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Perchè scrivo

Scrivo perché non so fare altro.
Da bambino non brillavo, né per prestanza, né per esuberanza, e nemmeno per simpatia.
“… però è tanto bravo a scrivere …” dicevano.
Non era vero, ma mi consolavo.
Mettevo in fila parole che suonavano bene, a guardarle avevano anche una bella faccia: funzionavano.
E continuavo a scrivere. Sempre, ovunque e qualsiasi cosa.

Se c’è chi si vede scrittore già nelle sue fantasie infantili, certamente quello non ero io. Non ho mai desiderato scrivere o diventare una persona che scrive, nella mia testa non ricordo storie particolarmente avvincenti in attesa dell’occasione giusta per riversarle sulla pagina.
Non ho mai pensato di avere qualcosa di interessante da dire, e in realtà desideravo con tutto me stesso fare il lattaio (una volta il latte veniva consegnato a domicilio) scorrazzando libero per le strade a bordo di un Apecar, modesta e mediocre versione dei cavalli d’acciaio tanto ambiti dai miei coetanei.
Non avevo niente da scrivere e tuttavia cercavo di scriverlo bene: mi incuriosiva l’estetica, la forma delle parole, gli accostamenti coraggiosi e spiazzanti, i suoni delle singole lettere, senza saperlo ero un piccolo, maldestro, futurista.
Mi rendo conto che è poco, ma era tutto.
“… però è tanto bravo a scrivere …” insistevano.

Poi è successo un fatto.
Mi sono fermato ad aspettare le persone. Ho atteso, immobile, di incontrare qualcuno che volesse leggere, o anche scrivere, con me.
Tutto ha avuto inizio così, che scrivendo i raccontini e poi le storielle, ho avuto tempo e modo per riflettere su quel che stavo facendo: narravo un po’ per caso, un po’ per noia e un po’ per gioco? e però né il caso, né la noia, né il gioco mi avrebbero sostenuto a lungo.
Avevo bisogno di un senso, e non doveva essere soggettivo: non perché scrivo, dunque, ma perché si scrive.
È allora che mi sono fermato, ad aspettare.
Guardando i “passanti” ho capito: il testo deve possedere un qualche valore per la vita, di chi lo scrive e di chi lo legge; la scrittura esiste se esiste qualcuno disposto a leggerla; scrivere deve anche dare un piacere privato, non si può scrivere in assenza di felicità, o almeno di un tentativo di felicità.

Ecco, la felicità.
Vedere la nascita di un testo mi fa felice, è la scintilla della creazione, una sensazione di potenza, la vertigine dell’onnipotenza. Assaggiare la vertigine di creazione però non basta. A un certo punto, dopo aver scritto due, tre, quattro, cento testi, sceneggiature, copioni, lettere, articoli, e componimenti di ogni tipo misura e genere devo imparare a convivere con ciò che non posso fare e che pure ho l’illusione di poter fare.
Mi viene in mente Philippe Petit che nel suo “Trattato di funambolismo” scrive: “… decifrate il vostro simbolo di perfezione. Per me è il lancio del bilanciere. Con un gesto che pare non finire mai, il funambolo getta lontano attraverso il cielo la pertica di metallo, in modo che essa non cada sul cavo, e si ritrova unico e sconcertato, più ricco e più nudo su un cavo a sua misura. Allora, con umiltà, si riconosce invincibile …”

Il vuoto: tutte le storie che non potrò scrivere, i personaggi che non potrò creare, la lingua che non riuscirà a precedere né a seguire ciò che non sono. Ma anche le persone, le cose, il tempo che non potrò avere o che non saprò trattenere, e che proprio per questo dà peso e sostanza e senso a ciò che sono, che possiedo e che trattengo, la consapevolezza e la meraviglia dei miei limiti.
Sospeso sul cavo fatto a mia misura, forgiato da quel minimo che ho potuto immaginare, mi ritrovo unico e sconcertato, più ricco e più nudo, contro un cielo che espone la fine della mia capacità di invenzione.

E pure continuo a scrivere.
Lancio la pertica, faccio il mio gesto di perfezione. Il mio gesto di coraggio di fronte al vuoto e alla bellezza di ciò che non sono.
Si continua a scrivere per questo, credo: per potersi riconoscere, con umiltà, invincibili.

(la foto di Nora Casara)

Pubblicato inGenerale

4 Commenti

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Mi sono accorto che ho deciso di creare un blog con una persona che in realtà non conoscevo. Anzi il blog mi sta dando la grande opportunità di conoscerlo: la sua biografia, la latitudine delle sue esperienze ed infine il suo modo di scrivere.
    In questa storia si confessa e mette in mostra la sua grande capacità di lavorare sulle parole, di “creare” attorno alla loro composizione giochi di luci, ombre e significati.
    Quel sapere mettere un pizzico di surreale o più semplicemente di far intravedere significati “oltre” quelli consueti alle singole parole per il solo fatto di accostarle ad altre o in un altro modo, fa di lui un autore bizzarro, originale e al tempo stesso profondissimo.
    Passa il tempo, si accumulano le storie, cresce il blog e mi viene da sorridere sempre di più: ho fatto proprio bene a diventare socio di Ernesto!

  2. Monica Monica

    Il magico mondo di Ernesto:)😜
    Questo fantastico viaggio introspettivo merita davvero un plauso (e un bis!!!!)…..

  3. CIRO CIRO

    Grazie Ernesto, hai saputo esprimere ciò che provo e la mia incapacità di capire il mio desiderio di comunicare.
    Perché scrivo, se non si legge.
    Infatti dopo vari tentativi ho definito le mie parole… Parole senza senso.
    Ma tu mi hai dato la risposta grazie.

    -Il mio gesto di coraggio di fronte al vuoto e alla bellezza di ciò che non sono-

  4. Rosalba Rosalba

    Forse e’ per questo che scrivo solo cose, fatti veri, voglio la vita reale nelle mie storie!

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