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Partenope e Neapoli

Un breve racconto tra mito e storia

sulla città dal doppio nome e dalla doppia vita

 

Mi chiamo Cleomede.

Gran parte della vita è alle mie spalle e gli occhi sono rivolti ora più volentieri indietro, al tempo che è stato, piuttosto che a quello che mi resta.
La storia che vi racconterò risale a quando avevo da poco superato i 3 lustri d’età. Ero un giovane che si affacciava alla vita con il suo carico di sogni e di speranze.

Un giorno mi trovavo davanti alla porta della mia città, Cuma, in mezzo ad una folla vociante e entusiasta. Aspettavamo l’imminente rientro del nostro esercito vittorioso. Tornava da una spedizione conclusa con la distruzione di una città che si trovava non molto distante e che in poco tempo era cresciuta tanto da mettere in discussione la potenza cumana nel golfo.

Negli occhi di Arcandro, il generale che aveva guidato i soldati, si leggeva l’orgoglio del vincitore e la soddisfazione per il trionfo e gli onori che gli venivano tributati. Dietro di lui una fila interminabile di giovani legati gli uni agli altri, schiavi, con gli sguardi bassi, segnati dalla sconfitta e poi a seguire carri carichi d’oro e di armi: il bottino.

L’intera città era in festa, ignara della tragedia che di lì a poco si sarebbe abbattuta su di noi.
Pochi giorni dopo, in modo subdolo, un morbo fatale si insinuò nelle case, nelle strade, nelle botteghe, nei templi, infettando e poi falciando vite senza alcun riguardo per età, censo o sesso.
Ho ancora negli occhi l’immagine delle cataste dei cadaveri portati in spiaggia per essere poi bruciati, di notte, davanti al mare. Visi stravolti dal dolore, corpi straziati, marchiati da grossi bubboni purulenti alle ascelle, al collo, nell’inguine e poi tutte quelle chiazze nerastre che rendevano irriconoscibili i cadaveri.

In pochi giorni fu una carneficina, il morbo aveva decimato la popolazione più di quanto potessero una guerra e una carestia messe insieme. E il mostro non accennava a fermarsi, colpendo paradossalmente più le donne e gli uomini forti e sani che quelli gracili e malfermi in salute come me.
Si tentarono cure, si offrirono sacrifici, si levarono preghiere e quando fu chiaro che nulla sortiva effetto: Stephanos, l’oracolo chiamato a sostituire momentaneamente Amaltea la sibilla morta di recente, emise il suo verdetto.
Aveva scrutato il volo degli uccelli, interrogato le viscere degli animali sacrificati, letto la posizione dei suoi astragali dopo averli lanciati più e più volte e, dopo un lungo silenzio, carico di attesa e di tensione, prese la parola nell’agorà.
A suo dire, gli Dei erano stati espliciti: si trattava della vendetta della sirena dal volto di vergine, Partenope, protettrice della città appena distrutta dai cumani.
Si era vendicata, mandando loro una pestilenza tanto virulenta da non averne alcun ricordo nella memoria dei saggi e dei vecchi.
E il responso delle divinità sentenziò che l’unica via d’uscita per placare Partenope era ricostruire il prima possibile la città della sirena e dedicare a essa giochi, libagioni e sacrifici.
L’intero popolo, rimasto muto e attonito alle parole di Stephanos, diresse come un solo uomo lo sguardo verso Ileotimo, figlio di Timanore, arconte e sommo sacerdote.
Senza parlare, l’intera comunità aveva attribuito a lui il compito che Stephanos aveva interpretato e gli Dei avevano ordinato.

Così pochi giorni dopo l’ingresso trionfale in città dell’esercito vittorioso, una piccola folla silenziosa assisteva alla partenza di un altro esercito. Un esercito diverso, però, uomini senza corazze, dalle teste chine, provati nel corpo e nell’anima, armati solo di vanghe, pale, piccozze e consapevoli che da loro dipendeva la salvezza della comunità.
Furono selezionate le migliori maestranze a cui si aggiunse uno stuolo di volontari che avrebbe fatto da manovalanza.

Tra questi ultimi c’ero anche io.

Ero stato scartato al momento della chiamata alle armi, ma ora, complice anche la strage di giovani, nessuno aveva da ridire sulla mia presenza.
Non avevo partecipato alla distruzione della città, ma mi era permesso contribuire alla sua ricostruzione. In cuor mio ero ben cosciente che per indole e impostazione era stato meglio così.
Quando fummo in vista delle macerie della città distrutta, Ileotimo, esperto nella sapienza di Pitagora, ci chiese di lasciarlo solo ai piedi di una collina che sovrastava il mare. Sapemmo dopo che, salito sulla sommità, aveva tracciato due assi immaginari, uno verso oriente e uno verso meridione e in quello spazio decise che avremmo fondato la città nuova, Neapoli.
Sul finire del giorno ci fece accampare poco distante dal luogo individuato, in attesa dei primi raggi del sole nascente. Appena fu chiaro, fece erigere un palo al centro dell’area prescelta; così che l’ombra della pertica avrebbe indicato esattamente la direzione del sole dall’alba al tramonto.

Poi lui stesso diresse il vomere, tracciando le fondazioni delle tre plateiai che correvano da oriente a occidente e degli stenopoi che andavano da settentrione verso meridione. Al centro della plateia principale, quella di mezzo, stabilì che doveva sorgere l’agorà, con accanto l’altare dedicato ai figli di Zeus, Castore e Polluce, i signori della luce e delle tenebre, i protettori dei naviganti, i Dioscuri.

Proprio dall’agorà sarebbe passato lo stenopos centrale, dividendo così la città nascente in quattro regioni, ognuna delle quali sarebbe poi stata suddivisa in ulteriori tre parti.
Quello stesso giorno iniziammo a scavare e a spianare di buona lena.
Nessuno si risparmiava in quella colossale opera di edificazione, di espiazione e di pentimento.
Sui volti di tutti si leggeva lo sforzo e la speranza, il sudore e la paura del morbo, il timore della sirena e la fiducia nell’offerta riparatrice.
Rammento ancora, come fosse ieri, l’emozione e l’enorme fatica provata.
Era il giorno in cui il sole e le tenebre hanno la stessa identica durata ed era certamente l’inverno del primo anno della settantasettesima Olimpiade, la seconda di cui avrei serbato la memoria.

I lavori continuarono senza sosta per mesi, coronati dalla bellezza della città che nasceva sotto i nostri occhi e dalle notizie che venivano da Cuma, dove il morbo dopo alti e bassi si era definitivamente fermato. Io stesso vivevo una strana sensazione di esaltazione, sempre in bilico tra il bisogno mistico di pietà e la convinzione che stessi partecipando a un’opera che avrebbe attraversato le generazioni e che la storia non avrebbe più cancellato.
Di notte dopo un giorno intero di sforzi e fatica, prima di crollare nel sonno ristoratore, mi perdevo a immaginare il momento in cui la vita, i rumori e i colori avrebbero invaso le strade, i templi, i palazzi. E in qualche modo quell’idea mi strappava sempre un sorriso.
Ileotimo si muoveva continuamente da un estremo all’altro della città, presidiava, controllava, indirizzava, ordinava, correggeva, senza risparmiarsi mai. La sua costante presenza costituiva un incitamento per tutti, così come la sua fede pitagorica orientava le scelte architettoniche. Ogni cosa, piccola o grande, era frutto di sapienza antica, di discernimento, di studio.
Restava assorto per ore a studiare, analizzare la direzione dei venti, l’orientamento della luce, la pendenza delle strade. Nessun particolare poteva sfuggire al suo sguardo indagatore.
La città come l’aveva concepita era attraversata dal sole lungo le plateiai dall’alba al tramonto e lungo gli stenopoi quando il sole raggiungeva il suo punto di massima altezza. Mentre le brezze provenienti dal mare, riuscivano a portarle frescura nelle ore più calde della bella stagione. Finanche l’andamento collinare era stato sfruttato per incanalare le acque piovane e farle defluire dolcemente verso il mare.
Quando un giorno Ileotimo prese la parola e dichiarò terminati i lavori, davanti a noi si estendeva una città piccola, ma affascinante, affacciata sul mare ed esposta al sole che nasce.
La figura del sommo sacerdote dominava il centro dell’agorà, con la veste bianca e la barba canuta, mentre le parole, lente e ben scandite, ne accrescevano il carisma, l’autorità.
Intorno un silenzio assoluto, carico di orgoglio e di pietà, amplificava il significato di ogni frase, dalle parole volte alla sirena Partenope per dedicarle la restituzione della città, al ringraziamento agli uomini che avevano generosamente lavorato alla sua realizzazione.
Poi ci fu una lunga pausa, sembrava che il discorso fosse concluso. Invece il sommo sacerdote riprese con tono accorato, cogliendo il quesito che da tempo si leggeva sui volti dei presenti:

“Chi abiterà la nuova città? L’abbiamo voluta bella e cinta di alte mura. Ma al momento le manca la vita, le manca l’anima…Chiedo a voi che per primi avete lavorato ad essa, chi di voi vuole restare e chi invece intende tornare a Cuma?”.
Il suo sguardo penetrante incrociò gli occhi di tutti, come per interrogarci uno ad uno. Pochi istanti, ma il silenzio li trasformò in un tempo infinito, gravido di tensione e aspettativa. Poi un urlo liberatorio e collettivo si alzò e tante mani si levarono a mostrare la volontà di restare. Il sorriso luminoso di Ileotimo anticipò solo di poco le sue parole:

“Sono felice, oggi è un grande giorno e sono certo di lasciare questa nuova città nelle migliori mani possibili. Da Cuma , in onore di Partenope, organizzeremo una primavera sacra, inviando alcune decine di giovani donne e di giovani uomini, oltre ai prigionieri partenopei cui restituiremo la libertà. Senza più differenze, vivrete tutti insieme e in armonia a Neapoli…”.
Furono le ultime parole che riuscii ad ascoltare tra il clamore, le grida di gioia e l’emozione che mi attanagliava la gola. Davanti a me e a tutta quella gente si apriva una nuova vita, e di questo, anche se indirettamente, dovevamo essere grati alla sirena.

Oggi, tanti lustri dopo i fatti che ho raccontato, sono seduto sotto i portici dell’agorà, tra le colonne di marmo e le tante taberne e botteghe.
E’ sera e dopo ‘a trupèa d’’e ccerase’ *, l’aria si è notevolmente rinfrescata, portando il profumo della primavera. Le note di una musica lontana si fondono con il latrato dei cani.
Ripenso con nostalgia a quei tempi, alla fatica, ma anche alla soddisfazione di vedere nascere i tre templi principali della città, uno per ogni plateia: quello di Apollo sulla superiore, dei Dioscuri sulla centrale e di Demetra sull’inferiore. Le tre divinità patrie a cui dedicammo la città nuova, oltre che naturalmente alla sirena Partenope.
Ripenso anche all’astio e alle diffidenze iniziali tra le due componenti della popolazione, entrambe di origine greca, entrambe venute da lontano.
Da Kyme sulla costa di fronte all’isola di Lesbo, i Cumani, scappati alle distruzioni causate da tremendi terremoti.
Dall’isola di Rodi, i Partenopei alla ricerca di nuove terre da colonizzare.
Tutti alla disperata ricerca di un futuro migliore. Finalmente oggi convivono serenamente, perchè non ci sono più né vincitori nè vinti, ma solo Neapolitani. E col tempo sono certo che Neapoli si estenderà oltre le sue attuali mura, inglobando al suo interno anche il monte Echia su cui sorgeva Palepoli. Affidando così definitivamente all’oblio, la storia che vado a concludere.

Mentre torno a casa un pensiero mi attraversa la mente: questa città è nata da due tragedie, la distruzione da parte dei Cumani e il morbo pestilenziale che tanti morti aveva causato.

Due eventi luttuosi che però hanno avuto la forza di trasformarsi in una nuova vita.

In futuro, forse, questa città dovrà affrontare altre calamità e sciagure, ma l’energia per rialzarsi le verrà proprio da queste origini e ogni volta saprà rinascere, perché la sua forza è scritta nel doppio nome, Partenope e Neapoli, e nel suo genius loci, la sirena Partenope, non a caso una creatura dal doppio corpo, metà donna e metà uccello.

Una città dove il sacro e il profano, il pianto e il riso, il mestiere di sopravvivere e l’arte della vita saranno sempre un tutt’uno.

Per sempre.

* “ ‘A trupèa d’’e ccerase”, violento temporale tardo primaverile o estivo, dal greco trèpo, girare, voltare. Un’espressione dialettale ancora oggi in voga.

nell’immagine: Napoli, la Fontana di Spina Corona, conosciuta come “delle Zizze” in allusione  alla scultura femminile che spruzza acqua dai suoi seni. Partenope, la Sirena alata.

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