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Posseduta

 

Tardi. Ancora una volta aveva fatto tardi. Avrebbe dovuto comprare un orologio con il ticchettio rumoroso a scandire in maniera incontrovertibile il tempo. Altrimenti non avrebbe mai compreso la valenza del verbo ” staccare”.

Il cortile avvolto nell’ombra notturna , a malapena rischiarato da uno spicchio di luna, era silenzioso e privo delle fugaci apparizioni delle sagome dei suoi gatti. Tutto era impregnato di silenzio. Persino gli alberi assopite avevano le fronde.

Le piaceva il profumo della sera che declinava verso la notte, anche se l’ aria estiva era madida dei sudori umani, alle sue latitudini tributo da pagare alla divinità dell’Estate.

La casa si era adeguata al ritmo dell’esterno e riposava. Nessuna vita dentro vi respirava se non le sue mura che, in fondo, si diceva con rammarico e rimpianto, non l’avevano mai amata, non si erano mai accolti reciprocamente.

Aveva aperto, aveva disattivato l’allarme prima di accendere la luce come era solita fare per evitare di svegliare l’intorno con il canto lugubre, monotono, assillante delle sirene che si sarebbero azionate immediatamente ove si fosse dimenticata della precauzione presa anni prima contro i violatori del suo regno.

Qualcosa l’aveva fatta inciampare. Aveva abbassato lo sguardo per constatare cosa avessero lasciato in disordine i vandali dei suoi figli, ripromettendosi strali mentre iniziava il canto delle giaculatorie .

In terra fogli, tantissimi fogli sparsi. Anzi no. Non solo. Vi erano copertine . Centinaia di copertine di libri. Divelte. Strappate. Tutte inesorabilmente sul pavimento a darle la sensazione di un immane sacrilegio il camminarci sopra. La sua libreria spoglia come un rinsecchito albero d’ inverno. Tutto riverso, tutto mescolato in una alchimia maligna che aveva combinato Salgari con Baricco, i fogli del Cavaliere d’ Inverno , con D’ Amore e Ombra, la Divina Commedia con Uccelli di Rovo.

Teneva fra le mani quei fogli offesi, divelti dal loro corpo, mutilati come chi , tornato da una guerra, perde la propria identità. Non provava neppure rabbia. Solo l’incredula meraviglia di cosa e come fosse potuto accadere. La sua grande stanza d’ ingresso era popolata di fogli, migliaia , giacenti e senza più le parole che le avevano pronunciato negli anni in cui erano stati i fedeli compagni dei suoi umori.

Non poteva trattarsi di un dispetto esterno. L’allarme era inserito, nulla le aveva fatto presagire un’effrazione. I suoi figli? Potevano essere stati loro a dissacrare così il suo mondo? E per dirle cosa? Aveva cercato di instillare in loro l’amore per la lettura, per il profumo della carta di un libro amato. Impossibile che i suoi ragazzi avessero inteso ferirla uccidendo la sua stessa essenza. Un pensiero malevolo: era stata la casa! Sì, non poteva essere altrimenti .

La casa non l’aveva mai amata , mai accolta , solo e sempre tollerata. Il pensiero balordo, surreale, era fuggito così come era arrivato smarrendosi dentro il suo crescente smarrimento…

Provare a risalire al libro da un foglio strappato era come cercare un pezzo di un puzzle che lei sin da piccola odiava fare. Non aveva la pazienza certosina per le piccole cose, amava i grandi slanci nel bene e nel male.

Improvvisamente qualcosa l’aveva investita .

Fluttuava nella sua stessa casa. Si trovava a volare contro la sua stessa volontà. Opponeva resistenza perché sapeva che quel volo era innaturale, cagionato da chissà quale forza oscura fosse entrata in lei. Guardava tutto dall’ alto rasentando il tetto ed era terrorizzata.

Non temeva di cadere giù quanto piuttosto l’ annientamento della sua volontà che vedeva assottigliarsi ogni istante sempre di più. Cercava di gridare , di chiedere aiuto ma la voce, per quanti sforzi facesse, non le usciva da labbra ostinatamente serrate.

E volava con sempre maggiore fatica , le si opponeva il respiro della sua casa e l’attrito la faceva sbattere da una parte all’altra delle pareti come una pallina impazzita di ping pong.

Il senso di soffocamento la pervadeva mentre sentiva ridere in lei una forza maligna. Con l’ultimo barlume di lucidità rimastole aveva cominciato a recitare la preghiera che più amava , quel Padre Nostro che tante volte, pur lontana dalla chiesa e dai suoi paramenti , aveva confortato la sua anima inquieta.

Si era ritrovata in terra, improvvisamente così come repentinamente aveva volato, con il fiato spezzato a pronunciare :- aiuto-

– Dottoressa, è un sogno per me ormai ricorrente nel tempo. Cambia l’ ambientazione ma non la dinamica del volo e della conclusione dello stesso- aveva confessato alla psicologa che la osservava silenziosamente.

Che strano! Alle spalle della donna, sulla parete a mattoncini, un mattone, usurato dal tempo e dagli agenti atmosferici. Incisa su di esso una data. Un nome.

Era sbiancata. Lo stesso dimorava sulla parete di casa sua…quella dove i suoi amati libri erano riposti…
Ma questa è un’altra storia …

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