglia che suonava …
incontro al mio giorno ed anche a tutti quelli che ancora verranno!.

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