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Preso. La bestia è arrivata. La vendetta del virus “padano”

Positivo al Covid-19, periodo negativo
Tanti pensieri ma un ringraziamento al blog, al libro e all’associazione

“Non si smette di ridere invecchiando,
si invecchia quando si smette di ridere”
(George Bernard Shaw)

Sono passati nove mesi, dal 6 marzo 2020. Data della prima ‘storia’ sul virus padano. Una sorta di parto, una gestazione. Nove mesi esatti. E sono di nuovo a scrivere. Sul blog. Mentre sto leggendo il libro, bellissimo, edito da ‘Contame’. Il primo. Speriamo di una lunga serie.
Iniziamo dalle note dolenti. La morte di mio padre fra il 31 ottobre e il 1 novembre. Inaspettata. Infarto cardiaco. Un pugno nello stomaco. La notte, alle 3,40, quando mia nipote Benedetta mi ha avvisato, non riuscivo a capacitarmi. A dire il vero, neanche ora. Poi la corsa – domenica mattina 1 novembre -, in treno da Milano a Napoli, con i figli (Jacopo e Lorenzo) che volevano esserci per l’ultimo saluto al nonno. Morto nella giornata dei ‘Santi’ e celebrato con un funerale nella ‘giornata dei defunti’. Un segno del destino? La camera mortuaria, la messa, con cerimonia privata per la pandemia, la cremazione e qualche pratica amministrativa. E penso – non avendo fatto null’altro di strano in questi mesi – di aver preso il virus. Si proprio lui. Quello da me definito “padano”.
Il Covid-19, preso a Napoli. Un segno del destino? Una beffa o un avvertimento. Sono più forte di te e ti ‘becco’ dove e quando voglio. Questa la mia ipotesi. Il mio medico di base, spesso irraggiungibile, ha un’altra tesi. Fra stress, difese immunitarie più basse e spostamenti vari, può essere successo dovunque. Anche in treno, durante il viaggio. O alla metro, quando per evitare ai figli contatti, ho cliccato sulla macchinetta della metro di Napoli per stampare i tre biglietti della tratta Napoli Garibaldi-Montesanto.
Arriviamo a lui. La ‘bestia’, come la chiamano Jacopo e Lorenzo. Specie il primo, milanista, che mi ha detto di affrontarlo come ha fatto il suo ‘idolo’, Ibrahimović. “Il Covid ha avuto il coraggio di sfidarmi. Pessima idea …”, ha scritto il campione svedese in una storia su Instagram. Peccato che non ho la sua fibra e la sua età. Febbre, dolori alle ginocchia e alla schiena, ma soprattutto un fortissimo mal di testa. Di cui non ho mai sofferto. Mia madre e le mie sorelle me ne parlavano di queste cefalee negli anni passati. Ma non ne avevo idea. Un cerchio al capo e dolori forti. Inoltre, specie di sera, brividi e tremiti, da sembrare un tossicodipendente. Per carità, nulla di preoccupante. Fastidi, acciacchi, dolori, ma cose sopportabili.
Poi, per curiosità e responsabilità, dopo una settimana, ho deciso di fare un tampone. Il 12 novembre. A casa, senza uscire, per non diventare un ipotetico untore. Tampone faringeo; costoso e fastidioso. Specie nel naso. E poi il responso: positivo. L’ho riletto due-tre volte il referto. Mi sembrava anche questa – come la notizia di mio padre -, inverosimile. Al centro il responso e di fianco un ‘negativo’, che ho sperato tanto fosse riferito al Coronavirus, mentre in realtà era un indicatore di altri valori di riferimento. Che ho sperato, voluto e cercato fosse il risultato del mio esame di ‘infettivologia molecolare’. Invece no. Il responso era quello temuto. Positivo al Covid-19.
Qui si aprono le crepe della ‘fantastica’ sanità lombarda. Medico non raggiungibile. ATS (Agenzie di Tutela della Salute, ovvero le ex ASL) contattate via telefono, mail e tentativi vari, senza alcun risultato. Idem per il numero verde (1500) del Ministero della Sanità e altre amenità. Un muro di gomma. L’unica speranza è quello di non aver mai bisogno di un concreto soccorso. Tutto sommato, la cura del medico (due tachipirine mattina e sera – sostituite con la ‘Vivin-C’ per qualche dolore di stomaco – e due integratori), tanta attenzione, una vita attenta e regolare e sta passando tutto. In seguito le varie fasi giornaliere, vissute con panico crescente. La misurazione della febbre col termometro, che ogni tanto dà i numeri, il saturimetro – anche questo comprato su Amazon e con dati sballati – per i valori dell’ossigeno, misurazione della pressione e battito cardiaco. Mi sembro un ‘vecchietto’ ricoverato nelle famigerate RSA (Residenze Per Anziani).
Per fortuna va tutto bene, tranne la mia idiosincrasia ai medicinali, qualche dolore meno forte, forte raffreddore che va e viene, tanta stanchezza e soprattutto un senso di spossatezza. Poca voglia di fare le cose, specie in questo periodo dove, per mia fortuna, è esplosa la voglia di formazione via web. Tante lezioni, fingendo sorrisi e aspetto normale, ma dietro ansie, preoccupazioni e qualche malessere. Però per quello che leggo, mi è andata di lusso. Oltre alla vita da recluso. Dormo, mangio e vivo da solo, per non infettare gli altri. Il vassoio col cibo, vetri e porte chiuse e nessun contatto con gli altri conviventi. Ovvie restrizioni da ‘autoisolamento’, ma necessarie.
Passiamo alle note positive. Per fortuna che ci sono loro. Gli amici del blog. Il piacere della lettura, con il libro di Contame, arrivato mercoledì 2 dicembre. Non ci avevo fatto caso e forse non l’avevo capito. Il libro è una sorta di cronaca del virus, che partiva dalla mia storia. E continuava con le altre. Che mi fatto pensare alle date. Si, proprio così. Partiti il 6 marzo e arrivati al 6 dicembre.
Nove mesi che hanno sconvolto tutto. Ma con una fortuna. Di aver scoperto degli ‘amici’, anche se non li conosco. Specie fisicamente. Con qualcuno, una call per l’associazione, ma nulla più. Invece ora con le foto e le biografie, riesco a collegare le storie, che mi gusto singolarmente, alle persone. Ringraziandovi.
Innanzi tutto Verena (ndr. penso, poiché non so se è stata lei ad avere l’idea), per aver stampato il libro con i caratteri a rilievo. Che piacere. La sera, come se stessi toccando una bella donna (ndr. che perversioni!), mi dà un piacere fisico accarezzare il testo che mi ‘titilla’ i polpastrelli.
Poi il ragù di Nannarè e le lettere di Marina, ai figli, al dottore, l’intervista con la giornalista; le narrazioni curate di Barbara – con la verve tipica delle toscane e delle fiorentine in particolare – e il suo “ce la faremo”. Le poesie in romanesco di Carlo che diventano poi splendidi racconti.
Le descrizioni di Armando, Nino e Anna, con le loro personali e condivisibili, per me, sensazioni.
Le confessioni di Ernesto (ndr. con il vezzo della citazione iniziale, che ho palesemente copiato in questa storia) e Pier, gli sfoghi di Angela (ndr. quanti ricordi di donne altrettanto forti che ho conosciuto a Messina), le storie e i sogni di Armando.
I consigli e i pensieri di Margherita e Gianni, ma soprattutto le ‘pennellate’ di Carla, che non so perché mi trasmette una sensazione di calma e serenità. E proprio vero come declina Barbara: “… scrivi che ti passa”. Scopro anch’io che la scrittura e il blog sia una sorta di ‘libero sfogo’ per esorcizzare questo lato oscuro che stiamo, che sto vivendo.
Gli spunti madrileni di Victoria, in un’altra città che conosco per averci vissuto, che insieme a Peppe, lanciano un messaggio, un grido ‘politico’, che non so perché, nessuno raccoglie. O peggio, nessuno vuole ascoltare.
Lo splendido affresco di Antonio, di zone, foto e immagini che conosco palmo a palmo, da quando nel 1980 fummo ‘sfrattati’ da Montesanto per il terremoto e andammo dagli zii a Licola, scoprendo i fantastici colori della costa flegrea.
I ‘pantaloni africani’ di Sara e la sua capacità – da quando la seguo su Facebook -, di trovare un post, un messaggio giusto di poche parole, che racchiude nottate di miei confusi pensieri. Quando, come Pierluigi, forse anche un po’ prima, fra le quattro e le cinque del mattino mi imbatto nei tanti pensieri e combatto con i miei incubi, i tanti avversari, senza avere i post e blocchetti di Ernesto per annotare le mille idee.
La cortesia – qua a Milano dimenticata da tempo – di Filippo nel servire i suoi clienti, o gli sprazzi di Titta. Non ci crederete, ma come al liceo o all’università, mi sono ritrovato a leggere, annotare a matita, utilizzare un evidenziatore per sottolineare qualche passaggio del libro. O provare il piacere di rileggere le storie. Anche più di una volta. Grazie. A chi mi ha tenuto compagnia in queste brutte giornate. Caratterizzate dall’elaborazione del lutto, dal virus e soprattutto dalle minori speranze. O meglio le preoccupazioni di ciò che ci aspetta. Mentre a febbraio-marzo vedevo una luce in fondo al tunnel, con la visione di un post-lockdown, ora che siamo a novembre-dicembre, con le giornate che si accorciano in termini di luce, vedo minori prospettive. Proprio fisicamente. Nessuna luce in fondo la tunnel, a questo ‘buco nero’. Anche perché continuo a sentir parlare di ‘ondate’. Prima, seconda e forse terza. E ancora. Come quando al mare, con papà (ndr. provetto nuotatore), che sfidava me, i suoi fratelli, i miei amici, ad affrontare le onde delle giornate nuvolose o piovose a Villamare, vicino Sapri. Sfidavamo onde enormi, con la sensazione che la forza del riflusso ti portasse al largo, senza possibilità di ritornare a riva. Poi fra mare, sabbia e pietre che volavano, soprattutto l’aiuto di mio padre, trovavamo la forza di rientrare. Ora non ho più l’età, forse l’arroganza e soprattutto la speranza che queste ondate siano facilmente ‘battibili’. Ora che ho visto la bestia, so che il cammino non è così semplice. Chissà con altre eventuali ondate. E per fortuna che ho avuto solo qualche sintomo. Immagino lo sconforto e le sofferenze di chi è stato ricoverato. Si, come Ernesto, ho deciso di non ascoltare il super-allarmismo di tecnici ed esperti. Non mi ‘appoggio’ come lui alla radio, ma come consigliato dai figli, ho trovato in Spotify, una valida alternativa. Playlist, poca pubblicità e tanti sound nuovi. Anche il ‘trap’, che non piace a molti.
Dicevo di una visione negativa, più pessimista, rispetto alla prima fase della pandemia. Il numero dei morti, per me, è impressionante. Sono 722 l’1 dicembre, 717 il 2, 741 il 3, 739 il 4, 736 il 5. Non so voi, ma rispetto ai 130-150, i picchi di 2-300 della ‘prima fase’ mi sembrano un’enormità. Però quello che mi ha colpito, stordito e sorpreso più di tutti, è stata Francesca. Di cui ho riletto l’età, per non so quante volte. Undici anni. Si, proprio così. Così piccola, è già riuscita a descrivere, raffigurare tutto. Montagnana, la signora Smanio e il luogo dei sogni, Arcalsia. Con una precisione impressionante. La scatola e il suo ‘buco nero’, lo spazio tridimensionale. Proprio come quello che sto vivendo. Non una, o due, ma tre dimensioni. La paura è una delle più potenti emozioni che mi attraversano. Può fare riferimento a un pericolo reale o immaginario, imminente o possibile, suscitare allarme o generare comportamenti di lotta o di fuga. Quello che mi è successo. E che mi sta accadendo. Con questa immagine del Papa, nel libro, da solo al centro della piazza. Da solo. Come sto vivendo da giorni, ormai siamo a un mese da ‘isolato’. Che forza Papa Francesco. Ma io ci credo, come lui?
Che strano, mio padre, ateo convinto, che mi raccontano nell’ultimo periodo stesse trovando un suo personale percorso di fede e preghiera. Io, invece cattolico convinto e praticante, che inizio ad avere più di un dubbio. Quasi come la bella metafora (‘l’errore di voler essere perfetti’) descritta dal professore Galiano nel suo “L’arte di sbagliare”: smettere di inseguire la perfezione, cosa che faccio da piccolo e presuntuoso bambino super-competitivo. “… Perfezione che viene dal latino perficio, che significa “compiere, completare, finire”. Perfectum, participio perfetto, che appunto si può tradurre con ‘fatto, compiuto, concluso”, nel senso di ‘chiuso con’. La miglior immagine della perfezione è quella del cerchio che si chiude, della circonferenza in cui l’ultimo punto tocca il primo e la rende, appunto, perfetta “…. Come scrive il ‘prof’,”… l’inganno della perfezione è tutto qui: noi vi aspiriamo, ignorando quanto ‘perfetto’ sia sinonimo di ‘finito’ e quindi inerte, immobile, terminato. Il problema non è tanto nell’impossibilità della perfezione, quanto nel fatto che essa sia perdita di vitalità. Vita che si ferma, che non corre più da nessuna parte, che non ha più nulla da cercare e desiderare.

Come questo disegno …

Guardiamo invece che sensazione dà, quest’altro disegno

Ad alcuni, i perfezionisti, potrebbe creare un moto di fastidio, con annesso impulso a impugnare una penna e chiudere il cerchio. Altri potrebbero vederci il disegno di un abbraccio. Ad altri fa venire domande tipo: ma cosa significa quel pezzo mancante? Che cosa mi dice questo disegno? Altri lo potrebbero definire un bel disegno, altri butto. Quello che è certo, è che il secondo disegno smuove in noi emozioni più forti e contrastanti. Richiama attenzione, interesse e domande. Nella sua imperfezione è molto più vivo”.
Che cosa voglio dire, riportando questo ‘pezzo’ del libro di Galiano? Come diceva Joaquim Maria Machado de Assis, scrittore e poeta brasiliano in ‘Memoria Postumas’ “… l’arte di vivere consiste nel trarre il massimo del bene, dal massimo del male”. Anche dalle imperfezioni, dai malanni e dalle pandemie. Per cui vi abbraccio e vi ringrazio. Blog, libro e autori.
Piacere di avervi conosciuto, seppure virtualmente, fra carta, libro, foto e biografia. Augurando di poter festeggiare quanto primo, fisicamente, l’uscita dal ‘buco nero’, descritta magistralmente da Francesca. E di poter anch’io uscire – non solo fisicamente, appena il tampone mi darà un risultato confortante – da questo tunnel e ritornare a respirare l’aria – come dice Anna – che ti sfida ad aprire le finestre. Grazie a tutti.

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2 Commenti

  1. Angela Scaglione Angela Scaglione

    Ce la farai, ce la faremo. Ne usciremo con ferite aperte, con assenze insopportabili, con un dolore cupo e persistente ma ce la faremo. Saremo i sopravvissuti di una tragedia planetaria e avremo l’obbligo di raccontare e ricordare, per tutti coloro che verranno dopo. Un abbraccio vero. Resisti!
    Angela

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Questa tua esperienza di scrittura profondamente autobiografica insegna a tutti noi il valore della condivisione delle emozioni e il “guadagno” che riceviamo a lasciarci andare alla loro espressione più autentica. Hai sconfitto la bestia e sei rinato, rinnovato da questa esperienza dura nel profondo e nella capacità di contattare le parti più fragili di te. Hai dato un valore straordinario alla nostra piccola comunità di anime fragili che hanno vibrato con te leggendo le tue righe e si sono riconosciute vive e vere nella commozione che hai provocato in tutti noi. Un grande abbraccio, fratello minore! E GRAZIE!

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