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Pierina e la zingara

 

«Perché ti rifiuti di aiutare Pierina? Mi fai litigare con tua zia e non voglio che per colpa tua ci siano liti in famiglia».

Quante volte aveva sentito quei rimproveri? Era di nuovo il momento di mettere in atto la sua strategia: sintonizzarsi su quella filastrocca che amava tanto, ripeterla mentalmente e lasciare che la voce della mamma continuasse a giungerle come un ronzio.

Era minuta Anna, con grandi occhi scuri vivaci, e in quell’attimo aveva voglia di andare a giocare e non di stare a sentire l’ennesimo rimbrotto.
Si era seduta di malavoglia, sbuffando rassegnata. Alle prediche ormai, ci aveva fatto l’abitudine.
Pina invece era arrabbiata, non sopportava più di dovere sentire i rimproveri della cognata per colpa della figlia.
Quel giorno a scuola Anna si era rifiutata di aiutare la cugina a fare un disegno e quella, tornata a casa in lacrime, aveva raccontato tutto alla madre scatenando la sua rabbia.
La donna era riuscita a rimanere in silenzio anche quando la cognata chiamò Anna “egoista”, ma quando le sentì dire “bastarda” non si trattenne: minacciò di raccontare tutto al fratello e la piantò in asso.

La madre e la zia di Anna abitavano una di fronte all’altra, in due case separate da un piccolo cortile.
Tra loro passava, da sempre, un sentimento di antipatia reciproca che si era manifestato dal primo momento che si erano conosciute.
Pina aveva un buon carattere e una mentalità aperta per i suoi tempi, Maria era l’opposto e mal sopportava che sua figlia Pierina fosse finita nella stessa classe di Anna, la cugina che lei chiamava ”zingara“.

La “zingara” infatti aveva un carattere estroso e indipendente, l’opposto di quello della cugina, che somigliava a quelle bambole con i boccoli e i vestiti vaporosi che certe donne, negli anni ‘60, amavano mettere al centro dei letti matrimoniali.
Le due bambine erano troppo diverse. Anna non riusciva a mantenersi un abito pulito, aveva sempre il fiocco che le penzolava da una parte della testa e spesso amava liberarsi delle scarpe.
Pierina invece era sempre ordinata e troppo spesso la loro dissomiglianza era stata argomento di discussioni tra le cognate.

Anna detestava la cugina, la riteneva lagnosa e stupida e non aveva nessuna intenzione di aiutarla nei compiti.

Anche il nome le era diventato antipatico, ma quello che la urtava di più erano i suoi capelli sempre in ordine, che come per magia neanche il vento riusciva a scompigliare.
La sua zazzera invece andava da ogni parte ed era costretta a legarla o intrecciarla per tenerla a posto.

Viveva di corsa Anna, non stava mai ferma: curiosa come una scimmia e sempre in giro a cercare tutto quello che l’attraeva.
Ed era discola, come quando si divertiva a suonare tutti i campanelli dei portoni e poi si nascondeva, ridacchiando mentre aspettava che qualcuno si affacciasse, stizzito non vedendo nessuno.
Correre era una delle sue passioni, e sfidava i fratelli più grandi in gare sfrenate. Aveva sempre le ginocchia spellate e le sue giornate erano piene di gioco e di allegria.
A scuola aveva successo anche se studiava poco, e quella cugina così perfetta, che neanche giocava per non sporcarsi, la infastidiva.

Per questo andava in bestia quando si sentiva paragonare a quel modello di virtù di nome Pierina. Sempre lei!

Quel giorno, Anna, si svegliò tranquilla, come le succedeva quando aveva preso una decisione e la perseguiva. Si cambiò, disse alla madre che andava a studiare da un amica dalla quale si sarebbe fermata a pranzo, poi uscì.
Indossava i suoi amati jeans, un paio di scarpe strausate e comode e una camicia di suo fratello. La lunga treccia le ricadeva sulla spalla. E aveva tanta paura.

«Domani» pensò mentre andava, «devo superare domani, poi avrò quello che mi serve, i soldi per fare quello che voglio.»

Da dietro la tenda sbirciò la sala. La lunghissima passatoia rialzata tagliava a metà l’ampio salone.

Lo doveva percorrere tutto su quei tacchi che la facevano sembrare decisamente alta.

I capelli le furono fermati in su, e quando si guardò allo specchio quasi non si riconobbe.

Quella che vedeva era una ragazza diversa.
Il trucco le faceva gli occhi grandi e nerissimi, che emergevano dal viso magro, e la bocca rossa per il rossetto faceva risaltare il colore ambrato della sua carnagione.

«Allora, ti piaci?», le chiese la donna che la stava preparando per la sfilata.
«No» rispose, «ma fa lo stesso».
Indossò quel vestito bellissimo e lunghissimo, poi il velo le coprì i capelli e ricadde a terra, voluminoso e leggero.
Calzò le scarpe e vacillò: troppo alte.

«Concentrati Anna» si disse, «tra poco sarà tutto finito.»
Poi uscì, decisa.

La lunga passatoia era stata ricoperta da un tappeto azzurro e le luci l’abbagliarono. Esitò un attimo, individuò un viso a caso, lo scelse per escludere tutto il resto poi cominciò a camminare, sorridendo.
Arrivò in fondo, si girò con calma e rifece il tragitto inverso. Si lasciò alle spalle gli applausi e si sedette per togliersi le scarpe.

Per cinque volte cambiò abito, pettinatura, scarpe, poi le luci si spensero e lei si ritrovò in mano quanto le era stato promesso: una piccola fortuna per iniziare a concretizzare il progetto che accarezzava da tempo.

Per realizzare il suo sogno, Anna era disposta a camminare con i tacchi alti, a farsi truccare, a indossare abiti da sposa e ad apparire come non voleva essere.

Crescendo la zingara diventò una ragazza piacevole e particolare.

Anche Pierina crescendo cambiò, ma mantenne sempre la sua aria da bambola perfetta e zuccherosa e a differenza della cugina che aveva mille interessi, non si appassionò ad altro, se non al suo salone da parrucchiera.

Anna viveva pienamente. Pierina faceva shampoo e pettinava teste.

nell’immagine: foto di Fulvio Mantoan 

 

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