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Quel bacio

Finalmente ero riuscita a prendermi una settimana di ferie.

Settembre mi è sempre piaciuto come mese e come clima e mi riuscì facile, con i ragazzi in vacanza, scendere da te.

Messina è bella dopo il caos dell’Estate, senza vacanzieri invadenti e residenti sbracati. Così presi il treno e mi sobbarcai i 1300 km che ci separavano. Eri li, dietro la tua finestra, di vedetta, mi aspettavi e quando ti abbracciai ho sentito l’antico odore di mamma, quello che non dimenticherò mai.

Eri diventata più piccola, più minuta e mi sembrò di abbracciarti “bambina”. In quel momento sentii tutta la tua fragilità e anche la tua solitudine.

“Ora staremo assieme per una settimana” fu questa la prima cosa che mi dicesti prendendomi per mano e accompagnandomi nella sala da pranzo.

Avevi cucinato per me le cose che solo tu sapevi fare e ritrovai gli odori e i sapori della tua paziente arte di cucinare. La tavola, apparecchiata con cura, la tovaglia che amavi tanto e il mio posto, uguale, preciso, con le spalle alla finestra e gli occhi alla porta.

Questo ricordo di te è come un quadro nei miei ricordi, lo rivedo sempre quando ti penso e mi da un benessere duraturo, come se in quella stanza, per magia, si fosse creata un oasi di beatitudine a cui attingere nel tempo.

Ci siamo sempre capite io e te, con poche parole, tu sapevi comunicarmi la tua forza anche in silenzio e a me è sempre bastato guardarti per capire i tuoi stati d’animo. La solitudine… ti sentii ripetere più volte questa parola per te inusuale, circondata com’eri di figli e nipoti ma, adesso suonava strana in quella stanza, tra noi. Ti ascoltai tanto in quei giorni, sentivo che avevi bisogno di parlare, quasi quanto ne avevo io di ascoltarti. La tua voce me la tengo dentro con tutte le sue età; forte, autorevole quando mi richiamavi bambina, pacata, dolce, quando raccontavi le tue meravigliose favole vere, fragile, debole, adesso, che la bambina mi sembri tu.

Mi parlasti di tutti e di tutto, mi raccontasti dei tuoi lavori iniziati (tanti e contemporaneamente, come ti somiglio!) delle tue letture e delle tue amicizie. Poi la sera, quasi con timidezza, mi chiedesti se volevo dormire con te. Io lo volevo, ma fui felice che a chiederlo fossi stata tu.

Volevo starti vicino, proteggerti per quel poco tempo che potevo farlo, sentire il tuo respiro intanto che dormivi. Certo ti risposi e preparai le mie cose per la notte. Nel tuo “lettone”, dove per anni ti avevo vista con papà in quelle mattine dolci di pigrizia, quando ci raccoglievamo tutti attorno per avere i dolcetti, nel giorno dei morti (che bella abitudine avevamo) ci coricammo assieme e ti vidi contenta, serena.

Improvvisamente, mi prendesti la mano, me l’accarezzasti leggera (come lo ricordo quel tepore delle tue mani) e poi me la baciasti.

A distanza di anni quel momento è sempre vivo, ancora adesso provo quei sentimenti confusi ma dolcissimi di imbarazzo-tenerezza- stupore-piacere.

Di baci, tu, me ne hai dati tanti ma chissà perché, quella sera, da adulta, ho capito che quel bacio era una cosa nostra, un segnale di cambio di ruolo: mi riconoscevi figlia-madre e ti affidavi a me come se fossi stata mia figlia.

La tua fragilità l’ho percepita tutta e ti ho amata dolorosamente, perché sapevo che mi stavi lasciando.

 

Published inAmore

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