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Pentecoste

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Siamo arrivati nel tardo pomeriggio, in tempo per la cena di benvenuto. Scendiamo nella hall dove ci sono già alcuni colleghi e i rappresentanti delle case farmaceutiche sponsor, in abito blu d’ordinanza. Aspettiamo ancora qualcuno prima di avviarci al ristorante, così propongo un aperitivo con cui conto di diluire la concentrazione di racconti dei casi clinici. Delicatamente incoraggiata da un prosecco, mi inserisco nella conversazione per dirottarla altrove.
Poi arriva J. Ha gli occhi grandi e neri da cerbiatto, come i ragazzi di Kipling, incorniciati da occhialini tondi e timidi. E le dita sottili di seta scura. Il sorriso pronto e gentile.
Fuma come se non potesse respirare che attraverso una sigaretta.
Parla un Inglese universale.
Ora i suoi occhi agganciano i miei, o sono io, piuttosto, che, continuando a guardarlo, intercetto il suo sguardo:
– Where you came from? –
– From Naples, I am his wife – rispondo pronta chiarendo il possessivo con il dito che indica mio marito seduto accanto a me.
– Oh, so you aren’t a doctor! – e sorride compiaciuto, subito però distratto da altre voci che lo incalzano da più parti.
Finalmente arrivano anche gli ultimi, ci avviamo verso il ristorante ai piedi del castello, stipati in tre auto in tutto “così evitiamo la carovana e il rischio di perderci”.
Il locale è caldo e simpatico come l’oste che ci accoglie. Il braccio del dottore indiano proteso verso il mio bicchiere, segna obliquamente il mio orizzonte destro per tutta la serata ed è come se, insieme al vino che continua a versare, mi trasferisse la capacità di esprimermi in inglese. Una specie di Pentecoste dell’amor profano. Mi sciolgo, sbaglio poco anche la sintassi, quasi mai dimentico il “do” nelle interrogative. Ci divertiamo tutti. È ormai l’una passata, il tempo è scaduto. Usciamo, sotto un cielo così alto e stellato da sembrare africano. Ho la sensazione di barcollare. Bene! Così con naturalezza cerco il braccio di J per appoggiarmi. Poi, non so come, finisco in auto con lui. Siamo in quattro, nella berlina dell’ospite guidata dal suo premuroso assistente perché lui ha bevuto troppo, noi sul sedile posteriore. Lara e il dottor Zivago sulla slitta. I due davanti continuano a raccontare storielle in un idioma sempre più impreciso. L’indiano, con la sua dolce voce appena un po’ alterata dall’euforia, mi confida che anche lui si annoia un po’ durante le cene con i colleghi
– I escape from professors, I escape! –
Rido perché sia chiaro che ho capito, ma in realtà sto seguendo una specie di pensiero, ancora quasi informe. Il corpo capisce prima, la mano si è posata sulla sua, senza più necessità di pretesto. La reazione di lui è pronta come quella di qualcuno che stia sognando lo stesso sogno. Attratti da una forza di gravità complice verso il centro del sedile, le nostre ginocchia si toccano. Lo spacco della mia gonna lunga fa giudiziosamente il suo mestiere e si apre. Col dorso del mignolo lui mi accarezza la pelle. Le voci dei due davanti mi giungono sempre più lontane, intono qualche risata sulle loro giusto per rassicurarli. Ho la sensazione di cadere riversa, dentro me stessa. Vorrei dover arrivare a Boston, why not?
Dieci minuti dopo ci ritroviamo in albergo. È a questo punto che J osserva che il vino pregiato ricevuto in dono risentirebbe sicuramente del viaggio transcontinentale, così sarà meglio berlo subito, in nostra compagnia, in my room!
Et voilà! Ecco prolungato il nostro tempo. Per una bottiglia di rosso da meditazione in quattro ci vorrà almeno mezz’ora, o anche un po’ di più! Un ultimo gioco di sguardi rubato alla notte.
Nella sua camera, mio marito sprofonda nell’unica poltrona disponibile con le palpebre a mezz’asta e un’aria da con il corpo sono qui, ma la mente mia non c’è; il giovane collega si sdraia a pancia in giù su uno dei due letti gemelli. Io mi sfilo le scarpe e seggo sull’altro, tirando su le gambe e incrociandole. J, in sintonia, mi imita. Guardo quei piedi nudi, scuri ed eleganti, stagliarsi sul legno chiaro del pavimento con la delicatezza naturale di un corpo privo di arroganza. Non so davvero più di cosa parliamo. Non smetto di guardarlo. E vedo il liquido rosso che lambisce il suo piede perché la mano, turbata o esausta, non ha centrato il mio bicchiere poggiato a terra, tra il mio desiderio e le sue gambe.
Buonanotte, good night, see you tomorrow, addio.
La nostra stanza è accanto. Ci spogliamo, leggermente malfermi sulle gambe. Doccia, denti. Dov’è il mio spazzolino. Brancolo nella memoria avvolta dalla nebbia etilica. Mi soccorre l’abitudine, ho sempre lo spazzolino in borsa. Già, ma la borsa dov’è. Oddio. L’ho dimenticata nella camera di J. Non posso andare a letto senza lavarmi denti per dipiù scuriti dal tannino! Mio marito è nascosto dallo scroscio della doccia. Vado.
Knock, knock, busso in inglese.
– Just a moment, please.- la voce gentile attraversa la porta
– I forgott my bag.- sussurro, quasi più per me stessa che per lui.
La porta si apre.

Pubblicato inAmore

9 Commenti

  1. Gianni Santarpino Gianni Santarpino

    Intrigante e delicato. Brava Iaia

    • Iaia de Marco Iaia de Marco

      Grazie!

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Quel “Knock Knoch busso in inglese” è una chicca finale assolutamente geniale. Davvero una storia scritta magistralmente e, sono d’accordo con Gianni, intrigante e delicata. Complimenti e benvenuta nel Blog

    • Iaia de Marco Iaia de Marco

      Grazie e felice di esserci. Ho molto apprezzato la tua osservazione che gratifica, cogliendola, la mia intenzione. Cosa potrei desiderare di più!?

  3. Ottavio Mirra Ottavio Mirra

    Molto bello, incalzante, intrigante. Il finale praticamente perfetto.

  4. Giovanni Lamagna Giovanni Lamagna

    … bello!… mi sei apparsa qui in una versione inedita e che non “sospettavo”… ovviamente ne sono stato molto lieto… continua così… a questo punto capisco meglio anche il tuo commento alla frase di Isabella Allende che ho pubblicato ieri… Un abbraccio!

    • iaia de marco iaia de marco

      Già. Grazie Giovanni!

  5. Luigi Santarpino Luigi Santarpino

    Eh…ora hai di fatto assunto un obbligo…
    sei tenuta a concederti…a seguitare a scrivere. Ma non una tantum. Se lo hai già fatto in precedenza ti prego di informarmi su dove io possa reperire gli scritti. Altrimenti metti in moto la penna, perché la testa va che è una bellezza. Affascini….avvinci…emozioni…delicatamente coinvolgi.!!! E non dirmi che sono di parte…..❤

  6. Cinzia caputo Cinzia caputo

    Sensuale ed intrigante scritta con sensibilità e intelligenza. Come sempre d’altronde.

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