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Primo Maggio

I bambini erano già pronti.

Con i vestiti della festa, zitti e composti. Con la faccia felice e gli occhioni sgranati seguivano tutti i gesti ed i movimenti dei ragazzi più grandi e degli adulti, quelli che durante la settimana facevano il doposcuola a loro e ai ragazzi del quartiere in quella stanza del centro antico a ridosso della mura del convento di Santa Chiara a Napoli.

Erano tanti. C’era qualche fratello maggiore.

Le mamme erano venute a salutare i “maestrI – qualcuno azzardava chiamarli “i compagni” – comparsi qualche mese prima all’improvviso e che tutto il vicolo aveva studiato e “pesato”.

Erano gente del Vomero, parlavano in italiano, raramente in dialetto e si erano offerti di aiutare a fare i compiti ai lloro figli, in maggioranza delle elementari ma anche a qualcuno delle medie.

Erano lì, ormai integrati nel vicolo – grande appena da farci passare una macchina o qualcosa in più di un’Ape –  nonostante gli abiti di buona manifattura, il trucco alla moda di qualche ragazza e i tanti mozziconi che venivano lasciati per terra, fuori dalla sede.

La voce che quella mattina ci sarebbe stata una manifestazione, anzi una festa con una “sfilata” per il rettifilo era rimbalzata di casa in casa oltre quel vicolo e nel quartiere. A partecipare alla manifestazione era stato invitato tutto il quartiere, con i manifesti, i volantini ed il megafono.

Era una festa importante, la più importante dell’anno per i lavoratori, i proletari, i senza reddito fisso: era il Primo Maggio.

E le mamme avevano portato i bambini davanti alla sede alle 9 in punto.. E si vedeva che erano contente: qualcuna diceva solo “m’arraccomando” perchè “figlia’me nun sta mai ferm e ve pò scappa”.

Si riempì il vicolo. Serpeggiava un’emozione nuova, forte. E quell’emozione divenne una frase, si fece parole, poi a mano a mano dalle bocche uscì un grido: Abbiamo Vinto!

E poi cominciammo quasi a correre per scendere a Corso Umberto prima possibile, per raggiungere l’Università dove saremmo saliti sui gradini ad aspettare di infilarci nel corteo quando fosse passato.

Ma appena svoltato in Via Mezzocannone ci accorgemmo che stava già sfilando.

Era partito prima perchè la gente era troppa a Piazza Garibaldi e tutti spingevano per cominciare.

E si sentivano gli slogan, gli strilli, le urla, le canzoni dagli altoparlanti.

Uno slogan si fece strada tra tutto quel baccano, uno slogan ritmato e che volava sulle teste di quelli del corteo e venne a posarci su tutti noi e che tutti noi – anche i bambini – imparammo subito e ripetemmo migliaia di volte in quella mattina di sole e di gioia e quella frase divenne il canto della nostra primavera, del nostro Primo Maggio.

Lo slogan diceva così: SAIGON SI CHIAMA HO-CHI MINH

Il giorno prima, il 30 Aprile 1975, Saigon era caduta, i soldati dell’esercito più potente del mondo stavano scappando.

L’America aveva perso la guerra del Vietnam.

Pubblicato inGenerale

3 Commenti

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Bellissimo ricordo di una bita fa. La partecipazione, stare assieme, condivisione di ideali, la politica vera dal basso.
    Grazie

  2. Rita Maria Orlando Rita Maria Orlando

    Piero, ricordi e commozione mi girano nella testa. Ti vedo e vedo il luogo, le persone, sento le voci, mi godo i colori…e sono felice. Io ero aRoma in quel giorno a Santi Apostoli…Guardo poi i l’oggi e non mi par vero che tanto, tutto di allora sia perso. Ti/vi abbraccio, compagne/i

  3. Ernesto Ernesto

    Vivo e vero come un film, di quelli che vorremmo rivedere più e più volte. Ci sono i sogni e le speranze degli ultimi, dei napoletani dei bassi e dei vietcong vincitori. Una splendida operazione di memoria, quella che, nonostante l’oggi, serve a tenere appena sveglie le coscienze, e a farci dire “…. allora si può….”

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