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Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, ore 16,37. Io c’ero.

Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta di ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato solo silenzio.

Mi rialzo a fatica, sento dolori dappertutto. I colleghi attorno a me hanno il volto insanguinato dalle schegge della vetrata andata in frantumi.
Imbocco la breve rampa di scale, diretto verso il pian terreno. Molti corrono verso l’uscita e tanti sono feriti.
C’è tanto sangue ovunque.

Devo assolutamente parlare con Rosetta, mia moglie.
Trovo, miracolosamente la linea esterna libera, riesco a mettermi in contatto con lei “Qui in banca è scoppiato qualcosa… sto bene – cerco di parlare con il tono più calmo di cui sono capace – qualsiasi cosa sentirai nelle prossime ore, non ti preoccupare”.
Mi accorgo che sono riuscito solo a metterla in agitazione; a fatica la convinco a riattaccare.

L’odore dolciastro di mandorle amare della polvere mi stordisce. In un attimo la mia memoria va alla guerra, alle bombe, alla dinamite.

 “Dio mio, è stata una bomba; è scoppiata una bomba”

Mi dico he non è possibile, che adesso mi trovo a due passi dal Duomo, in una banca e che la guerra è finita da un pezzo.

I colleghi che corrono verso l’uscita continuano a ripetermi “Devi uscire, vieni fuori in piazza: qui è pericoloso!” ma qualcosa mi attira verso l’emiciclo, mi avvio verso il salone.

Qualcuno si aggrappa ai miei pantaloni. Mi sembra di riconoscerlo, è ferito e cerca di trascinarsi verso l’uscita.

“Mi aiuti la prego…” si aggrappa alla mia giacca con una mano insanguinata. Mi chino su di lui, l’uomo ha una gamba tranciata di netto, perde molto sangue, sto per vomitare. Vorrei aiutarlo ma non so cosa fare.

Tutto diventa confuso, non ricordo più niente, forse per l’orrore ho rimosso tutto

Non so quanto tempo è passato ora un uomo con un camice bianco mi prende per un braccio e mi aiuta a rialzarmi.

“Lasci fare a noi, vada fuori ci sono altri infermieri…”.

Non sento le sue ultime parole, anziché uscire, mi dirigo barcollante verso il salone.

Lo scenario che si apre davanti a me è terribile.

L’orologio, sulla parete di fondo segna le 16,37: rimarrà così per anni.

Quello che vedo è spaventoso, un fotogramma che resterà stampato nella mia memoria per sempre. Tra il fumo acre e i gemiti dei feriti qualcuno si muove barcollando tra pezzi di suppellettili, vetri, cambiali, tabulati, banconote, una sedia miracolosamente intatta, il buco dove c’era l’ordigno e.. corpi maciullati, troncati di netto, un mattattoio.

Le grandi vetrate, che dividono gli uffici dei piani superiori dalla cupola a volta, si sono volatilizzate; l’esplosione ha triturato oltre al pesante tavolo ottagonale con le borchie in ferro, il bancone, gli armadi, le macchine calcolatrici e quelle per scrivere, i box di cassa, le cassette metalliche contenenti le banconote. Ogni cosa è stata scaraventata in tutte le direzioni trasformandole in proiettili mortali o in schegge che hanno ferito persone, sfondato pareti, bruciato documenti.

Nella penombra mi sembra di scorgere un sacerdote che benedice un fagotto informe e un uomo in divisa che esce di corsa. Un cassiere grida qualcosa che non afferro. Mi chiameranno più tardi per convincerlo ad allontanarsi.

“Non toccate niente – continua a ripetere sotto shock – devo quadrare!” Valentino Bedetti ha un idrante in mano e cerca di spegnere un principio di incendio. Giulio Stifano ha preso un rotolo di grandi fogli per tabulati e copre pietosamente i corpi più martoriati.

Due mesi dopo si presenta allo sportello un cliente; ha con sè un pacchetto, si appoggia ad un paio di stampelle, é senza la gamba destra .

“E’ per lei!” – mi dice salutandomi – “Lo apra”, mi incoraggia.

 “Questa è la mia cinghia; come fa ad averla lei? è un ricordo di mio nonno”

“Non ricorda? Mi bloccò l’emorragia il giorno dello scoppio della bomba”.

“No, non ricordo. Forse si sbaglia: non sono capace di fare una cosa simile.”“In effetti era un po’ inesperto e tremava, ma l’ho guidata io, e prima che arrivassero i primi soccorritori, ha fatto un buon lavoro: la ringrazio ancora”.

Ancora oggi sono convinto di non essere stato io.

(leggi le altre testimonianze nella Pagina “Piazza Fontana” di questo blog)

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Published in50 anni
  1. Rosaria Rosaria

    Una tragica pagina della nostra storia contemporanea che ancora aspetta sia fatta giustizia. Questo racconta mi ha emozionato. 50 anni fa ero piccola, ma sono cresciuta conoscendo la tragedia di Piazza Fontana e di tutte le ulteriori stragi di destra che si sono succedute nel decennio successivo . Anni di piombo li chiamarono, anni in cui la democrazia è stata messa in crisi dai servizi segreti, politica e massoneria.
    Ai giovani dico che questa è la storia contemporanea da conoscere, da questa
    Italia sono nati i nostri figli e i nostri nipoti

  2. Mario Martello Mario Martello

    Incredulità. Orrore. Rabbia. Paura, incertezza, dubbi..
    Mi sembrò talmente assurdo da non crederci. Il primo sentimento fu l’orrore e la pietà per tante, troppe vittime innocenti. Prima ancora di una qualsiasi valutazione politica, prima ancora del Chi e del Perché, francamente provai un dolore fortissimo per tanta vite così mostruosamente recise. Prima ancora che al dramma della collettività offesa, ferita,travolta pensai agli individui. La collettività in qualche modo metabolizza, reagisce, si organizza; le famiglie, i sopravvissuti purtroppo nel tempo rimangono soli, le solidarietà inevitabilmente sfumano. E da allora e per quanto tempo quante disperate solitudini avrebbero popolato le nostre cronache anzi la nostra storia!
    Di fronte alla enormità di quanto era successo a Piazza Fontana ed alla concomitanza degli altri due attentati, era inevitabile pensare ad una regia; mi era più difficile pensare al colore di quella regia e devo confessare che ho impiegato del tempo per convincermi che purtroppo questo nostro Paese è stato terreno di scorribande e di incursioni destabilizzatrici di varia origine, non solo endogene, anzi!
    50 anni! Quelle, le tante successive morti e la lotta impegnata su più fronti per assicurare a questo nostro Paese una vita più o meno normale non meritano certamente che la Memoria possa essere derubricata a ricordo, tendenza oggi piuttosto alla moda! La Memoria è patrimonio collettivo, è momento connotativo imprescindibile, la Memoria è antidoto e Dio solo sa di quanto antidoto abbiamo bisogno!

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